10:35 am, 21 Gennaio 26 calendario

🌐  Eurovision 2026 con crisi di ascolti e boicottaggio anti-Israele

Di: Redazione Metrotoday
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La decisione dell’EBU di confermare la partecipazione di Israele all’Eurovision 2026 scatena la crisi ascolti boicottaggio anti-Israele: quattro broadcaster storici si ritirano, il palcoscenico di Vienna rischia un calo di pubblico e un buco di bilancio. Questo pezzo ricostruisce la vicenda, ne aggiorna il contesto politico-economico e ripercorre le precedenti tensioni che hanno trasformato il contest da festa pan-europea a termometro geopolitico.

Vienna si prepara ad ospitare a maggio 2026 la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, ma l’atmosfera che dovrebbe essere di festa è irrimediabilmente incrinata. La decisione presa dall’Unione europea di radiodiffusione (EBU) di mantenere Israele tra i partecipanti ha provocato una reazione a catena: Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia hanno annunciato il ritiro dalla manifestazione, in segno di protesta per la partecipazione del Paese alla luce della guerra in corso a Gaza.

📌 Il primo effetto pratico è immediatamente misurabile sugli schermi e nei bilanci: la defezione di quattro nazioni, tra cui la Spagna e i Paesi Bassi — emittenti che in passato hanno contribuito in modo rilevante al pubblico e al finanziamento dell’evento — comporta una perdita consistente di spettatori per la serata finale e un taglio proporzionale delle entrate da diritti televisivi e sponsorizzazioni. Stime preliminari circolate nelle redazioni parlano di un calo teorico dell’audience nell’ordine di diversi milioni, con cifre rotonde che indicano quasi 10 milioni di telespettatori in meno rispetto alla finale dell’anno precedente qualora la tendenza non venisse compensata da altri mercati.

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Dietro la cronaca delle defezioni si muovono tre livelli di analisi: il politico, l’economico e il culturale. Politicamente, la scelta di Israele rimanda a un dibattito più vasto: l’Eurovision, pur avendo regole che dichiarano il contest “apolitico”, si trova a gestire le conseguenze di un conflitto che ha polarizzato opinioni e opinioni pubbliche in gran parte d’Europa. Economicamente, la rinuncia di Paesi chiave mina il modello di finanziamento dell’evento, che si basa sul contributo degli emittenti, su accordi pubblicitari e sulle sponsorizzazioni; la perdita di audience in alcuni grandi mercati traduce la perdita di valore commerciale. Culturalmente, infine, il contest soffre perché perde parte della sua immagine originaria di “festa che unisce” e rischia di incarnare invece fratture e scelte identitarie.

La decisione dell’EBU e le motivazioni ufficiali

L’EBU ha spiegato la sua scelta con argomentazioni formali: nonostante le pressanti richieste di escludere la nazione, l’assemblea degli Stati membri ha scelto di non votare su una esclusione, preferendo adottare nuove regole per limitare «ingerenze politiche» e rafforzare la trasparenza del meccanismo di voto. L’argomento di fondo è stato che il contest, per statuto, non può trasformarsi in uno strumento di sanzione politica e che l’esclusione di un membro per motivi esterni alla normativa interna avrebbe creato un precedente senza ritorno.

Ma la ratio giuridica e formale non placa la rabbia di alcune emittenti. Le tv che hanno aderito al boicottaggio invocano ragioni morali e umanitarie, collegando la loro decisione ai numeri e ai fatti del conflitto. I direttori delle reti che hanno annunciato la rinuncia si sono limitati a sottolineare l’impossibilità, in quel momento storico, di prendere parte a un evento che rischia di essere percepito come normalizzazione di una situazione fortemente contestata.

L’impatto sugli ascolti e i conti: numeri e scenari

Il problema più tangibile è economico: l’Eurovision è un’operazione costosa per la città ospitante e per l’EBU. Le fughe di sponsor, la riduzione delle audience e l’abbassamento del valore commerciale dei pacchetti pubblicitari producono due effetti diretti: un buco nei ricavi previsti e una pressione a carico del broadcaster ospitante, in questo caso ORF, che dovrà gestire costi fissi elevati per allestimenti, sicurezza e diritti. Analisti di settore e fonti vicine alle trattative hanno messo in conto scenari differenti: ridurre la produzione, rimodulare gli spazi pubblicitari, cercare nuovi partner commerciali o — nel peggiore dei casi — dover rivedere il budget con tagli significativi a elementi scenografici e collateral events.

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Un dato che circola con un certo consenso è la perdita stimata di spettatori che la defezione potrebbe determinare. Gli esperti che monitorano l’audience europea spiegano che, a parità di condizioni, il ritiro di quattro paesi con un seguito televisivo consolidato si traduce in milioni di visualizzazioni in meno sulla linea di una riduzione immediata di pubblico nella fascia di prime time. Oltre al danno d’immagine, dunque, la posta in gioco è monetaria: meno spettatori significa minori ricavi pubblicitari e minore attrattiva per i partner internazionali.

Quando la politica entrò (di nuovo) sul palco

Non è la prima volta che l’Eurovision si confronta con tensioni politiche: dalla Guerra Fredda alle diatribe sui voti «vicini» tra Paesi confinanti, fino ai boicottaggi regionali, la competizione ha spesso rispecchiato — e a volte amplificato — conflitti esterni. Negli ultimi anni, l’EBU ha faticato a contenere manifestazioni e boicottaggi: l’evento è mutato da competizione canora in fenomeno culturale globale, con una platea dove il messaggio sociale e politico trova — attraverso gli artisti o il pubblico — una risonanza che gli organizzatori faticano a standardizzare. Le scelte prese oggi vanno lette anche alla luce di quel passato, che ha insegnato come l’impatto reputazionale possa riverberarsi per anni.

Le reazioni a catena: cosa potrebbe succedere prima di maggio

Nonostante l’ostinata volontà di procedere con l’organizzazione, la tensione politica potrebbe produrre ulteriori defezioni o contestazioni sul territorio ospitante: sit-in, manifestazioni, pressioni diplomatiche sui broadcaster ancora indecisi e tentativi di spostare l’attenzione dall’intrattenimento alla questione morale. Allo stesso tempo, esiste una controforza: paesi e broadcaster che hanno difeso la presenza di Israele, sostenendo che l’Eurovision debba restare uno spazio culturale separato dal conflitto politico. La partita è quindi tutta nelle prossime settimane: accordi commerciali da rinegoziare, strategie comunicative da rifare e la ricerca di un nuovo equilibrio tra principio di inclusività e richieste morali pubbliche.

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L’Italia e il dilemma della partecipazione

Per molti paesi, tra cui l’Italia, la scelta di partecipare o meno si colloca in una zona grigia: da un lato c’è la tradizione e l’interesse culturale e mediatico; dall’altro, la coscienza pubblica e lo spazio politico. Le decisioni assunte dalle singole tv nazionali saranno il termometro più immediato: aderire per difendere lo spazio culturale dell’evento o rinunciare per ragioni etiche. Qualunque strada si prenda, la posta è alta: il paese che deciderà di non sfilarsi rischia di essere accusato di indifferenza; chi rinuncia rischia invece l’ostracismo commerciale e la perdita di visibilità internazionale.

Perché l’Eurovision è diventato un campo di battaglia

La trasformazione dell’Eurovision da semplice gara canora a piattaforma globale ha amplificato ogni tensione: l’attenzione social, la viralità dei contenuti, l’ingaggio degli artisti come portavoce di messaggi, e il valore economico crescente hanno reso il format un bene ambito e allo stesso tempo vulnerabile. La decisione di Vienna e dell’EBU metterà alla prova la capacità del contest di restare fedele a se stesso, o di adattarsi a una realtà in cui la cultura non è (più) separabile dal contesto geopolitico.

Un palcoscenico e tanta tensione

Maggiore è il valore simbolico che l’Eurovision riveste — quest’anno anche per il traguardo dei 70 anni — maggiore è la responsabilità organizzativa. Vienna e l’EBU dovranno ora gestire non solo un grande evento di intrattenimento, ma anche una crisi di fiducia che coinvolge audience, broadcaster e sponsor. La posta non è soltanto la riuscita televisiva di tre serate: è la sopravvivenza di un modello culturale che, per decenni, ha rappresentato un’idea di Europa condivisa. Se il contest saprà riconquistare la centralità come spazio inclusivo e non divisivo dipenderà dalle scelte che verranno prese nelle prossime settimane, quando i conti — economici e morali — dovranno tornare.

21 Gennaio 2026 ( modificato il 16 Gennaio 2026 | 23:47 )
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