🌐 I GHEPARDI DELL’ARABIA, UNA SCOPERTA CHE RISCRIVE LA STORIA NATURALE
Nel nord dell’Arabia Saudita, in una rete di grotte vicino ad Arar, scienziati hanno riportato alla luce sette ghepardi mummificati naturalmente e decine di resti scheletrici: una scoperta senza precedenti che offre dati genetici, nuove prospettive di conservazione e la possibilità di riallocare la specie in regioni da cui è scomparsa.
Nel cuore del deserto saudita, un ritrovamento eccezionale ha catturato l’attenzione della comunità scientifica internazionale: resti di ghepardi conservati naturalmente per secoli all’interno di grotte carsiche. La scoperta è stata riportata da diverse testate internazionali e confermata da uno studio pubblicato nella rivista Communications Earth & Environment basato sull’esame di reperti rinvenuti nel sito di Lauga, vicino alla città di Arar, nel nord del regno.
Un archivio naturale di biodiversità perduta
Gli scavi, condotti tra il 2022 e il 2023, hanno portato alla luce sette ghepardi mummificati naturalmente insieme alle ossa di almeno 54 altri individui in vari stati di conservazione. La datazione al radiocarbonio indica che alcuni resti risalgono a circa 4.000 anni fa, mentre altri non superano i 130–180 anni, mostrando una presenza continuativa della specie nella regione per millenni.
È la prima volta che grandi felini si trovano conservati in questo stato in un contesto naturale, un fenomeno che va oltre i classici esempi di mummificazione artificiale dell’Antico Egitto. Le condizioni uniche delle grotte — ambiente estremamente secco, temperatura relativamente costante e basso tasso di umidità — hanno impedito la decomposizione, creando una sorta di archivio naturale che ha preservato tessuti molli, ossa e persino dettagli anatomici dei ghepardi.
Perché questa scoperta è così importante
La conservazione dell’animale in queste grotte ha consentito ai ricercatori di ottenere genomi completi dai reperti mummificati, un risultato finora inusuale per mammiferi di grandi dimensioni. Analytics genetici preliminari mostrano che alcuni degli esemplari sono strettamente correlati ai ghepardi asiatici (Acinonyx jubatus venaticus), oggi gravemente minacciati e confinati a una piccolissima popolazione in Iran, mentre altri resti condividono affinità con i ghepardi del Nord-Ovest Africa (Acinonyx jubatus hecki).
Questo dettaglio genetico è cruciale: non solo conferma che i ghepardi abitavano la Penisola Arabica molto più a lungo di quanto si pensasse, ma offre anche una chiave concreta per valutare future strategie di conservazione e reintroduzione.

Un habitat perduto e un finale tragico
I ghepardi un tempo erano distribuiti su gran parte dell’Africa e dell’Asia meridionale. Tuttavia, negli ultimi decenni, la specie ha perso circa il 91% del suo areale storico e sopravvive oggi in appena il 9% di quel territorio. La popolazione asiatica è particolarmente a rischio, con stime di poche decine di individui rimasti in natura.
Sulla Penisola Arabica, gli ultimi avvistamenti risalgono agli anni Settanta del XX secolo, quando questi felini furono segnalati per l’ultima volta nei deserti dell’Oman e dell’Arabia Saudita prima della loro estinzione locale causata da una combinazione di caccia, perdita di habitat, riduzione delle prede, conflitti con l’uomo e altri impatti antropici.
Le grotte come “capsule del tempo” ecologiche
Le sette mummie di ghepardo e i resti scheletrici non si trovano in superficie ma nei profondi meandri di un sistema carsico, la rete di grotte di Lauga. Alcuni corpi sono stati scoperti a centinaia di metri dall’ingresso, il che suggerisce che la presenza della specie fosse parte integrante dell’ecosistema sotterraneo e delle zone immediatamente circostanti, probabilmente come rifugio o luogo di riproduzione.
Gli studiosi ipotizzano che queste cavità potessero servire come tana naturale dove femmine e cuccioli trovavano riparo dal caldo estremo della superficie e dai predatori. La stessa assenza di resti di grandi prede suggerisce che non si trattasse di un semplice deposito accidentale di carcasse, ma di una relazione più complessa tra grandi felini e ambiente.
Ripensare la conservazione: dalla storia alla reintroduzione
La scoperta ha già ispirato discussioni su progetti di reintroduzione dei ghepardi nella Penisola Arabica. Il governo saudita, attraverso il National Center for Wildlife, ha lanciato programmi di conservazione per riportare in natura specie estinte localmente, tra cui il ghepardo. Analisi genetiche dettagliate come quelle ottenute dai fossili mummificati offrono informazioni essenziali per scegliere linee genetiche compatibili da utilizzare nella reintroduzione, aumentando le possibilità di successo e riducendo problemi legati all’inbreeding.
Secondo esperti di conservazione, l’identificazione di più sottospecie nei resti antichi indica che in passato la popolazione di ghepardi in Arabia era più eterogenea di quanto si pensasse, suggerendo che programmi di reintroduzione possano attingere da popolazioni più robuste per ricostruire un gruppo vitale di grandi felini.
Un ponte fra passato e futuro della fauna selvatica
Oltre al valore accademico, l’eccezionale conservazione dei resti ha un valore simbolico e pratico: le mummie diventano un ponte fra il passato ecologico perduto dell’Arabia e le possibilità di un futuro in cui i ghepardi — una volta dominatori delle distese desertiche — possano ritornare a correre liberi.
Questa scoperta di Arar non è solo un’importante pietra miliare per l’archeozoologia e la biologia evolutiva: è un invito a ripensare la relazione fra esseri umani, animali e paesaggi, ricordando che la perdita di una specie non deve essere per sempre la parola finale nella storia della biodiversità.
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