🌐 Sahara e desertificazione: alberi morti a 70 °C
“Sahara”: alberi morti a 70 °C e desertificazione spietata nei confini del deserto. Solo tecniche locali come le buche a mezza luna e il sistema zaï riescono a conservare l’acqua, rigenerare il suolo e frenare l’estinzione della vita nel Sahara e nel Sahel.
Un deserto sotto stress climatico e biologico
Il Sahara, definito spesso come il simbolo della resilienza ambientale, sta affrontando sfide climatiche e ambientali senza precedenti. Negli ultimi anni le temperature registrate in alcune zone sahariane hanno superato costantemente i 70 °C, condizioni che rendono incredibilmente difficile la sopravvivenza di piante e alberi, con conseguenti ondate di mortalità vegetale in vaste aree aride. Secondo testimonianze giornalistiche, in tali condizioni estreme “miliardi di alberi sono morti nel deserto” senza poter resistere allo stress termico e alla scarsità di acqua.

Questa episodio climatico è legato non solo a picchi isolati, ma al fenomeno globale del riscaldamento: temperature record e siccità prolungate intensificano la desertificazione, aggravano la precarietà dell’ecosistema e rendono ancora più improbabile la crescita di vegetazione spontanea.
C’è poi la dinamica naturale del deserto stessa: il Sahara non ha sempre avuto l’aspetto che conosciamo oggi. Studi paleoclimatici mostrano che tra circa 12 000 e 5 000 anni fa, il Sahara era un “Green Sahara”, attraversato da laghi e vegetazione che facilitavano anche migrazioni umane. La trasformazione da paesaggio verde a deserto è parte di cicli naturali combinati con cambiamenti climatici più recenti.
La desertificazione non è solo calore: cause complesse e interdipendenti
Il fenomeno della desertificazione include più fattori: non è solo la temperatura estrema, ma anche la perdita di copertura vegetale, l’erosione dei suoli, la scarsità di precipitazioni, l’uso insostenibile della terra e la pressione antropica su risorse idriche e biologiche. Un ecosistema che perde vegetazione finisce per accelerare la sua degradazione: senza alberi o piante, il suolo perde capacità di trattenere l’acqua e subisce erosione, favorendo l’espansione del deserto stesso.

Progetti di contrasto alla desertificazione, come la Grande Muraglia Verde (Great Green Wall), puntano a creare una cinta di vegetazione lunga migliaia di chilometri a sud del Sahara per fermare l’avanzata del deserto e fornire servizi ecosistemici alle comunità locali. L’iniziativa, promossa dall’Unione Africana dal 2007, ha piantato milioni di alberi e ripristinato parte di terre degradate, ma procede a rilento ed è ancora molto lontana dai suoi obiettivi originali.
Le tecniche della speranza: buche a mezza luna e zaï
In questo contesto drammatico, è emersa una luce concreta di speranza grazie a tecniche agricole e di conservazione del suolo sviluppate e adattate dalle stesse comunità del Sahel. Tecniche tradizionali e semplici stanno dimostrando una sorprendente efficacia nel frenare la desertificazione e rigenerare il terreno arido.
Una delle tecniche più efficaci sono le buche a mezza luna (half-moons): scavate a mano o con strumenti semplici, queste cavità semicircolari catturano l’acqua piovana e aumentano la sua infiltrazione nel terreno, rallentando il deflusso e fornendo condizioni più favorevoli per la germinazione di semi, piccole piante e alberi.

Questa pratica, integrata anche con strutture di pietre e altre tecnologie di conservazione della acqua, crea micro-ambienti in cui le piogge, rare e sporadiche, riescono a penetrare nel suolo, migliorano l’umidità del terreno e favoriscono la crescita vegetale. Inoltre, alcune ricerche scientifiche hanno confermato che queste tecniche migliorano la crescita delle piantine nel Sahel, con incrementi significativi rispetto ad altri metodi.
Parallelamente c’è la tecnica zaï, tradizionalmente usata nel Sahel occidentale e resa celebre dal burkinabé Yacouba Sawadogo, conosciuto come “l’uomo che fermò il deserto”. Questa tecnica consiste nel scavare buche più piccole nel terreno arido, riempirle di compost e materia organica e lasciare che attirino organismi importanti come le termiti, che aiutano a rompere e ammorbidire il suolo, favorendo l’infiltrazione d’acqua e la crescita di piante e alberi.
Rigenerazione, biodiversità e sicurezza alimentare
Queste soluzioni locali non solo rigenerano suolo e vegetazione, ma hanno impatti diretti sulle comunità che vivono nel Sahel. Nei territori dove tecniche come zaï e half-moons sono state adottate su larga scala:
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milioni di ettari di terre degradate sono stati recuperati;
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centinaia di milioni di nuovi alberi sono cresciuti grazie alla naturale rigenerazione vegetale;
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la sicurezza alimentare delle famiglie è migliorata con maggiori raccolti di cereali come sorgo e miglio;
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la resilienza climatica è aumentata poiché il terreno trattiene meglio l’acqua e resiste alla siccità estrema.
Questi risultati mostrano che sostenere e diffondere le tecniche di conservazione del suolo è una delle strategie più efficienti e sostenibili per combattere la desertificazione, soprattutto in un’era di cambiamenti climatici dove grandi progetti globali spesso non riescono ad affrontare in modo efficace e rapido le sfide locali.
Adattamenti e prospettive future
Nonostante i progressi, non bisogna immaginare che tecniche come zaï o le buche semicircolari possano da sole rigenerare completamente il Sahara. Il deserto è enorme, e le dinamiche climatiche e strutturali che lo caratterizzano sono complesse.

Tuttavia, l’esperienza di agricoltori e comunità africane indica che la condivisione di pratiche adattive sta dando risultati concreti che vanno ben oltre la semplice piantagione di alberi. Queste tecniche, a basso costo e con impatto ecologico positivo, funzionano come parte di un mosaico di soluzioni integrate — dalla gestione delle risorse idriche alla riforestazione, dalla protezione delle oasi alla politica climatica internazionale.
Se ben supportate da investimenti, ricerca e coordinamento internazionale — incluso il rafforzamento di iniziative come la Grande Muraglia Verde — queste esperienze di rigenerazione locale possono rappresentare un elemento chiave nella lotta globale contro la desertificazione e la perdita di biodiversità nei deserti e nelle aree semi‑aride del pianeta.
In sintesi, mentre il Sahara soffre per temperature estreme e la perdita di alberi in vaste aree, le tecniche tradizionali e locali come buche a mezza luna e zaï emergono come strumenti efficaci per frenare la desertificazione e preservare la vita — un esempio di come l’ingegno delle comunità e l’adattamento climatico possano invertire tendenze apparentemente irreversibili.
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