‘Il prigioniero’ del regista premio Oscar Alejandro Amenabar in sala
Perché non possiamo fare a meno di raccontare e raccontarci storie, vere o false non importa , importa il desiderio di trasformare il mondo attraverso una storia. Importa la necessità di romanzare la quotidianità.
Il regista premio Oscar Alejandro Amenabar è partito da qui. Proprio da questa domanda: “Perché desideriamo che ci vengano raccontate delle storie? E, ancor più, cos’è che ci spinge a raccontarle? Da dove nasce quella forza che ci allontana dal mondo reale per provare a reinventarlo, proiettando desideri, incubi, inquietudini, immaginando stratagemmi per incantare chi desidera evadere dalla propria routine, anche solo per un paio d’ore?”
E il suo ultimo film, ‘Il prigioniero’, interpretato da Julio Peña e Alessandro Borghi , appena arrivato in sala, parte da qui. E dal grande Miguel de Cervantes. Esattamente dal 1575 ad Algeri dove il futuro scrittore è un soldato ventottenne della Marina spagnola, ferito in battaglia e tenuto prigioniero dai corsari ottomani. Come per tutti i prigionieri il domani è la morte se i suoi compatrioti non riusciranno presto a pagare il riscatto ma, tra le mura della sua cella, Cervantes scopre un rifugio , appunto l’arte del racconto. E comincia a inventare storie che incantano i compagni di prigionia e attirano l’attenzione di Hasan (Alessandro Borghi), l’enigmatico e temuto Signore di Algeri, creando a un legame segreto tra carceriere e prigioniero ma creando anche piani di fuga e di speranza. Perché, si sa, anche a questo serve l’arte del racconto.

Allora, come dice il regista, “questo film è un tributo a quel legame affascinante, quasi sacro, che unisce autore e pubblico, un legame che il suo protagonista, Miguel de Cervantes, aveva compreso alla perfezione”
Ma da dove è partita l’idea del film?.
“Raccontare la storia di uno dei più grandi narratori di tutti i tempi è iniziato come una sfida narrativa, ma si è trasformato in una delle esperienze più personali della mia carriera. Parliamo dell’autore che ha concepito il romanzo più famoso della letteratura. Sarebbe possibile distillare qualcosa di quel mondo e farlo scorrere attraverso la sua stessa vita? È la domanda che mi sono posto qualche anno fa. La risposta è arrivata rapidamente, e l’ho trovata proprio in Don Chisciotte, tra le cui pagine si raccontano la drammatica prigionia ad Algeri di un soldato spagnolo caduto nelle mani dei corsari berberi e il suo audace piano di fuga”

Quindi il percorso è stato dal libro alla realtà del passato di Cervantes e di nuovo al libro, al racconto?
“Non è difficile riconoscere un legame tra quell’avventura immaginaria e gli eventi realmente vissuti da Miguel, catturato dai Mori nel 1575 e protagonista di diversi tentativi di fuga. E non è affatto improbabile pensare che egli abbia concepito la storia molti anni prima di scrivere il suo capolavoro, magari, come sostengono alcuni storici, proprio durante i cinque anni di prigionia, come forma di evasione, almeno mentale. Così è nato Il prigioniero, un’avventura che ho intrapreso con la volontà di scavare a fondo, di rischiare, e soprattutto di godermi il processo. Le voci dei personaggi, reali e immaginari, hanno cominciato a invadere le scene che immaginavo. Per me, quello è sempre il segno migliore, la prova che la nave sta navigando nella giusta direzione: non stavo scrivendo io, erano loro a parlare. E, nel mio delirio, anche Miguel mi parlava da oltre i secoli, e io parlavo con lui, come se cercassi nella sua genialità quelle chiavi segrete che ogni narratore sogna di trovare: le chiavi che ci collegano al pubblico e alle sue emozioni”.

E per trovare il modo migliore per raccontare la storia di Cervantes è andato indietro sino alle carte, ai documenti, alle biografie. Come lui racconta: “Ho cercato approfondendo non solo la sua opera, ma anche biografie, saggi, documenti e tutto ciò che mi capitava tra le mani, ho trovato più risposte, o forse più domande, e nuove sfaccettature del Cervantes in carne e ossa, mai esplorate prima dal cinema (in effetti, sono pochissimi i film dedicati a lui, forse uno solo, o nessuno). Ho deciso di seguire quel filo senza timore, usando la finzione per colmare i vuoti della sua prigionia ad Algeri, immergendomi in quello che Juan Goytisolo, grande studioso di Cervantes, definiva il vortice, quel misterioso gorgo narrativo a cui Cervantes tornava di continuo nelle sue opere. Il percorso narrativo scelto nel film è solo uno dei tanti possibili, ma per me è il più plausibile, il più evocativo e, perché no, il più bello”.
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