La felicità a due non esiste è una riflessione di Oriana Fallaci contenuta nel romanzo Insciallah (1990) che riflette sull’idea di felicità come condizione solitaria, offrendo una profonda riflessione filosofica sul coraggio di stare da soli e di trovare la propria pace interiore.
Nel panorama della scrittura di Oriana Fallaci, giornalista, scrittrice e inviata di guerra italiana tra le più note del Novecento, emerge una poesia che ha attraversato gli anni suscitando dibattito e interpretazioni di carattere filosofico, psicologico e spirituale. La felicità a due non esiste, presente nel romanzo Insciallah pubblicato nel 1990, propone una visione radicale del concetto di felicità: non è una condizione da raggiungere necessariamente in coppia, ma un cammino interiore e solitario da compiere in autonomia.
La poesia, sebbene non sia tra le composizioni più note della Fallaci rispetto alle sue celebri opere di giornalismo e narrativa politica, incarna uno dei fili tematici più affascinanti e meno esplorati della sua produzione letteraria: la solitudine come dimensione di forza, di introspezione e di conquista personale.
Il contesto di Insciallah e l’insight poetico
Insciallah è un romanzo di Oriana Fallaci ambientato durante la guerra civile in Libano negli anni ottanta, che utilizza molteplici voci per raccontare la complessità dei conflitti personali e collettivi vissuti dai protagonisti. In questo contesto narrativo denso di contrasti, la riflessione La felicità a due non esiste emerge come momento di riflessione sulla natura dell’essere umano e sulla possibilità di trovare la vera felicità lontano dalle aspettative sociali e dalle dinamiche relazionali tradizionali.
La poesia inizia con un’affermazione netta: “La felicità a due non esiste. La felicità è solitaria.” Questo verso centrale ribalta l’idea comune che la realizzazione personale e la soddisfazione emotiva debbano necessariamente passare attraverso la relazione con un altro. Piuttosto, la felicità viene dipinta come un sentiero interiore e profondo che richiede coraggio e introspezione.

Il viaggio interiore verso la felicità
“La felicità è solitaria. È un sogno che va pei sentieri d’un mondo sconosciuto e lontano: laggiù dove s’alzan le vette dell’Himalaya.” Con questa immagine, la poesia di Fallaci utilizza il simbolismo del viaggio e dell’altezza: la felicità non è un luogo accessibile a tutti, ma una vetta da conquistare attraverso una ricerca personale, spesso lontano dalle relazioni convenzionali.
La figura del monaco descritto nel verso – “È un monaco che va solo beandosi del suo silenzio…” – incarna l’ideale di quel cammino solitario. Il monaco rappresenta la capacità di ascoltare se stessi, di coltivare il proprio silenzio e di trovare un equilibrio interiore che non dipenda da altri. L’unità tra solitudine e pace interiore diventa la chiave interpretativa del concetto di felicità presentato dalla Fallaci.
La poesia prosegue con immagini naturali – mango, hibiscus, ghiacciai – che rappresentano la semplicità, la bellezza e la gratuità delle esperienze che si incontrano lungo il cammino di chi sceglie di guardarsi dentro. Questi elementi sottolineano come la felicità non sia un valore misurabile in termini di relazione o possesso, ma una condizione di profonda armonia con se stessi e con il mondo.
Felicità, solitudine e filosofia personale
La riflessione proposta da Fallaci nella poesia risuona con un tema più ampio nella filosofia esistenziale e nella psicologia contemporanea: la felicità non è un bene da reperire all’esterno, ma una conquista interiore che richiede consapevolezza, autonomia e, soprattutto, il coraggio di stare da soli. Secondo questa prospettiva, le relazioni di coppia non sono obsolete o dannose; piuttosto, non possono sostituire la necessità di sviluppare una relazione autentica con se stessi.
La scelta della solitudine non è qui rappresentata come rifiuto delle relazioni umane, ma come apertura verso una dimensione di esistenza in cui l’individuo è pienamente responsabile del proprio benessere e delle proprie aspirazioni. La felicità, in questo senso, diventa un monastero simbolico sulle vette dell’Himalaya: un luogo di pace e di equilibrio interiore che non viene dato, ma conquistato.

Una poesia emersa nella contemporaneità
Negli ultimi anni, “La felicità a due non esiste” ha riacquistato attenzione mediatica e culturale, soprattutto in relazione ai dibattiti moderni sulla salute mentale, l’autonomia emotiva e la natura delle relazioni affettive. Alcuni commentatori hanno evidenziato come la poesia oltrepassi il suo contesto narrativo originale per parlare a quotidiani interrogativi esistenziali, proponendo una concezione di felicità che non coincide necessariamente con l’ideale romantico dominante.
In un’epoca in cui la cultura digitale spesso enfatizza l’idea della “coppia perfetta” come meta di realizzazione personale, la poesia di Fallaci invita a guardare oltre gli stereotipi. La felicità non è un traguardo esterno, ma una condizione che si costruisce attraverso l’autenticità, l’onestà con se stessi e la disponibilità ad ascoltare il proprio silenzio.I
Il coraggio di stare da soli
“La felicità a due non esiste” non è semplicemente una critica alle relazioni di coppia: è una celebrazione del coraggio di affrontare la propria solitudine per scoprire la propria felicità interiore. Attraverso le immagini evocative della poesia e il contesto più ampio di Insciallah, Oriana Fallaci offre una visione della vita che sfida la convenzione e invita a una profonda riflessione personale, ricordando che la pace e la felicità autentiche devono essere prima cercate dentro se stessi, prima di essere condivise con altri.

La felicità a due non esiste di Oriana Fallaci
La felicità a due non esiste.
La felicità è solitaria.
È un sogno che va
pei sentieri d’un mondo
sconosciuto e lontano:
laggiù dove s’alzan le vette dell’Himalaya.
È un monaco che va solo
beandosi del suo silenzio
e del silenzio che lo circonda.
È il bastone sul quale si appoggia
un bastone innocuo non un bastone che uccide.
È il campanellino legato al suo piede
per dire alle formiche
spostatevi, non voglio schiacciarvi.
Alberi gialli di mango
fiammeggianti cespugli di hibiscus
orlano la tacita strada:
quando ha fame di cibo egli mangia
un mango maturo,
quando ha fame di bellezza egli tocc
aun hibiscus sbocciato,
poi riprende il cammino ed arriva
al monastero che sta sulle vette dell’Himalaya.
La felicità è un monastero
che sta sulle vette dell’Himalaya.
Bianchi ghiacciai e monaci muti
lunghissime trombe che al sorger del sole
esalano un suono purissimo
sempre ripetuto ed eguale a sé stesso.
E lui
senza rimpiangere le melodie
d’un tempo sepolto coi desideri e i ricordi
ascolta e sorride felice perché
sa d’essere in pace, d’aver finalmente trovato
la pace.






