9:23 am, 16 Gennaio 26 calendario

🌐 Labubu, successo costruito sulle spalle dei vulnerabili

Di: Redazione Metrotoday
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Il fenomeno di cultura pop diventato miliardario è oggi al centro di un nuovo dibattito globale sulla sostenibilità etica delle filiere produttive e sul consumo di tendenza. Labubu, successo planetario costruito sulle spalle dei più vulnerabili: mentre il fenomeno dei pupazzetti “ugly-cute” Labubu incassa miliardi e conquista celebrità, emergono accuse pesanti di sfruttamento dei lavoratori in Cina. Tra contratti in bianco e turni massacranti, scoppia una questione morale che riguarda industria, consumatori e diritti umani.

La doll mania più potente della decade

📌  Non solo un giocattolo: i Labubu sono diventati in pochi anni un simbolo culturale globale, generando redditi da capogiro per Pop Mart, l’azienda cinese che li produce e distribuisce. La loro diffusione massiccia sui social, la visibilità ottenuta grazie a star internazionali come Rihanna, Dua Lipa o Lisa dei BLACKPINK e le dinamiche di marketing basate su edizioni limitate e “blind box” hanno trasformato questi piccoli peluche in veri e propri oggetti di culto e di desiderio.

La strategia commerciale, che gioca su scarsità artificiale e hype sociale generato online, ha fatto sì che rarità di particolare pregio siano vendute a prezzi record nei mercati secondari, arrivando addirittura a centinaia di migliaia di euro ad asta.

In termini economici, il fenomeno ha spinto la casa madre Pop Mart verso numeri impressionanti: con miliardi di dollari in vendite annue e un’espansione nei principali mercati mondiali, la marca ha rafforzato la sua presenza anche nelle principali vie commerciali internazionali.

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Dietro il sorriso storto: l’altro lato della medaglia

Tuttavia, dietro il successo planetario dei Labubu si profila un quadro ben più oscuro, denunciato recentemente dall’ONG China Labor Watch (CLW). Secondo un’inchiesta dell’organizzazione con sede a New York, una delle principali fabbriche che produce i pupazzi, la Shunjia Toys nella provincia di Jiangxi, sarebbe teatro di gravi violazioni dei diritti dei lavoratori.

Le accuse principali parlano di:

  • Contratti firmati in bianco, senza specifiche su salari, orari o mansioni;

  • Presenza di lavoratori minorenni (16-17 anni) impegnati in attività senza le protezioni legali previste;

  • Turni massacranti con straordinari ben oltre i limiti di legge;

  • Mancanza di formazione sulla sicurezza e condizioni di lavoro insicure.

Queste condizioni – se confermate – metterebbero in discussione non solo le pratiche produttive di un grande marchio dell’intrattenimento, ma anche l’ecosistema economico globale che alimenta la produzione di massa con manodopera vulnerabile e poco tutelata.

Il diritto del lavoro nel mirino: una questione globale

Le rivelazioni sulla fabbrica cinese si inseriscono in un quadro più ampio di crescente attenzione internazionale alle condizioni nelle catene di fornitura globali, specie nei settori dell’elettronica, dell’abbigliamento e dei giocattoli. Organizzazioni per i diritti umani da anni evidenziano come molte imprese dipendano da subcontractor locali con controlli insufficienti su salario, orario e sicurezza.

In questo caso, non si tratta di un prodotto qualsiasi, ma di un oggetto di consumo estremamente popolare tra giovani, adolescenti e collezionisti adulti, che ha raggiunto uno status di icona culturale globale. La contraddizione tra l’immagine “spensierata” del prodotto e la possibile realtà di sfruttamento lavorativo sta già scatenando reazioni forti sul web e nei media.

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Consumatori, hype e responsabilità sociale

Il fenomeno Labubu offre inoltre uno specchio su come la cultura del consumo contemporaneo – alimentata dai social media – possa trasformare prodotti in status symbol istantanei, spingendo gli individui a desiderare ciò che è raro, desiderabile e virale. I meccanismi psicologici della scarsità percepita e del “fear of missing out” (FOMO) sono stati usati in modo magistrale da Pop Mart per creare un senso di urgenza attorno alle blind box.

Ma quando questo desiderio travalica e si riflette in pressioni produttive su lavoratori poco tutelati, la questione assume una dimensione etica che interroga non solo l’azienda produttrice, ma anche i consumatori finali e la cultura che li circonda.

Controfakes, sicurezza e impatto sociale

Il travolgente successo dei Labubu ha anche generato mercati paralleli di prodotti contraffatti, venduti sotto nomi come “Lafufu”. Queste imitazioni – spesso di qualità bassa o addirittura pericolose per i bambini – sono state sequestrate in grandi quantità dalle autorità di diversi Paesi, mettendo in luce non solo un problema di tutela del marchio, ma anche di sicurezza per i consumatori.

La diffusione dei falsi non è soltanto un danno economico per i brand originali, ma rappresenta anche un rischio per i più piccoli e una minaccia per la fiducia del pubblico nel mercato dei giocattoli.

Il caso dei Labubu incarna tutte le contraddizioni della globalizzazione moderna: da una parte il potere di un brand di catturare l’immaginario collettivo e generare ricchezza spettacolare; dall’altra i costi sociali e umani che si possono nascondere dietro alle luci della ribalta.

La sfida che ora si apre è duplice: da un lato, instaurare sistemi di controllo più rigorosi lungo le filiere produttive globali; dall’altro, responsabilizzare i consumatori a interrogarsi sul prezzo reale – umano e ambientale – di ciò che acquistano per gratificazione o moda. Perché dietro un semplice pupazzo virale, può esserci molto di più di quello che appare.

16 Gennaio 2026 ( modificato il 14 Gennaio 2026 | 19:31 )
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