🌐 In N. Corea pena di morte per chi guarda Squid Game o ascolta K-pop
La Corea del Nord intensifica repressione culturale: secondo nuove testimonianze, chi guarda Squid Game o ascolta K-pop rischia fino alla pena di morte, segnando una delle più severe campagne contro media stranieri e diritti umani.
Negli ultimi anni la Corea del Nord ha applicato un giro di vite sempre più severo contro la fruizione di media sudcoreani, come la serie globale Squid Game e la musica K-pop. Stando alle testimonianze raccolte da organizzazioni internazionali, le autorità puniscono con esecuzioni pubbliche, lavori forzati o pena di morte chi viene sorpreso a guardare serie o ascoltare musica proveniente dalla Corea del Sud.
Secondo entrambi i rapporti e le interviste a nordcoreani fuggiti dal Paese, esiste una legge interna – la “Legge contro il Pensiero e la Cultura Reazionari” del 2020 – che considera i contenuti sudcoreani una “ideologia marcia” da estirpare.

Testimonianze drammatiche: esecuzioni e repressione
Le testimonianze di ex residenti descrivono un clima di terrore, dove anche studenti delle scuole superiori sono stati giustiziati per aver consumato media stranieri.
Secondo racconti di chi è riuscito a fuggire, alcuni casi sarebbero avvenuti nella provincia di Yanggang e in quella del Nord Hamgyong. Le esecuzioni sono state effettuate in pubblico e talvolta costringendo la popolazione, inclusi altri studenti, ad assistere per “educazione ideologica”.
Un’altra fonte di testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani riferisce che persone siano state giustiziate per avere distribuito drammi sudcoreani o registrazioni di K-pop, con punizioni che comprendono anche il carcere duro o i campi di rieducazione.
Leggi e strumenti di repressione: una gabbia ideologica
Il quadro legislativo nordcoreano prevede che:
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La semplice visione o ascolto di contenuti sudcoreani può portare a 5-15 anni di lavori forzati.
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La distribuzione di tali contenuti o l’organizzazione di visioni collettive può essere punita con la pena di morte.
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Una legge separata del 2023 criminalizza l’uso del linguaggio sudcoreano e può prevedere pene capitali nei casi più gravi.
Queste norme sono applicate da unità di polizia specializzate che effettuano perquisizioni arbitrarie di telefoni e case alla ricerca di video, musica o messaggi contenenti termini vietati.

Disparità sociali nella repressione
Le interviste raccolte evidenziano una disparità profonda nelle punizioni: i cittadini più poveri e senza contatti politici affrontano le pene più dure, mentre chi ha risorse economiche o relazioni può talvolta evitarle pagando tangenti a funzionari corrotti.
Un ex residente, Kim Joonsik, ad esempio, racconta di essere stato sorpreso più volte a guardare drammi sudcoreani senza conseguenze grazie alle sue connessioni, mentre altri meno fortunati sono stati mandati nei campi.
Contrabbando e desiderio di libertà culturale
Nonostante la repressione, consumare contenuti stranieri resta una pratica diffusa tra la popolazione nordcoreana, soprattutto tramite flash drive e schede USB contrabbandate dalla Cina, che permettono l’accesso segreto a drammi, musica e film esteri.
Questa diffusione clandestina riflette una forte domanda interna di intrattenimento e informazioni oltre i confini imposti dal regime, evidenziando la frustrazione di una popolazione isolata e privata di libertà fondamentali.
Reazioni internazionali e implicazioni per i diritti umani
Le rivelazioni sulle punizioni estremamente severe per la fruizione di media sudcoreani hanno suscitato forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani e governi occidentali, che denunciano la violazione di diritti fondamentali come la libertà di espressione e di accesso all’informazione.
La pratica delle esecuzioni pubbliche, l’uso dei campi di lavoro e la discriminazione basata su ricchezza o status sociale vengono considerate da molti osservatori come strumenti di controllo politico e culturale, progettati per mantenere il regime in una posizione di potere assoluto.
Un’ombra sulla libertà culturale
In pieno XXI secolo, la situazione in Corea del Nord rappresenta uno degli esempi più estremi di criminalizzazione della cultura e della libertà di pensiero, dove semplici atti di fruizione di media globali possono costare la vita.
La repressione culturale non è solo una questione interna: costringe il mondo a confrontarsi con una realtà in cui il desiderio di guardare una serie o ascoltare musica innocua si trasforma in un crimine capitale, mettendo in luce la fragilità dei diritti umani in regimi autoritari.
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