🌐 “Gesù è o non è il Cristo?”: dove Mancuso inciampa
La pubblicazione di “Gesù e Cristo” di Vito Mancuso provoca un dibattito culturale intenso: tra chi accoglie la distinzione tra Gesù storico e Cristo teologico come chiave per rinnovare la fede, e chi invece denuncia che la sua rilettura della figura cristiana è un punto in cui Mancuso inciampa sul terreno della teologia tradizionale, aprendo una frattura nel discorso religioso contemporaneo.
Nel panorama editoriale e culturale italiano il nuovo saggio di Vito Mancuso, “Gesù e Cristo” (Garzanti, 768 pagine), ha catalizzato l’attenzione non solo dei lettori di teologia ma anche di filosofi, giornalisti, e critici religiosi proprio perché affronta una delle questioni più radicate e delicate della cristianità: qual è la relazione tra il Gesù storico e il Cristo della fede, e soprattutto perché – secondo l’autore – bisogna distinguerli?
Ma proprio qui molti commentatori sottolineano che è in questo terreno che Mancuso inciampa: non tanto nella sua erudizione filologica, quanto nell’interpretazione teologica di ciò che significa fede cristiana nel mondo contemporaneo.

La tesi di Mancuso: Gesù e Cristo come realtà distinte
📌 La proposta centrale del libro è audace: “Gesù è Cristo” non può più essere l’assioma univoco del cristianesimo tradizionale. Per Mancuso è necessario separare il Gesù storico – l’uomo di Nazareth con una missione di insegnamento di giustizia – dal Cristo teologico – la figura divina diventata oggetto di culto e di salvezza nell’esperienza cristiana post-apostolica.
Nel testo, l’autore distingue i due per origine, natura e funzione:
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Gesù nasce a Nazaret e conduce una vita umana pienamente inserita nella storia ebraica;
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Cristo è la figura che emerge dalla riflessione teologica successiva, portata avanti da Pietro, Paolo e dalle comunità cristiane dei primi secoli, che lo interpretano come il Figlio di Dio incarnato e redentore universale.
Questa distinzione – per Mancuso – serve non a negare il cristianesimo, ma a ripensare la fede in chiave più autentica e meno dogmatica, capace di parlare alle coscienze di oggi, spesso distanti dalle formule teologiche tradizionali.
“Non accetto l’identificazione canonica ‘Gesù è il Cristo’, almeno non in quella maniera tradizionale. E non accetto l’opposizione, ‘Gesù o Cristo’”.
Secondo Mancuso, quindi, l’enigma non è scegliere tra uno o l’altro, ma comprendere come queste due dimensioni possano essere distinte e poi ri-unite a un livello più alto di teologia e spiritualità.
Dove Mancuso inciampa nel dibattito teologico
Se da una parte la comunità accademica e i lettori interessati alle questioni storiche accolgono con interesse questa distinzione, da più parti del mondo religioso tradizionale arrivano critiche decise.
Perdita del nucleo centrale della fede cristiana
Molti osservatori – soprattutto tra teologi cattolici ortodossi e commentatori conservatori – sostengono che la proposta di Mancuso tende a svuotare il nucleo storico-credo del cristianesimo: cioè l’identificazione della figura di Gesù con l’evento della redenzione attraverso la morte e resurrezione, come insegnato dalla tradizione ecclesiastica.
Secondo queste critiche, distinguere troppo nettamente Gesù da Cristo rischia di ridurre la religione a un’etica umanistica, priva dell’esperienza di salvezza che è centrale per comunità di fede mature.

Una teologia da “salotto” e poco operativa
Critici come quelli de Il Timone affermano che l’approccio di Mancuso sia troppo legato a un pubblico intellettuale e poco radicato nella prassi comunitaria: “un Gesù senza Cristo” sarebbe un’idea elegante ma incapace di parlare alla fede profonda di milioni di credenti.
Questa critica mette in guardia contro una teologia “umanista” che separa troppo nettamente fede e esperienza radicale di salvezza – proprio ciò che molti fedeli considerano la linfa del cristianesimo.
Risonanze e dialoghi nel mondo culturale
Al di là del dibattito puramente teologico, l’opera di Mancuso ha avuto anche implicazioni culturali più ampie, attirando recensioni da filosofi e critici di fede laica o pluralista.
Un esempio significativo è la recensione di Marco Vannini per RSI Cultura, che vede nel libro non solo una distinzione tra due figure, ma una possibile via per rinnovare la fede, rendendola più in dialogo con le istanze moderne della coscienza personale e della ragione.
In questo quadro più ampio, il libro diventa non tanto un attacco alla tradizione cristiana, quanto un tentativo di reinterpretarla per le società secolarizzate dell’Occidente contemporaneo, dove la fede tradizionale ha perso terreno a favore di una spiritualità più individualizzata.

Il contesto storico e religioso della distinzione
La riflessione che distingue Gesù storico da Cristo teologico non è nuova: è stata al centro del dibattito biblico e storico-critico soprattutto a partire dall’Illuminismo e attraverso gli studi moderni sulla figura storica di Gesù.
Pensatori come Alfred Loisy, agli inizi del Novecento, avevano già sostenuto la necessità di separare le dimensioni storiche e teologiche della figura cristiana, come parte di una teologia più critica e moderna.
Tuttavia, Mancuso non si limita a questa distinzione storica: offre una proposta filosofico-teologica per superarla attraverso un’armonia nuova, che, secondo lui, non svuota ma ridefinisce il significato di Cristo alla luce di valori etici e di amore universale.
Un libro che interpella fede e ragione
In conclusione, “Gesù e Cristo” di Vito Mancuso non è semplicemente un saggio accademico, ma un’opera che mette in discussione i pilastri condivisi della teologia cristiana, sfidando lettori e credenti a ripensare ciò che credono e perché.
È qui che molti ritengono che Mancuso inciampa: non tanto nel porre domande legittime, quanto nel proporre risposte che alcuni considerano troppo distanti dalle fondamenta della fede storica e dottrinale.
Altri, però, vedono in questo libro un invito a un cristianesimo più aperto, critico e dialogante con il mondo moderno, capace di conciliare esperienza storica, riflessione teologica e coscienza individuale.
In un’epoca in cui la fede tradizionale si confronta con la secolarizzazione e le sfide culturali, opere come questa – che intrecciano storia, teologia e filosofia – diventano punti di riferimento e al tempo stesso catalizzatori di conversazione pubblica sul senso ultimo dell’esistenza, della divinità e della salvezza nella contemporaneità.
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