🌐 Depressione, una speranza arriva da un fungo allucinogeno
In Italia parte la prima sperimentazione clinica con psilocibina, il principio dei funghi allucinogeni, per la depressione resistente: una svolta terapeutica importante che apre nuove prospettive di cura ma richiede rigoroso monitoraggio medico.
La depressione resistente ai trattamenti convenzionali – quella forma di disturbo depressivo che non risponde adeguatamente alle terapie standard con antidepressivi o psicoterapia – rappresenta una delle sfide più complesse della psichiatria moderna. In questo contesto, l’uso della psilocibina, una sostanza psichedelica presente nei funghi allucinogeni, si sta affermando come possibile nuovo strumento terapeutico, suscitando grande interesse scientifico e mediatico. La prima sperimentazione clinica in Italia è stata avviata ufficialmente all’inizio di febbraio 2026 con la somministrazione del composto a una paziente affetta da depressione resistente, nella clinica psichiatrica dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti.
Il protocollo sperimentale è rigoroso: randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, secondo gli standard internazionali, per garantire risultati scientificamente solidi. La prima donna trattata, 63 anni, rimane sotto osservazione secondo il disegno della sperimentazione, che prevede due somministrazioni a distanza di diverse settimane con successivo follow-up clinico per valutare l’evoluzione dei sintomi depressivi nel tempo.

Perché la psilocibina suscita interesse nella ricerca sulla depressione
La psilocibina è un composto psichedelico che agisce principalmente sui recettori della serotonina nel cervello, influenzando reti neurali implicate nella regolazione dell’umore, dell’apprendimento emotivo e della percezione. A differenza degli antidepressivi tradizionali – come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) – che modulano i livelli di serotonina in modo graduale, la psilocibina sembra agire aumentando la connettività emotiva e promuovendo cambiamenti profondi nei modelli di pensiero, potenzialmente utili per rompere cicli depressivi persistenti.
Oltre alla psilocibina, studi internazionali hanno mostrato risultati promettenti, anche se preliminari, su pazienti con depressione e ansia refrattarie ad altri trattamenti, inclusi disturbi legati a condizioni mediche complesse. Queste ricerche suggeriscono che anche una o poche dosi, integrate in un percorso terapeutico strutturato, possano portare a miglioramenti clinici significativi. Tuttavia, la variabilità nei risultati e nelle metodologie cliniche rende necessarie ulteriori evidenze prima di un uso clinico su larga scala.
La sperimentazione italian
Il progetto in corso in Italia è finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e vede la collaborazione tra varie istituzioni sanitarie, tra cui l’Istituto Superiore di Sanità, l’Università “G. d’Annunzio” di Chieti, la ASL Roma 5 e gli Ospedali Riuniti di Foggia. Complessivamente, lo studio coinvolgerà circa 68 pazienti con depressione resistente, con somministrazioni di psilocibina e monitoraggio clinico avanzato.
Il disegno sperimentale prevede anche l’utilizzo di tecniche di neuroimaging e di biomarcatori cerebrali per comprendere meglio come la psilocibina influenzi il funzionamento del cervello nei soggetti depressi, un passo importante per definire nuove strategie di psichiatria di precisione.
Questo approccio integrato e scientificamente rigoroso mira a superare i limiti delle ricerche precedenti, spesso basate su piccoli campioni, studi aperti o metodologie non standardizzate.

Un cambio di paradigma terapeutico
Secondo gli esperti coinvolti, questa sperimentazione potrebbe rappresentare un “cambio di paradigma” nel trattamento dei disturbi depressivi più severi, aprendo la strada a nuovi trattamenti basati su molecole psichedeliche ma somministrati in contesti clinici sicuri e controllati.
A livello internazionale, altri Paesi stanno esplorando percorsi simili: ad esempio, regolatori tedeschi hanno iniziato a permettere l’uso di psilocibina sotto stretto controllo per casi selezionati di depressione resistente, mentre nazioni come la Nuova Zelanda hanno approvato l’uso terapeutico dei “funghi magici” in contesti clinici.
Dibattito scientifico ed etico
Nonostante i risultati promettenti, la comunità scientifica invita alla cautela, sottolineando che gli effetti della psilocibina – pur potenti – non sono ancora completamente compresi, soprattutto riguardo alla durata dell’efficacia e alla variabilità individuale della risposta terapeutica. Alcuni studi indicano che miglioramenti clinici possono verificarsi anche in seguito a placebo o in combinazione con psicoterapia, rendendo essenziale il rigore metodologico negli studi clinici.
Inoltre, l’uso di sostanze psichedeliche solleva questioni etiche e normative, inclusi la sicurezza del paziente, la necessità di un supporto psicologico pre- e post-somministrazione e l’adeguata formazione dei professionisti coinvolti. In Italia, la sperimentazione è condotta in un ambiente protetto e supervisione clinica continua per tutelare i partecipanti.

Prospettive future per la psichiatria
Se i risultati italiani confermeranno l’efficacia e la sicurezza della psilocibina nel trattamento della depressione resistente, potrebbe aprirsi la strada a nuove opzioni terapeutiche che integrano farmaci innovativi con terapie psicologiche personalizzate. Questo potrebbe rappresentare un’importante aggiunta alle attuali modalità di cura, particolarmente per quei pazienti che non rispondono alle terapie tradizionali.
In ogni caso, la sperimentazione in corso non va vista come una “cura miracolosa”, ma come un passo significativo nel lungo percorso di ricerca clinica, orientato a comprendere meglio i meccanismi cerebrali della depressione e a offrire alternative concrete a chi è in difficoltà.
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