7:35 pm, 2 Febbraio 26 calendario

🌐 STEM, cresce la domanda di laureati ma l’Europa resta indietro

Di: Camilla Locoratolo
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La domanda di laureati con competenze STEM cresce, ma solo il 26,5% degli studenti europei sceglie percorsi tecnico-scientifici. Il mismatch tra università e imprese diventa un freno strutturale alla competitività europea, mentre pesano divari di genere, barriere culturali e carenza di talenti ICT.

Studenti STEM fermi, mentre l’economia accelera

La corsa globale all’innovazione non aspetta l’Europa. Intelligenza artificiale, automazione industriale, cybersecurity, data science e transizione digitale stanno ridisegnando modelli produttivi, mercati del lavoro e catene del valore. Eppure, proprio mentre la domanda di competenze tecnico-scientifiche cresce a ritmo sostenuto, l’offerta di laureati STEM nel Vecchio Continente resta inchiodata.

Solo il 26,5% degli studenti universitari europei è iscritto a corsi STEM, una quota che non mostra variazioni significative da oltre dieci anni. Un dato che fotografa una stagnazione strutturale, in netto contrasto con le esigenze di un’economia sempre più guidata dalla tecnologia.

Il risultato è un disallineamento profondo: più di un’azienda su due segnala difficoltà nel reperire profili con competenze STEM adeguate, con effetti concreti sulla capacità di realizzare progetti, attrarre investimenti e scalare l’innovazione. Non si tratta di una fase congiunturale, ma di un vincolo che rischia di compromettere la crescita nel medio periodo.

Il paradosso STEM: mancano i profili più richiesti

All’interno dell’universo STEM, il problema si fa ancora più evidente. Le iscrizioni non crescono proprio nei settori dove il mercato del lavoro corre più veloce. I percorsi legati alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione rappresentano appena il 20,6% del totale degli studenti STEM, nonostante siano quelli con i tassi di occupazione più elevati e una domanda in continua espansione.

Il paradosso è evidente: mentre imprese e pubbliche amministrazioni cercano sviluppatori, ingegneri digitali, esperti di dati e sicurezza informatica, il sistema formativo non riesce ad alimentare un bacino sufficiente di talenti. Questo squilibrio si traduce in maggiori costi di selezione, rallentamenti nei piani industriali e crescente dipendenza da competenze estere.

Divario di genere: un capitale umano inutilizzato

Il divario di genere resta uno dei nodi più critici. Le donne rappresentano oltre la metà della popolazione universitaria europea, ma solo il 32,2% delle iscritte sceglie percorsi STEM. La situazione peggiora ulteriormente nei settori a più alto valore aggiunto: ingegneria e ICT restano fortemente sbilanciati, con una presenza femminile che fatica a superare il 30% e che scende a poco più del 20% nelle tecnologie digitali.

L’unica eccezione è l’area delle scienze naturali, matematica e statistica, dove si registra una sostanziale parità. Ma nei settori che guidano l’innovazione e la produttività, il talento femminile continua a rimanere ai margini.

Questa esclusione non è solo una questione di equità sociale, ma un problema economico. In un contesto di scarsità di competenze, rinunciare a una parte così ampia del potenziale umano significa ridurre la capacità di crescita dell’intero sistema. Inoltre, la scarsa diversità nei team tecnologici aumenta il rischio di soluzioni meno inclusive, capaci di incorporare bias e amplificare disuguaglianze anziché ridurle.

Orientamento, famiglia e stereotipi: il “non fa per me”

Le scelte educative non nascono nel vuoto. Famiglia, scuola e contesto sociale continuano a esercitare un’influenza decisiva. Oltre la metà degli studenti STEM indica i familiari come fattore chiave nella scelta del percorso universitario, segno che le decisioni vengono spesso prese molto prima dell’ingresso in ateneo.

Eppure, sei giovani su dieci che non hanno scelto le STEM dichiarano di averle almeno considerate. A farli desistere sono soprattutto due convinzioni: l’idea che siano “troppo difficili” o la percezione di “non essere portati”. Una selezione che avviene prima ancora della prova dei fatti, alimentata da rappresentazioni culturali e stereotipi persistenti.

Queste dinamiche colpiscono in modo sproporzionato le ragazze. Molte studentesse dichiarano di aver assistito o subito episodi discriminatori, un fattore che incide non solo sull’accesso ai percorsi STEM, ma anche sulla permanenza e sulle carriere future. Il risultato è una doppia perdita: meno iscrizioni e maggiore dispersione lungo il percorso formativo e professionale.

Imprese sotto pressione in un mercato dei talenti globale

Le conseguenze si riflettono direttamente sul sistema produttivo. La competizione per i talenti STEM è ormai globale, e sempre più aziende europee faticano non solo ad assumere, ma anche a trattenere profili qualificati. La mobilità internazionale, unita a offerte più competitive da parte di altri Paesi, rende la “retention” una leva strategica al pari degli investimenti tecnologici.

Non a caso, la grande maggioranza delle imprese chiede interventi pubblici mirati: rafforzamento dell’offerta formativa, maggiore integrazione tra università e mondo del lavoro, programmi di orientamento precoce e politiche attive per ridurre il divario di genere.

Senza un ponte stabile tra formazione e fabbisogni produttivi, il mismatch rischia di diventare permanente, indebolendo la capacità dell’Europa di presidiare le filiere tecnologiche strategiche.

Le STEM come infrastruttura della competitività

Le competenze tecnico-scientifiche non sono più un tema settoriale, ma una vera infrastruttura strategica. Come tutte le infrastrutture, richiedono investimenti continui, una visione di lungo periodo e una governance coordinata tra istituzioni, università e imprese.

Accelerare sulla diffusione delle competenze STEM significa decidere che ruolo l’Europa vuole giocare nel mondo. Restare ferma equivale ad accettare una progressiva perdita di competitività. Agire ora, invece, può trasformare una criticità strutturale in una leva di sviluppo, innovazione e inclusione.

2 Febbraio 2026
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