🌐 Khamenei ucciso nei raid di Usa e Israele: ora il rebus successione
La conferma della morte di Ali Khamenei nei raid congiunti di Stati Uniti e Israele riaccende il nodo sulla successione alla guida dell’Iran, scatenando un’incertezza politica interna e nuove tensioni geopolitiche mentre la costituzione e i vertici del regime si preparano a decidere il futuro del Paese.
La conferma della morte di Khamenei e la crisi politica
La Guida Suprema dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei, è stata uccisa il 28 febbraio 2026 durante un attacco militare congiunto di Usa e Israele, un evento che segna una cesura storica nel potere teocratico di Teheran e apre una fase di profonda incertezza. La morte di Khamenei, che guidava la Repubblica islamica dal 1989, è stata confermata dalle autorità iraniane dopo ore di notizie contrastanti e riconosciuta ufficialmente dalla televisione di stato, che ha proclamato un periodo di lutto nazionale di 40 giorni. La scomparsa del leader è avvenuta nel contesto di un’ampia campagna di bombardamenti diretti contro le infrastrutture e i vertici del regime.

La portata della crisi è amplificata dal fatto che insieme a Khamenei sono stati colpiti numerosi alti funzionari della struttura politica e militare iraniana, generando un vuoto nei ranghi di comando che ora mette sotto pressione la macchina statale. Non esiste al momento un successore chiaramente designato che possa raccogliere l’eredità del Rahbar, come viene chiamata in Iran la Guida Suprema.
Come funziona la successione secondo la costituzione iraniana
La costituzione iraniana prevede che, in caso di morte del Supremo Leader, un organismo di transizione composto da figure di vertice dello Stato gestisca il potere fino all’elezione del nuovo leader da parte dell’Assemblea degli Esperti, un’assemblea di 88 membri di alto profilo clericale e politico. Questo organo provvisorio dovrebbe includere il presidente della Repubblica, il capo della magistratura e almeno un membro del Guardian Council. La transizione di potere non è immediata e richiede il consenso di influenti istituzioni religiose e potere politico miliare, tra cui i Guardiani della Rivoluzione.
Tuttavia, la scelta del prossimo Rahbar non è mai stata una procedura semplice nella storia della Repubblica Islamica, e in un momento di crisi militare e politica come quello attuale la partita si complica ulteriormente. La figura più citata tra gli aspiranti alla leadership è Ali Larijani, segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale e figura chiave del conservatorismo pragmatico iraniano, ritenuto il candidato in grado di mediare tra le varie anime del regime. Altri nomi di rilievo nella discussione interna includono il presidente del Parlamento e l’ex presidente Hassan Rouhani, che potrebbero far parte di una gestione collegiale di emergenza. Curiosamente, il figlio di Khamenei, Mojtaba, più volte indicato dall’opposizione come possibile successore, non figura tra i candidati principali nel piano di successione delineato nelle ultime analisi.

Le reazioni interne e il clima sociale in Iran
La morte di Khamenei ha suscitato reazioni contrastanti all’interno dell’Iran. Mentre molte persone si sono radunate nelle strade di Teheran e in altre città per manifestare dolore, migliaia di cittadini hanno anche espresso sentimenti di rabbia e chiamate alla vendetta contro Usa e Israele, gridando slogan anti-occidentali. Le autorità religiose e militari iraniane hanno promesso ritorsioni severe, definendo la morte della Guida come un “martirio” che richiede una risposta forte.
Questa tensione si inserisce in un contesto già caratterizzato da anni di proteste interne, insoddisfazione economica e repressione delle opposizioni; la scomparsa del leader potenzialmente rafforza sia le componenti più dure del regime sia quelle che vedono nella transizione forzata un’opportunità di cambiamento. La possibilità di aperture interne o di conflitti tra fazioni in competizione complica ulteriormente le prospettive di stabilità politica all’interno del Paese.
Implicazioni geopolitiche della successione post-Khamenei
La morte di Khamenei non rimane un fatto interno: ha profonde implicazioni sulla geopolitica regionale e globale. L’Iran è un attore centrale nel Medio Oriente, influenzando conflitti in Siria, Iraq, Libano e Yemen tramite alleanze e reti di milizie. La capacità di Teheran di mantenere la sua influenza e la coesione delle milizie filo-iraniane dipenderà in larga parte dalla stabilità del nuovo assetto politico interno e dalla reazione delle forze armate e clericali.
Inoltre, la successione apre scenari contrastanti sulla politica nucleare di Teheran e sulle relazioni con l’Occidente e gli alleati regionali. Se da una parte un nuovo leader più pragmatico potrebbe favorire una distensione, la pressione delle forze più radicali e la vendetta annunciata dalle Guardie della Rivoluzione potrebbero invece spingere l’Iran verso una maggiore conflittualità, aumentando il rischio di escalation militare nella regione.

Le incognite del futuro politico iraniano
Il rebus della successione in Iran dopo Khamenei resta quindi aperto e complesso. La combinazione di un sistema costituzionale che richiede consenso tra istituzioni religiose e militari, la mancanza di un successore chiaro e le pressioni interne ed esterne mette Teheran di fronte a una fase di transizione potenzialmente destabilizzante. Nel breve termine, la leadership di transizione cercherà di rassicurare l’apparato statale e di controllare le forze armate per evitare clivaggi, ma la vera prova sarà la capacità dell’Assemblea degli Esperti di eleggere un nuovo Rahbar credibile, in grado di guidare un Paese in fermento politico e sociale.
La storia dell’Iran rivoluzionario insegna che la figura del Supremo Leader non è solo un potere politico: è simbolo di un progetto di Stato teocratico che ha tenuto insieme istituzioni complesse e ideologie variegate. Con la sua scomparsa, il futuro della Repubblica islamica entra in una fase di grande incertezza, con ripercussioni potenzialmente profonde per l’equilibrio del Medio Oriente e la sicurezza internazionale.
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