5:24 pm, 17 Febbraio 26 calendario

🌐 Imperatori Romani e follia : quando il potere dà alla testa

Di: Redazione Metrotoday
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L’antica Roma continua ad affascinare il pubblico moderno non solo per le sue conquiste e istituzioni durature, ma anche per le figure estreme che hanno segnato la sua storia politica. La visione che molti imperatori romani fossero “pazzi” o affetti da disturbi mentali è una narrativa ricorrente nelle fonti antiche e nella cultura popolare, ma richiede un’analisi più profonda e contestualizzata alla luce degli studi storici e delle interpretazioni moderne.

Il mito della pazzia imperiale: tra cronaca e propaganda

Nel raccontare le figure di imperatori come Caligola, Commodo o Caracalla, gli storici antichi come Svetonio e Tacito hanno usato descrizioni piene di aneddoti di estrema crudeltà, capricci e comportamenti aberranti. Queste narrazioni sono spesso classificate come testimonianze di follia, ma vanno interpretate nel contesto della propaganda politica dell’epoca, in cui gli autori, appartenenti all’aristocrazia senatoria, avevano motivi per dipingere il potere assoluto come corrotto e destabilizzante.

Le fonti di epoca romana erano spesso ostili agli imperatori, e molte delle storie di follia sono state tramandate da autori che vedevano il potere accentrato come una minaccia ai valori repubblicani tradizionali, un giudizio morale più che una diagnosi clinica.

Caligola: tra mito e realtà storica

Caligola (12‑41 d.C.) è probabilmente il caso più emblematico di “imperatore pazzo” nella memoria collettiva. Secondo le fonti, iniziò il suo regno in modo promettente, ma una grave malattia lo colpì poco dopo la salita al potere, e le narrazioni antiche riportano comportamenti estremi come l’autoproclamazione di divinità, la nomina del cavallo al senato e esecuzioni arbitrarie di cittadini e senatori.

Ma molte di queste storie, spesso sensazionalistiche, potrebbero riflettere la reazione politica del senato e delle élite verso un imperatore che li esclusi dal potere reale, piuttosto che una vera schizofrenia o un disturbo mentale diagnosticabile con criteri moderni.

Commodo: l’imperatore gladiatore e l’autorappresentazione del potere

Figlio di Marco Aurelio, Commodo (161‑192 d.C.) è ricordato per aver trasformato il ruolo dell’imperatore in una sorta di spettacolo personale, partecipando ai giochi gladiatori e adottando il nome di Ercole. Le fonti lo descrivono come egocentrico e ossessionato dall’immagine pubblica, decisioni tipiche di chi confonde il culto della personalità con la leadership reale.

Oggi gli storici tendono a leggere i comportamenti di Commodo come strategie di legittimazione del potere più che segni di follia clinica, un uso estremo dell’immagine per consolidare l’autorità personale in un contesto di crisi politica interna.

Caracalla e la brutalità del potere assoluto

Caracalla (188‑217 d.C.), salito al potere dopo aver eliminato il fratello Geta, è spesso descritto come uno degli imperatori più spietati della storia romana, responsabile di massacri e repressioni violente. Le narrazioni antiche lo dipingono come un sovrano brutale e paranoico, ma anche qui la realtà storica riflette dinamiche di potere violente più che diagnosi psicologiche moderne.

La sua decisione di massacrarsi oppositori e popolazioni come ad Alessandria è servita spesso come simbolo della brutalità imperiale, ma storici moderni mettono in guardia dal considerare questi atti come sintomi di “follia” in un senso medico contemporaneo.

Potere, isolamento e dinamiche autoritarie

Al di là delle singole figure, la cultura del potere assoluto nella Roma imperiale creò dinamiche in cui gli imperatori erano isolati dal controllo, circondati da élite e cortigiani e costretti a cercare legittimazione attraverso azioni estreme o spettacolari. Questo fenomeno non è esclusivo dell’antichità: storici contemporanei osservano analogie con regimi moderni in cui l’accentramento di potere porta a comportamenti autoritari e al di fuori delle norme sociali condivise.

In questo senso, la “pazzia” degli imperatori può essere vista come una narrazione metaforica sulla pericolosità del potere incontrollato, piuttosto che come una diagnosi clinica basata su criteri psicologici attuali.

Il contesto politico e sociale dietro la storia

La Roma antica non era un teatro isolato di eccentricità: era una società complessa, con istituzioni, conflitti di classe e tensioni tra potere imperiale e aristocrazia senatoria. La propaganda letteraria e storica dell’epoca contribuì a plasmare l’immagine di certi imperatori come “mostri” o “folli”, ma spesso tale immagine serviva a legittimare gruppi politici opposti o a spiegare eventi traumatici con narrazioni moralizzanti.

In tempi moderni, la riflessione su queste figure permette anche di confrontare le strutture di potere, l’uso della paura e della propaganda politica nei grandi imperi con le dinamiche delle democrazie contemporanee, in cui sovente il potere personalistico suscita accuse di “follia” o di perdita di contatto con la realtà anche nei leader eletti.

Consapevolezza storica contro stereotipi

Oggi gli storici invitano a guardare oltre il mito della pazzia per capire le reali cause di comportamenti estremi, come isolamento, crisi istituzionali, lotta per la legittimazione e pressioni interne all’élite. Queste dinamiche, pur in forme diverse, si ritrovano anche nella politica moderna, rivelando quanto il potere assoluto abbia effetti profondi sulla governance e sulle relazioni sociali.

In definitiva, gli imperatori romani non erano “pazzi” nel senso clinico moderno, ma l’esercizio del potere assoluto senza contrappesi istituzionali ha spesso prodotto comportamenti autoritari e spettacolari che sono stati interpretati e raccontati come follia.

17 Febbraio 2026 ( modificato il 9 Febbraio 2026 | 17:32 )
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