Carnevale di sangue e cenere: il teatro civile di Valentina Esposito
Valentina Esposito, drammaturga e regista, guida da oltre vent’anni la Compagnia Fort Apache Cinema Teatro, l’unica realtà stabile in Italia composta da attori ex detenuti diventati oggi professionisti.
In occasione del debutto di Mercoledì delle Ceneri, prodotto in coproduzione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e con il patrocinio della Fondazione Una Nessuna Centomila, l’abbiamo incontrata per farci raccontare come il teatro possa diventare uno strumento di denuncia contro la violenza di genere e la cultura patriarcale. Un viaggio tra maschere grottesche, riti popolari e la ricerca di una liberazione collettiva.
Nel tuo spettacolo metti in scena il contrasto tra la festa del Carnevale e la violenza di genere: perché hai scelto proprio un rito popolare piuttosto allegro per raccontare l’omertà e gli abusi che avvengono in provincia?
Sono partita dalla pupazza, e dalla ritualità che la accompagna nelle feste di carnevale dell’Italia centrale, un fantoccio di donna in legno e cartapesta dalle forme generose che viene prima costruita e portata in processione nelle strade dei paesi, poi venduta all’asta a confraternite di uomini che devono comprarla per potersi infilare nel suo scheletro e farla ballare, e che infine viene bruciata, in spettacoli pirotecnici, nel divertimento generale. Mi è sembrata una ritualità estremamente violenta e simbolica per raccontare sulla scena una cultura diffusa sulla donna e sul corpo della donna, imprigionata nella gabbia scheletro di una pupazza ciclicamente data alle fiamme. Altrettanto efficace era sintetizzare teatralmente la responsabilità di una società ipocrita e omertosa collocando la vicenda fra la sregolatezza del martedì grasso, quando tutto è permesso, e il falso pentimento del mercoledì delle ceneri

Nelle tue note di regia dichiari che queste storie di violenza spesso vengono dimenticate subito dopo essere state ascoltate: secondo te in che modo il teatro può aiutare le persone a non voltarsi dall’altra parte?
Il teatro è quel meccanismo comunitario in grado di trasformare le storie degli altri in storie che ci riguardano, che riguardano gli spettatori chiamati non ad ascoltare ma a partecipare al rito insieme agli attori. In questa contemporaneità fatta di distanze, il teatro riporta le persone davanti alle persone, e alle proprie responsabilità.
Citi spesso Michela Murgia e l’idea che da certe ‘storie false’ non si esca se non lo si fa tutti insieme: cosa significa per te questo invito e come lo porti avanti con questo lavoro?
La battaglia contro la violenza di genere non è una battaglia delle sole donne, ma di tutti. Il nostro lavoro di riflessione e ricerca sul tema ha coinvolto anche e soprattutto gli uomini in un percorso di crescita e consapevolezza.
Per i costumi e la scenografia hai scelto elementi forti come maschere e fantocci in lattice: come ti hanno aiutato questi oggetti a dare un volto al dramma dei corpi feriti e alla perdita di identità delle vittime?
Nel gioco del teatro, le maschere del Carnevale si trasformano da elementi folcloristici in elementi simbolici, gli attori non indossano i fantocci ma li introiettano. I fantocci abitano i personaggi, esseri deformi, feti morti senza volto che fuoriescono dalle pance degli interpreti a raccontare non solo la brutalità degli abusi ma anche la mostruosità di una società silente e connivente che legittima continuamente la violenza di genere. Il mostro è contemporaneamente l’autore di reato, è la bestia che continua a scalciare dentro la vittima, è il testimone che vede e fa finta di non vedere.
La tua compagnia, Fort Apache, è formata da attori ex detenuti: in che modo il loro vissuto personale si intreccia con il tema dei falsi pentimenti e della violenza che viene descritta in scena?
Il nostro metodo di lavoro parte sempre dai vissuti degli interpreti, dalla necessità di processare attraverso il teatro nodi irrisolti che hanno segnato le biografie degli attori e che contemporaneamente aprano la riflessione su questioni di urgenza collettiva. Dei racconti e delle esperienze biografiche che, in questo caso, le attrici della compagnia hanno condiviso con gli attori, gli uomini, anche ex detenuti, si sono fatti carico, superando anche nella realizzazione dello spettacolo le difficoltà che venivano dall’interpretare il ruolo di personaggi maltrattanti e autori di reati considerati infamanti nella logica carceraria. Vissuti che vengono rielaborati poeticamente e resi invisibili nella drammaturgia, ma che restano fortemente presenti nel paesaggio interiore degli attori sulla scena.
Lo spettacolo ha il sostegno della Fondazione Una Nessuna Centomila: qual è il messaggio più importante che speri arrivi ai ragazzi e alle ragazze che verranno a vedervi a teatro?
Spero davvero che saranno molte e molti i giovani presenti, è soprattutto a loro che parliamo, alle nuove generazioni, ai nostri figli. Lo spettacolo mette in scena le modalità attraverso le quali si rinnova e si trasmette la cultura della violenza e le gabbie che imprigionano la donna e il corpo della donna, dalle ritualità apparentemente innocue delle feste popolari, alla cultura cattolica, che tanta responsabilità ha nella costruzione e nella legittimazione di queste gabbie, alle nuove maschere che la società dello spettacolo impone alle giovanissime, maschere di volti e corpi rifatti che le ragazze sentono di dover indossare per rispondere alle regole del mercato di una società maschilista e misogina. Imparare a riconoscere questi meccanismi e fare una scelta di libertà consapevole, questo speriamo che le ragazze e i ragazzi colgano per promuovere una trasformazione culturale e sociale.
La colonna sonora è firmata dai Mokadelic: com’è nata la tua collaborazione con loro e che tipo di atmosfera aggiunge la loro musica a questa “parata grottesca”?
Le musiche originali sono di Luca Novelli, compositore dei Mokadelic. Lavoro con lui dal 2014 da quando ha composto la colonna sonora del mio primo film, Ombre della sera, Candidato al Nastro d’Argento, interpretato da alcuni degli attori di Fort Apache. Sono quindi più di dieci anni che Luca scrive musica per gli spettacoli della Compagnia, autore straordinario, capace di cogliere ogni volta il sentimento sotteso alla drammaturgia innervandola di atmosfera, sottolineando il filo drammatico che lega le situazioni, scena per scena. La vicenda è tragicamente racchiusa in un mondo, che è anche un mondo musicale, duro, insistente, in contrasto totale con la presunta allegria del contesto carnevalesco.
Puoi anticipare qualche notizia sui tuoi prossimi impegni artistici?
Attualmente sto lavorando a un nuovo spettacolo dal titolo L’ostaggio, coprodotto dal Teatro Vascello come Mercoledì delle Ceneri, interpreti Giancarlo Porcacchia, uno degli attori storici della Compagnia, e uno straordinario Edoardo Pesce. Un lavoro intenso nel quale Edoardo Pesce vestirà i panni di un Faust dei nostri giorni attraversando come uomo e come attore la biografia estrema dalla quale la drammaturgia prende le mosse, quella di Giancarlo, fra i protagonisti della criminalità romana e del narcotraffico internazionale, oggi attore di teatro e cinema dopo aver scontato 32 anni di detenzione. Una storia contemporanea che sulla scena diventa simbolica di archetipi antichi, in debutto a settembre al Festival di Narni.
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