🌐 Trattato sugli oceani: una svolta storica per la vita marina
Il “High Seas Treaty”: cos’è e perché è storico
Il High Seas Treaty — formalmente Agreement under the United Nations Convention on the Law of the Sea on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biological Diversity of Areas beyond National Jurisdiction — è un accordo internazionale sotto l’egida dell’ONU che entrerà in vigore il 17 gennaio 2026 dopo che almeno 60 paesi hanno depositato strumenti di ratifica, superando la soglia necessaria a renderlo legalmente vincolante.
Prima di questa data, le acque internazionali — note come high seas — erano in gran parte un “bene comune” senza regole globali efficaci per la loro tutela, lasciando vaste aree oceaniche esposte a pesca eccessiva, inquinamento, trivellazioni e sfruttamento incontrollato.
“È un traguardo monumentale per la protezione dell’oceano e dell’umanità”, ha commentato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, sottolineando che il trattato copre oltre due terzi della superficie oceanica mondiale e può proteggere fino a 10 milioni di specie, molte non ancora identificate dalla scienza.
Strumenti e obblighi per gli Stati
Il trattato introduce quattro pilastri principali di governance degli oceani, basati su principi di sostenibilità e cooperazione internazionale:
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Creazione di Aree Marine Protette (MPA – Marine Protected Areas) nelle acque internazionali, con possibilità di istituire zone ad alta protezione dove pesca e attività industriali sono limitate o vietate.
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Valutazioni di impatto ambientale (EIA) obbligatorie per qualsiasi attività statale che possa compromettere l’ambiente marino.
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Condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine, aprendo nuove opportunità di ricerca e biotecnologia con equità per i paesi in via di sviluppo.
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Capacità istituzionale e trasferimento di tecnologie per aiutare gli Stati meno sviluppati a implementare e monitorare misure di conservazione.
Fino ad ora queste regole non esistevano per le acque oltre la giurisdizione nazionale, lasciando ecosistemi critici vulnerabili allo sfruttamento incontrollato.
Una lunga storia di negoziati: decenni per un accordo globale
Il percorso diplomatico del trattato è stato lungo e complesso. Dopo oltre quindici anni di negoziati tra Stati e organizzazioni internazionali, il testo è stato finalizzato nel 2023 e adottato formalmente presso le Nazioni Unite. La ratifica da parte di almeno 60 Stati ha scatenato il conto alla rovescia per la sua entrata in vigore nel gennaio 2026.
Secondo gli esperti, questo trattato rappresenta uno dei più importanti strumenti di cooperazione multilaterale per la tutela ambientale dal celebre Accordo di Parigi sul clima, dato che apre finalmente la possibilità di proteggere vaste porzioni di mare profondo e habitat marini sinora privi di regolamentazione vincolante.
Proteggere balene, coralli e migrazioni oceaniche
Le aree oltre le acque nazionali ospitano ecosistemi unici, che vanno dai fondali profondi, con montagne sottomarine e trench abissali, alle correnti polari ricche di nutrienti fino alle rotte migratorie dei grandi mammiferi marini.
“Gli oceani sono pieni di vita, dal minuscolo plancton alle grandi balene che dipendono da queste correnti”, ha affermato Rebecca Hubbard, direttrice dell’High Seas Alliance, una ONG internazionale che ha sostenuto il trattato sin dalle prime fasi.
Grazie al nuovo quadro giuridico, paesi e coalizioni di Stati potranno proporre “santuari oceanici” ad alta protezione, ad esempio in zone ricche di biodiversità come i Sistemi di correnti atlantiche o i campi di coralli di profondità, potenzialmente bloccando attività di pesca intensiva o trivellazioni industriali.
Reazioni globali: entusiasmo e sfide
Organizzazioni ambientaliste come Greenpeace hanno celebrato l’entrata in vigore come una vittoria storica, con eventi artistici e murales in tutto il mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tutela degli oceani e sull’obiettivo di raggiungere almeno il 30% di mare protetto entro il 2030.
Allo stesso tempo, gruppi come WWF e ANSA ricordano che, sebbene oltre 80 paesi abbiano ratificato l’accordo, alcune nazioni chiave — tra cui Italia, Stati Uniti, India, Regno Unito e Russia — non hanno ancora completato la ratifica, rallentando così l’effettiva estensione delle protezioni su scala globale.
Critici sostengono che resta ancora molto da fare perché missioni di sorveglianza, enforcement e coordinamento tra Stati non sono automaticamente garantite dal trattato stesso, e richiederanno sforzi continui di cooperazione internazionale e risorse economiche dedicate.
Un futuro di mare più sostenibile
L’entrata in vigore dell’High Seas Treaty segna un momento storico per la conservazione degli oceani: per la prima volta, un quadro giuridico internazionale offre strumenti concreti per proteggere fauna marina, habitat e biodiversità lontano dalle coste nazionali.
Tuttavia, la vera sfida sarà l’implementazione efficace di queste protezioni, dalla mappatura delle aree di maggiore valore ecologico alla creazione di organismi di governance capaci di monitorare e far rispettare le nuove regole. In un’era di crisi climatica, perdita di biodiversità e pressione antropica sui mari, questo trattato può rappresentare una pietra miliare verso un futuro in cui oceani sani siano considerati patrimonio comune dell’umanità.
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