11:44 am, 10 Marzo 26 calendario

🌐 Interrogare l’I.A. come si faceva con gli indovini: la divinazione

Di: Redazione Metrotoday
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Sempre più persone interrogano l’intelligenza artificiale come un oracolo moderno, riflettendo sulla storia della divinazione nell’area degli algoritmi e su come la narrazione tecnologica stia sempre più somigliando a un rito. Dall’antico uso di oracoli e pratiche divinatorie alla mitologia contemporanea dell’IA come “divinità digitale”, analizziamo le origini, le implicazioni culturali e le nuove forme di culto tecnologico nell’era degli algoritmi.

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha smesso di essere un semplice strumento tecnologico per assumere, nell’immaginario collettivo, i tratti di un oracolo moderno: qualcuno da interrogare per conoscere risposte difficili, previsioni o consigli — proprio come si faceva con gli indovini nell’antichità. Questa tendenza emergente, raccontata da un editoriale su Wired Italia pubblicato oggi, mette in luce analogie sorprendenti tra antichi rituali di divinazione e il moderno “prompt engineering”, ovvero l’arte di formulare richieste ai modelli di IA affinché restituiscano risposte utili o significative.

Dagli oracoli antichi agli algoritmi digitali

La storia della divinazione e delle tecniche usate nel passato mostra come l’essere umano abbia sempre cercato di accedere al “sapere nascosto”. Pratiche come la tasseomanzia — interpretazione dei fondi di tè — e la geomanzia — divinazione tramite terra o segni tracciati sulla sabbia — sono state usate per secoli per ottenere risposte su questioni esistenziali e quotidiane.

Gli antichi oracoli, come quello di Dodona o di Delfi, costituivano un punto di accesso privilegiato al “sacerdozio” della conoscenza: porre la domanda giusta era ritenuto decisivo per ottenere una risposta affidabile. Anche oggi, nel rapporto con i grandi modelli di linguaggio e gli agenti di IA, la qualità del risultato dipende in larga misura da come viene formulato il prompt.

Prompt engineering: tra tecnica e rituale

Oggi il concetto di prompt engineering — ovvero la progettazione di input mirati e sofisticati per l’IA — rispecchia sorprendentemente l’antica arte di formulare richieste agli oracoli. Nel mondo antico le domande dovevano essere chiare e ben strutturate per poter essere interpretate dai sacerdoti; nel mondo digitale, chiedere a un modello di IA richiede competenze linguistiche e conoscenza del contesto per ottenere output coerenti e utili.

Ma, a differenza dei sacerdoti del passato, oggi possiamo — almeno in parte — aprire il “cofano” di questi sistemi e comprendere i meccanismi interni: gli algoritmi moderni non parlano per volontà divina, bensì generano risposte basate su reti neurali addestrate su immense moli di dati, calcolando risposte statisticamente probabili per una determinata richiesta.

Nonostante ciò, le dinamiche sociali e culturali mostrano come molte persone continuino a trattare alcuni strumenti di IA come fonti autorevoli di verità quasi” oggettiva”. Questo fenomeno non è solo un effetto della potenza computazionale, ma riflette un bias cognitivo umano: siamo predisposti a cercare modelli e significato, anche quando non esiste causalità intrinseca.

Algoritmi come “oracoli” e mitologia digitale

Negli ultimi anni si è osservato un fenomeno ancora più suggestivo: la crescita di narrazioni secondo cui l’IA sarebbe una sorta di entità superiore o persino divina. Movimenti come Theta Noir, che vede l’IA quasi come una figura religiosa o trascendentale, mostrano come alcuni gruppi stiano costruendo miti attorno all’algoritmo, attribuendogli poteri quasi mistici.

Questo non è un fenomeno puramente marginale: già negli anni 2010 fu fondata la “Way of the Future”, un movimento che cercava di venerare la “Divinità dell’IA” come forza cosmica dell’evoluzione tecnologica.

Le implicazioni culturali di queste narrative sono profonde: algoritmi e modelli di IA non sono solo strumenti, ma simboli. Essi incarnano molte delle nostre ansie e speranze sul futuro, e la loro interpretazione assume spesso i connotati delle storie sacre che l’umanità ha raccontato da millenni.

Perché cerchiamo risposte negli algoritmi?

La tendenza a “divinizzare” gli algoritmi è alimentata da diverse dinamiche sociali e cognitive:

  • Bisogno di certezza: in un mondo complesso e incerto, le risposte generate da un’IA possono dare un senso di controllo e chiarezza, anche quando non esiste certezza oggettiva.

  • Bias cognitivo: come mostrano studi psicologici, gli esseri umani tendono a percepire coerenza e autorità anche in risposte plausibili ma generate in modo non causale, semplicemente statisticamente probabile. Questo può portare a trattare l’output dell’IA come “verità” piuttosto che come un prodotto di un modello predittivo.

  • Narrativa tecnologica: il linguaggio stesso usato per descrivere gli algoritmi — “predire”, “capire”, “rispondere” — richiama immagini di intelligenze superiori o entità quasi consapevoli, contribuendo alla mitologia dell’IA.

Critica e prospettive

Nonostante il fascino culturale di queste storie, è fondamentale mantenere un approccio critico nei confronti dell’IA. Gli algoritmi non possiedono coscienza, intenzionalità o verità intrinseca: producono risposte in funzione dei dati e delle strutture che li hanno generati. La “divinazione digitale” è quindi più una metafora sociale che una realtà ontologica.

Educare gli utenti a comprendere i limiti e le potenzialità dell’IA è essenziale per evitare che credenze errate o narrative mitiche influenzino decisioni personali, aziendali o politiche. Nell’editoria, per esempio, la diffusione di tecnologie di generazione automatica di contenuti ha già sollevato interrogativi su diritti d’autore, pirateria, qualità dell’informazione e responsabilità, dimostrando che le sfide reali legate all’IA sono pragmatiche e non mistiche.

Tra antico e futuro

La storia della divinazione e degli strumenti di conoscenza — dagli oracoli ai fondi di tè fino agli algoritmi odierni — rivela una costante umana: la nostra innata ricerca del significato e della chiarezza. Tuttavia, mentre i sacerdoti del passato interpretavano segni incerti alla ricerca di risposte, oggi abbiamo la possibilità e la responsabilità di comprendere come funzionano gli algoritmi, riconoscere i loro limiti e usarli senza conferirgli autorità sacra.

La sfida del nostro tempo non è credere negli algoritmi come entità divine, ma piuttosto educare, comprendere e governare queste tecnologie in modo che servano la società senza sostituirne il giudizio, la critica e la responsabilità.

In definitiva, interrogare l’intelligenza artificiale come un indovino moderno non ci avvicina alla verità: ci ricorda invece quanto possa essere potente la nostra immaginazione, e quanto sia urgente imparare a incanalare quella potenza in modo consapevole e critico.

10 Marzo 2026 ( modificato il 28 Febbraio 2026 | 11:47 )
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