11:13 pm, 20 Gennaio 26 calendario

🌐 Iran, che fine ha fatto la Nobel per la Pace Narges Mohammadi ?

Di: Redazione Metrotoday
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La repressione riporta sotto i riflettori i diritti umani nella Repubblica islamica. Era bastata un’apparizione pubblica, nel cuore di una cerimonia commemorativa, per riportare sotto i riflettori la figura di una delle voci più coraggiose della società civile iraniana.  Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023, è stata arrestata dalla polizia e dai servizi di sicurezza iraniani durante un evento pubblico nella città di Mashhad, nel nord-est del paese, mentre partecipava a un tributo per un avvocato e attivista recentemente deceduto. La detenzione ha suscitato scalpore internazionale e ulteriori interrogativi sulla direzione – sempre più autoritaria – delle politiche interne del regime di Teheran.

L’arresto, definito “violento” da gruppi per i diritti umani e da organizzazioni di attivisti, riguarda Mohammadi insieme ad altri membri della società civile presenti alla commemorazione. Le autorità non hanno rilasciato dettagli ufficiali immediati, ma fonti vicine alla fondazione che porta il nome dell’attivista parlano di un intervento diretto delle forze di sicurezza che ha interrotto l’evento e portato via i partecipanti.

Un arresto che non sorprende, ma colpisce per il simbolismo

La notizia dell’arresto di Mohammadi non sarebbe di per sé straordinaria nel contesto iraniano, dove gli attivisti vengono sistematicamente perseguitati e imprigionati dagli apparati statali. Tuttavia, il fatto che si tratti di una vincitrice del Premio Nobel per la Pace – riconoscimento conferitole nel 2023 per il suo instancabile impegno a favore dei diritti delle donne, della libertà e contro la pena di morte – rende la vicenda un simbolo potentissimo della tensione tra aspirazioni civili e repressione statale. Mohammadi, 53 anni, è stata arrestata per la prima volta negli anni 2000 ed è diventata un punto di riferimento per decenni di attivismo interno contro le restrizioni imposte dalla Repubblica islamica, tra cui l’obbligo dell’hijab e il sistema giudiziario punitivo. Negli ultimi anni ha trascorso gran parte del suo tempo dietro le sbarre di prigioni come quella di Evin, tristemente nota per le dure condizioni di detenzione dei dissidenti politici.

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La cerimonia interrotta e le accuse di repressione

Il contesto dell’arresto è particolarmente significativo. Mohammadi si trovava a Mashhad per partecipare a una cerimonia commemorativa dedicata a Khosrow Alikordi, avvocato per i diritti umani trovato morto nel suo ufficio pochi giorni prima. Le circostanze della morte di Alikordi hanno suscitato sospetti tra gli attivisti, che hanno chiesto maggiore trasparenza e chiarezza sulle responsabilità delle autorità.

Fonti locali affermano che Mohammadi sarebbe salita su un veicolo con un microfono in mano, senza indossare il tradizionale hijab, e avrebbe invitato la folla a scandire slogan di protesta, tra cui quelli legati ad altri simboli di dissenso all’interno del paese. Questa scena di pubblica sfida alle norme imposte dal regime potrebbe essere stata la scintilla che ha portato alle manette della polizia.

La salute fragile e il ritorno dietro le sbarre

Al momento dell’arresto, Mohammadi si trovava in libertà temporanea per motivi di salute dopo avere scontato una lunga pena detentiva che ammonta ufficialmente a 13 anni e nove mesi per presunte accuse di “sicurezza nazionale”. La leader della causa per i diritti umani e delle donne aveva ottenuto un congedo medico nel dicembre 2024, quando problemi cardiaci e altre complicazioni avevano suscitato preoccupazioni tra gli attivisti per il suo benessere fisico.

Durante il periodo fuori dal carcere, Mohammadi non ha mai cessato la sua attività: ha partecipato a proteste, rilasciato interviste e tenuto posizioni critiche verso la Repubblica islamica, ricordando in più occasioni la necessità di libertà civili fondamentali per il paese. I suoi sostenitori hanno più volte espresso timori circa il rischio di un ritorno forzato in carcere, dove le condizioni di salute potrebbero aggravarsi ulteriormente.

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Una carriera fatta di resistenza e riconoscimenti

La storia di Mohammadi è quella di una figura che ha pagato caro la sua dedizione ai diritti umani. Prima di ottenere il Nobel per la Pace nel 2023, era già stata arrestata più di una dozzina di volte per le sue attività di protesta e per il sostegno alle donne e ai giovani che chiedevano cambiamenti istituzionali in Iran. In totale, ha accumulato decine di anni di condanne in un sistema giudiziario spesso accusato di punire duramente il dissenso pacifico.

Il Nobel assegnato a Mohammadi nel 2023 rappresentò un forte messaggio internazionale. Il Comitato norvegese la scelse per il suo “coraggio nella promozione dei diritti umani e della libertà”, un riconoscimento percepito come una condanna implicita alle politiche repressive di Teheran. Il premio suscitò ampie reazioni a livello globale e rafforzò il profilo della causa per cui si era battuta per anni.

La risposta alla notizia dell’arresto è stata immediata in diversi ambienti internazionali. Organizzazioni per i diritti umani e istituzioni diplomatiche hanno condannato la detenzione e chiesto il rilascio immediato della Nobel per la Pace, definendo l’atto come un’ulteriore violazione delle libertà fondamentali garantite dal diritto internazionale. In una dichiarazione ufficiale, il Comitato Nobel ha parlato di arresto “brutale” e ha ribadito il proprio sostegno alla lotta per i diritti civili in Iran.

Alla condanna si aggiungono le pressioni di gruppi come Human Rights Watch, che in passato ha sollecitato la liberazione incondizionata di Mohammadi e di altri attivisti detenuti, sottolineando l’obbligo del governo iraniano di fornire adeguate cure mediche a chi è in custodia e di rispettare i diritti umani.

Tra repressione e tensioni 

L’arresto di Mohammadi si colloca in un periodo di crescente repressione in Iran, dove l’autorità centrale affronta non solo dissenso interno ma anche sfide geopolitiche, sanzioni economiche e questioni legate al programma nucleare. La detenzione di una figura così nota potrebbe complicare gli sforzi diplomatici di Teheran, soprattutto nei rapporti con l’Occidente, dove diritti umani e pratiche democratiche sono al centro dei negoziati e delle critiche.

All’interno del paese, le forze di sicurezza sembrano intensificare la vigilanza su intellettuali, avvocati e difensori civili, generando un clima ancora più rigido per chiunque osi sfidare apertamente le norme imposte dal regime. La cerimonia a Mashhad, e la detenzione conseguente, non sono che l’ultima manifestazione di una strategia che mira a contenere ogni forma di dissenso percepito come minaccia all’ordine stabilito. 

Una lotta che continua

La vicenda di Narges Mohammadi è simbolica di un conflitto più ampio tra aspirazioni di libertà e repressione statale in Iran. La sua nuova detenzione richiama l’attenzione del mondo sulla situazione dei diritti umani nel paese e sull’importanza di proteggere chi, con coraggio, sfida l’autoritarismo. In un’epoca in cui la società civile iraniana ha già conosciuto significative ondate di protesta – dalle manifestazioni del 2022 dopo la morte di Mahsa Amini alla continua mobilitazione contro leggi discriminatorie – la detenzione di una figura simbolo come Mohammadi rischia di inasprire ancora di più il dibattito internazionale e interno su libertà, giustizia e dignità. 

20 Gennaio 2026 ( modificato il 16 Gennaio 2026 | 23:23 )
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