🌐 La battaglia di Sea Shepherd per difendere l’ecosistema marino
Di fronte a una crisi crescente causata da pesca intensiva, reti illegali e spreco di biodiversità, Sea Shepherd Italia rilancia la sua missione di guardiano del mare. Con operazioni sotto copertura come l’ultima edizione dell’Operazione SISO, decine di migliaia di attrezzi da pesca abusivi rimossi e centinaia di specie marine salvate, l’organizzazione denuncia un sistema ittico in grave squilibrio. Il messaggio: proteggere il mare significa tutelare l’antico patrimonio naturale del Mediterraneo — e cambiare oggi le nostre scelte di consumo.
Un grido dal Mediterraneo: “il mare non sta bene”
🗣️ «Dopo quello che ho visto in mare, non mangio più pesce». Parole forti, quelle del presidente di Sea Shepherd Italia, pronunciate durante un’intervista recente. Una confessione che racchiude in sé rabbia, dolore e speranza: dolore per un mare ferito, ma speranza per un risveglio collettivo.
Secondo l’organizzazione, i nostri mari — e in particolare il Mare Nostrum — stanno attraversando una crisi di lunga data fatta di sovrasfruttamento, pesca illegale, distruzione degli habitat marini e inquinamento da plastica. Nonostante leggi, regolamenti europei e accordi internazionali, le regole spesso restano sulla carta: in campo, contano le reti non dichiarate, le “trappole fantasma”, i FAD abusivi (Fish Aggregating Devices), strumenti che radunano pesci in massa per catturare indiscriminatamente ogni specie presente sul fondale, comprese quelle non bersaglio.
Sea Shepherd denuncia un sistema di pesca che somiglia sempre più a un Far West: con criminalità organizzata, traffici poco trasparenti e interessi economici enormi. Non è un problema di pochi pescatori, ma di un meccanismo strutturale — che richiede una mobilitazione ampia, non solo militante.

SISO, reti recuperate e vite marine salvate
📌 Dietro le parole, ci sono numeri e risultati concreti. L’ultima edizione dell’Operazione SISO — la campagna di Sea Shepherd contro pesca illegale, reti e attrezzi vietati — ha avuto un bilancio impressionante: solo nel 2025 i volontari hanno messo insieme circa 15.000 ore di lavoro, recuperando 144 FAD illegali, oltre 14 km di palamiti, e 2.325 metri di reti non dichiarate.
Nel corso degli ultimi anni — a partire dal 2018 — Sea Shepherd ha progressivamente intensificato la sua presenza nel Tirreno, nello Ionio e lungo le coste italiane, in collaborazione con Guardia Costiera e Guardia di Finanza. Le operazioni hanno portato alla cattura di reti fantasma, alla denuncia di bracconieri e alla liberazione di numerose specie marine vulnerabili, tra cui polpi, tartarughe marine e calamari.
Un esempio: nel Mar di Tracia, oltre confini italiani, sono state recuperate migliaia di trappole illegali per polpi, grazie all’intervento di Sea Shepherd in collaborazione con autorità locali. Un’azione che ha contribuito a salvare decine di migliaia di animali e a ridurre drasticamente le pratiche illecite nella zona.
Secondo i dati ufficiali, con questi interventi la pressione sulla fauna marina cala — almeno temporaneamente — e l’habitat comincia a rigenerarsi. In aree protette come il Parco di Torre Guaceto o il Plemmirio (Siracusa), la fauna ritorna ad affollare le acque: cernie, ricciole, pesci demersali e specie vulnerabili aumentano in numero e visibilità.
Pesca intensiva, junior ittica e illegalità sistemica
Ma il mare non si salva solo con la sorveglianza — serve un cambiamento di paradigma. Secondo esperti e associazioni — tra cui Oceana — il Mediterraneo ha perso fino al 93 % della sua biodiversità marina a causa della pesca intensiva e dell’uso indiscriminato di metodi distruttivi.
Un esempio drammatico è la situazione del merluzzo (o nasello): in molti porti italiani è ancora venduto quello “juvenile”, cioè pescato prima di aver raggiunto l’età e la dimensione per riprodursi — una pratica proibita dalla normativa europea, ma purtroppo ancora diffusa. Questa pesca illegale mina le possibilità di ripopolamento e compromette la sostenibilità dell’intera filiera del pesce.
Le ragioni sono molteplici: redditività, domanda crescente — soprattutto in ristorazione — e difficoltà di controllo. Ma c’è anche un aspetto culturale: la percezione del mare come risorsa illimitata, da sfruttare senza guardare al domani. Una visione che contrasta con le misure di conservazione e con la tutela degli ecosistemi.

Il Trattato oceanico globale
C’è qualche segnale positivo: dal 2026, nelle acque internazionali entra in vigore un nuovo trattato globale per la biodiversità degli oceani, pensato per regolamentare pesca, proteggere habitat, istituire aree marine protette e imporre valutazioni ambientali per ogni attività di sfruttamento.
Per il Mediterraneo — un mare “quasi chiuso”, altamente vulnerabile — potrebbe essere una svolta. Se accompagnato da controlli efficaci, applicazione seria delle regole e – soprattutto – da un cambio di mentalità tra governi, operatori e consumatori.
Ma la strada è in salita: il problema non è solo normativo, è culturale. Serve un impegno diffuso, una nuova consapevolezza su cosa significhi “mare sano”, e una mobilitazione che vada oltre le campagne militanti.
Consumo consapevole e pressione civile
Come ha sottolineato lo stesso presidente di Sea Shepherd Italia, la scelta di cosa portare a tavola conta. In un mercato dove domanda e prezzo determinano i comportamenti, i consumatori hanno un ruolo cruciale: scegliere specie meno sfruttate, preferire prodotti locali, puntare su pescato certificato sostenibile, ridurre — quando possibile — il consumo.
Evitate il “pescato del momento” spinto dal marketing o da tradizioni stagionali: per esempio, la pesca del polpo nei periodi sensibili, la vendita di merluzzo giovane o di specie in declino. Preferire alternative meno impattanti può fare la differenza.
Inoltre, è fondamentale sostenere la tutela delle aree marine protette, richiedere trasparenza nella filiera, informarsi su chi pesca e come — così da trasformare la tutela dell’ambiente in un atto consapevole, quotidiano, di consumo.

La sfida globale riguarda la salute del pianeta
Le campagne di Sea Shepherd — SISO, Ghostnet, protezione delle tartarughe, salvaguardia delle aree marine — mostrano come il Mediterraneo sia un microcosmo emblematico: un mare attraversato da traffici, illegalità, sfruttamento intensivo, ma anche da volontà di difesa, collaborazione e speranza.
Quanto accade nel Tirreno, nello Ionio, in Sicilia o in Toscana ha effetti globali, perché i mari sono un’unica rete vitale. La distruzione di un habitat, l’estinzione di una specie, l’inquinamento di una costa non restano confinati: riverberano su tutto l’ecosistema marino e climatico planetario.
In un’epoca in cui cambiamenti climatici, inquinamento e sfruttamento intensivo minacciano già la biodiversità globale, la battaglia per la legalità in mare — per la sostenibilità, per la vita — non è più un’opzione: è una priorità.
Quale futuro per il Mediterraneo
Guardando al 2026 e oltre, il quadro è complesso. Da un lato, normative internazionali, trattati e campagne di tutela mostrano che la strada verso la sostenibilità è tracciata. Dall’altro, le pressioni economiche, la domanda crescente, le reti criminali e l’inerzia culturale rischiano di far fallire gli sforzi.
Il lavoro di Sea Shepherd Italia è fondamentale, ma non basta da solo. Serve un’azione coordinata — istituzioni, governi, comunità, cittadini — per:
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ampliare le aree marine protette
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rafforzare i controlli e le sanzioni per la pesca illegale
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promuovere una filiera trasparente, responsabile e tracciabile
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educare cittadini e consumatori a scelte consapevoli
Solo così il mare — risorsa antica, fragile e vitale — potrà avere una speranza di sopravvivenza.

Un mare da salvare — prima che sia troppo tardi
Sea Shepherd Italia non vende sogni: mostra con documenti, dati, azioni concrete quanto il Mediterraneo stia pagando un prezzo altissimo per l’indifferenza umana. Le sue campagne — lunghe settimane in mare, volontari in pattugliamento, reti rimosse, organismi salvati — sono uno specchio delle emergenze silenziose che attraversano il pianeta.
Il messaggio finale — potente e urgente — è chiaro: per proteggere il mare non bastano le leggi, servono cuori, testa, responsabilità.
Servono scelte.
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