Il viaggio dei talenti: tra passione, scelta e fuga — le ragioni profonde della migrazione intellettuale italiana
Nel dibattito pubblico, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha offerto una provocazione: non siamo di fronte a “cervelli in fuga”, bensì a individui che seguono la passione e cercano opportunità. Una provocazione che scuote letture consolidate, ma che richiede di essere collocata in un contesto più ampio: quello del fenomeno migratorio delle élite, delle condizioni strutturali che sostengono (o soffocano) il talento, e di storie personali che dialogano con la storia collettiva.
Da “fuga” a “viaggio”: la parole che trasformano
Recentemente, Crepet ha attaccato duramente l’etichetta — divenuta quasi un topos del discorso pubblico — di cervelli in fuga. In uno scambio con lo YouTuber Riccardo Camarda, ha definito l’espressione come «una vigliaccata», qualcosa di “volgare e meschino”. Secondo Crepet, chi lascia l’Italia non “scappa”, ma “va” — va in America, nel Regno Unito, in paesi dove la passione trova terreno e spazio. Dietro ogni decisione, egli sostiene, c’è un desiderio autentico: la possibilità di lavorare, di contribuire, di crescere.
Crepet si concentra sull’elemento della passione: senza essa, l’idea di costruire una vita professionale in contesti ostili — dove retribuzione, riconoscimento, condizioni lavorative sono difficili — appare illusoria. E dunque, secondo lui, l’errore del dibattito pubblico è aver trasformato in morale quello che è fenomeno individuale e strutturale.
Questa posizione, tutt’altro che neutra, dà forma a una narrativa alternativa: quella del cervello in movimento, non in fuga. Una narrativa che invita a considerare i contesti, le opportunità, la mobilità come parte di un orizzonte giovanile globale, non per forza tragico o negativo.
Ma quanto questo argomento riesce a reggere il confronto con i numeri, le condizioni e le storie personali? Per rispondere occorre scendere dalle dichiarazioni e affrontare le strutture.

Il panorama italiano: cifre e storie dietro il fenomeno
Quante menti lasciano l’Italia
Il fenomeno della migrazione qualificata italiana non è nuovo, ma risulta rimodellato dai fattori contemporanei: globalizzazione, accelerazione tecnologica, differenziali salariali, politiche nazionali frammentate.
Secondo alcuni studi, ogni anno circa 8.000 laureati tra i 25 e i 34 anni lasciano l’Italia in cerca di opportunità migliori. Le discipline scientifiche e tecnologiche sono tra le più colpite: molti ricercatori e dottorandi italiani si trasferiscono all’estero per migliorare condizioni stipendiali, accesso a fondi di ricerca e infrastrutture.
Nella sfera accademica, la fuga è ben documentata: in Italia, la retribuzione media per un ricercatore di ruolo è spesso inferiore a quella che uno stesso profilo può ottenere nel Regno Unito, in Svizzera o in Germania, soprattutto in termini di finanziamenti e dotazione di laboratori. Alcune stime affermano che la migrazione di cervelli costi allo Stato italiano circa 10,6 miliardi in un arco di cinque anni, tra formazione, mancata produttività e investimenti perduti.
Uno studio universitario evidenzia che il fenomeno del brain drain (migrazione netta verso l’estero) non viene compensato dal flusso opposto: la brain circulation (scambio reciproco), ovvero il ritorno o l’arrivo di cervelli dall’estero, non è sufficiente a pareggiare il bilancio delle competenze.
Le radici dell’emigrazione italiana
L’Italia ha una lunga storia di migrazione: dall’Unità d’Italia al secondo dopoguerra, milioni di italiani hanno varcato oceani per cercare una vita migliore. Oggi, però, il fenomeno non è quello di massa di un tempo, ma di élite professionali: ingegneri, ricercatori, medici, esperti digitali.
Negli anni Novanta e Duemila, con l’avvento dell’era digitale, questa migrazione ha acquisito nuovi contorni: dottorati all’estero, stage in centri di eccellenza, offerte di lavoro da parte di colossi tecnologici. In molti casi, chi studia in Italia parte per motivi di carriera, e poi decide di non tornare.
Il punto di discontinuità è anche culturale e istituzionale. Diversamente da altri paesi (ad esempio i paesi nordici), l’Italia fatica a creare strutture stabili di valorizzazione: finanziamenti alla ricerca incerti, contratti precari, scarsità di infrastrutture. In questo contesto, molti giovani finiscono per considerare l’espatrio non come fuga, ma come una scommessa necessaria.

Cosa significa “fare la differenza”
Il discorso di Crepet ruota attorno a tre pilastri: la passione, il bisogno di modelli e le condizioni sociali.
La passione come motore antropologico
Per Crepet, la passione è la scintilla che permette di sopportare difficoltà, di reggere le lotte quotidiane, di spingersi verso l’eccellenza. Non si diventa atleti o artisti senza essere spinti da un desiderio ardente, e analogamente un professionista non si distingue senza autentica motivazione interna.
La passione, tuttavia, non si costruisce in un deserto culturale: occorrono contesti che la favoriscano, ambienti che stimolino idee, esempi concreti, scuole che alimentino curiosità. Se un giovane vive in territori marginalizzati, privo di laboratori, con un insegnamento disattento, l’identità professionale fatica a germogliare.
Il modello dell’eccellenza
Crepet cita il caso di Jannik Sinner: guardando Federer e Nadal, Sinner ha potuto immaginarsi in quegli scenari. L’idea è che l’accesso a modelli di eccellenza — atleti, scienziati, innovatori — apra la domanda interna: “Potrei essere anch’io lì?”
Se un territorio non offre personaggi che incarnino la meta, la giovane generazione rischia di non percepire alternative credibili alla mediocrità, e dunque di cercarle altrove. Il modello, in questo senso, è funzione di visibilità e contesto.
Il vincolo strutturale
Non tutto può essere ridotto a “volontà”. Le condizioni sociali, economiche e normative pesano. Un laureato che percepisce un’offerta italiana troppo bassa rispetto alle prospettive all’estero compie un calcolo razionale: il costo opportunità diventa insostenibile.
Così, anche con passione e modelli, se non esiste un quadro che sostenga il talento, il rischio è che le menti sentano di dover partire per costruire ciò che altrove è possibile.
Le critiche al paradigma del “cervello in fuga”
Crepet non è l’unico a criticare le letture consolatorie del fenomeno. Esistono approcci che invitano cautela nel rifiutare la nozione di “fuga”.

La retorica dell’autoinganno
La parola “fuga” implica una vittimizzazione: il Paese perde, i giovani scappano. Ciò può alimentare un senso di colpa o delegittimare le scelte individuali. Ma se si enfatizza esclusivamente la libertà di movimento, si rischia di minimizzare le responsabilità sistemiche: le condizioni locali, le politiche di trattenimento del talento, le disuguaglianze tra territori.
Molti studi confermano che il brain drain ha un costo reale. La perdita di capitale umano qualificato, che l’Italia ha contribuito a formare, rappresenta una ferita strutturale alla crescita scientifica, all’innovazione e al rinnovamento delle istituzioni.
Il rischio è che, anno dopo anno, le generazioni migliori percepiscano l’espatrio come unica opzione e che il peso del gap tecnologico e competitivo diventi sempre più insostenibile.
Una delle speranze più vivide è il “ritorno dei cervelli” — cioè che i talenti emigrati ritornino con nuove esperienze, nuove connessioni, competenze rafforzate. Tuttavia, le statistiche mostrano che il tasso di rientro è limitato, in parte perché tornare in un sistema che non è cambiato diventa arduo.
Una simulazione economica suggerisce che la probabilità di ritorno dipenda da due elementi fondamentali: l’aspettativa iniziale (quanto un emigrato pensa di poter ottenere all’estero) e l’avversione al rischio. Se l’aspettativa è molto alta e il rischio percepito è basso, molti rimangono all’estero; se il rapporto è inverso, torna chi, nonostante le difficoltà, sente il richiamo del legame.
Storie al confine del possibile
Maria è partita dall’Italia per il Regno Unito dopo il dottorato, attratta da laboratori attrezzati e bandi aperti. Anni dopo, l’Università italiana che le aveva offerto un contratto da ricercatrice non le garantiva strumenti né orizzonti. A Londra, invece, ha trovato interdisciplinarità e finanziamenti. Ci ha provato a tornare, ma il sistema che aveva lasciato era cambiato poco. Oggi alterna progetti tra UK e Italia, ma non è mai completamente “abitante” di nessun sistema.
La passione di Luca era l’intelligenza artificiale. Le università italiane offrivano corsi, ma poche aziende sul territorio operavano in quell’avanguardia. Così, ha vinto una borsa di studio negli Stati Uniti. Crepet direbbe: «Non è fuga, è scelta». Per Luca, è anche necessità. Oggi lavora in una startup della Silicon Valley ma mantiene contatti produttivi con l’Italia: se potesse, tornerebbe, ma solo se il sistema italiano potesse offrirgli quel livello.
Clara aveva lasciato l’Italia per un post-doc all’estero. Dopo qualche anno, ha deciso di fare il salto e tornare in un ateneo del Sud. Ha trovato precarietà, vincoli burocratici e poche risorse. Ma ha anche costruito collaborazioni internazionali, ottenuto fondi europei e formato giovani talenti. Il suo è un caso raro, e testimonia che il rientro è non solo possibile, ma spesso eroico.

Tra la retorica e la realtà c’è un territorio di frizione: tra chi parte per impulso e chi per costrizione.
Come cambiare la traiettoria
Se Crepet chiama passione e modelli, il cambiamento richiede strategie strutturali.
- Investire nella qualità della ricerca nazionale
Dotazioni infrastrutturali adeguate, politiche stabili e finanziamenti che non cambino ogni due legislature: senza queste basi, i ricercatori sono spinti verso mete che le garantiscono continuità e stabilità.
- Politiche di ritorno con facilità burocratiche
Semplificare il rientro: riconoscimento degli anni di esperienza all’estero, contratti che prevedano l’utilizzo di competenze internazionali, premialità per chi rientra con progetti innovativi.
- Creare poli regionali di attrazione
Non tutto deve stare nelle metropoli: lo sviluppo di centri di eccellenza distribuiti nel territorio può trattenere talenti che non vogliono (o non possono) trasferirsi nelle grandi città.
- Educazione di eccellenza e modelli visibili
Formazione scolastica che stimoli curiosità, laboratori, mentorship, contatti internazionali già dalle scuole superiori. Dare visibilità a chi ce l’ha fatta all’estero, renderlo modello “di prossimità”.
- Cultura della mobilità positiva
Spingere l’idea che un’esperienza all’estero non sia un addio ma una tappa di costruzione identitaria, e che tornare non sia “regresso” ma investimento.

Tra passione e responsabilità collettiva
Il punto di rottura nel dibattito italiano non può essere solo verbale: non bastano slogan, più o meno poetici, sul “non scappare”. Serve costruire condizioni concrete perché la passione possa germogliare, perché il legame con il territorio non sia dramma, ma attrattore. Il “cervello che va” chiede che il Paese guardi alla mobilità come opportunità, non come perdita irreversibile.
Se Crepet ci scuote con la sua invocazione alla passione, toccherà a chi governa, a chi insegna, a chi finanzia — ma anche a ciascuno di noi — chiedersi se davvero vogliamo costruire un’Italia che merita di essere abitata dai talenti. Perché il viaggio non è la fine: è punto di partenza, possibilità, memoria che può ritornare.
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