9:54 am, 11 Gennaio 26 calendario

🌐 Terre rare, il Giappone scava negli abissi a 6 mila m di profondità

Di: Redazione Metrotoday
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Il Giappone avvia il primo tentativo di estrazione a 6 mila metri di profondità nel Pacifico per recuperare terre rare, materie prime strategiche per la tecnologia moderna e la transizione energetica. L’operazione inedita punta a ridurre la dipendenza dalle forniture cinesi e lancia un messaggio forte sul piano geopolitico e ambientale, in una corsa globale alle risorse critiche.

Oggi il Giappone darà il via al primo tentativo al mondo di estrarre terre rare dai fondali marini a una profondità di circa 6.000 metri, superando per profondità qualsiasi precedente tentativo di mining sottomarino. L’iniziativa si svolge nella zona economica esclusiva vicino all’atollo remoto di Minami‑Torishima, nel Pacifico occidentale, dove sondaggi geologici hanno evidenziato vaste quantità di fango ricco di elementi strategici come disprosio, neodimio, gadolinio e terbio — tutti componenti chiave per magneti di alta tecnologia, motori per veicoli elettrici, turbine eoliche e componenti elettronici di precisione.

Questa missione sperimentale — condotta dalla nave di perforazione scientifica Chikyū e coordinata dalla Japan Agency for Marine‑Earth Science and Technology (JAMSTEC) nell’ambito di un programma nazionale — è presentata come una prima assoluta a livello mondiale per la raccolta continua di fango di terre rare da tali profondità. Se il test, programmato fino al 14 febbraio, avrà successo, costituisce una pietra miliare nella storia delle tecnologie di estrazione marina e nella strategia giapponese di sicurezza industriale e tecnologica.

Cosa sono e perché contano le terre rare

📌 Le cosiddette terre rare non sono rare nel senso geologico, ma lo sono nella loro concentrazione economica utile. Comprendono 17 elementi metallici (scandio, ittrio e 15 lantanidi) che, pur essendo relativamente diffusi nella crosta terrestre, si trovano in giacimenti ad alta concentrazione solo in alcune aree del pianeta e richiedono processi complessi di estrazione e raffinazione. Questi elementi sono fondamentali per un’ampia gamma di tecnologie: dai magneti per auto elettriche e generatori eolici, ai dischi rigidi, agli altoparlanti, fino ai sistemi avanzati di difesa e alla microelettronica.

La grande maggioranza della produzione mineraria e della raffinazione delle terre rare a livello globale è tuttora dominata dalla Cina, che controlla circa due terzi della produzione mineraria e oltre il 90% della raffinazione mondiale. Questa posizione di dominio ha reso molti Paesi vulnerabili alle politiche di Pechino, inclusi eventuali controlli all’esportazione, come già accaduto in passato e recentemente riflesso nelle tensioni commerciali con Tokyo.

Minami‑Torishima: il pozzo dei minerali critici nell’Oceano Pacifico

La scoperta di riserve profonde di terre rare nei fondali marini nelle vicinanze di Minami‑Torishima risale a studi e ricerche iniziati oltre un decennio fa. Già nel 2013 scienziati giapponesi avevano raccolto campioni di fango tra i 5.600 e 5.800 metri di profondità, confermando un contenuto significativo di elementi critici. Nel 2018 un’analisi stimò che la quantità di minerali nel sedimento potesse eccedere 16 milioni di tonnellate di equivalenti ossidi di terre rare, potenzialmente tra le grandi riserve a livello globale.

Sulla base di queste stime, Tokyo ha progettato una serie di campagne esplorative e di sviluppo tecnologico finalizzate non solo alla raccolta di campioni, ma alla costruzione di un sistema potenzialmente in grado di pompate decine di tonnellate di sedimento al giorno e avviare processi di raffinazione. Nel progetto internazionale sotto la piattaforma governativa SIP (Strategic Innovation Promotion Program), la tecnologia sviluppata comprende condotte di estrazione, dispositivi di controllo della massa sollevata e moduli elettronici in grado di operare a profondità estreme senza l’uso di idrauliche classiche, dato l’enorme carico ambientale e pressioni in gioco a 6.000 m sotto il livello del mare.

La mossa strategica per ridurre la dipendenza dalla Cina

Il progetto dell’estrazione degli abissi giapponesi si inserisce in una cornice geopolitica complessa. Negli ultimi anni, la tensione tra Giappone e Cina si è accentuata su questioni di sicurezza regionale e commerciale. Anche le forniture di minerali strategici non sono esenti da pressioni: Pechino ha già imposto in passato restrizioni sulle esportazioni di terre rare e magneti avanzati, facendo emergere la vulnerabilità di catene produttive critiche per l’industria occidentale e per quella giapponese in particolare.

Con le catene di approvvigionamento globali sempre più tese — soprattutto per l’elettronica, l’automotive e le tecnologie “green” — assicurarsi fonti di minerali critici è diventata una delle principali priorità per Tokyo come per altri Paesi. Il test di estrazione rappresenta dunque non solo una sfida tecnologica, ma un elemento chiave di una strategia di autonomia economica, con ricadute sui piani industriali interni e sulle alleanze internazionali

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Scavare l’Oceano profondo

Estrarre minerali validi a 6.000 metri sotto il livello del mare è una sfida tecnica enorme. Le condizioni di pressione sono estreme, la distanza dalla superficie rende le operazioni delicate e costose, e la tecnologia deve non solo penetrare e raccogliere sedimenti, ma farlo in modo continuo e sicuro per consentire l’analisi e la successiva raffinazione. Nessuna operazione commerciale di questo tipo è mai stata realizzata a tali profondità fino ad oggi.

La nave Chikyū, famosa per alcuni dei più profondi carotaggi scientifici oceanici mai effettuati (fino a quasi 8.000 metri di profondità in altri programmi), guida la missione. Il sistema di estrazione include strumenti di pompaggio e raccolta in grado di mescolare e sollevare fango ad alta viscosità dal fondale. Le operazioni saranno seguite da analisi ambientali e di materiale a bordo, e una volta riportato a terra il materiale verrà analizzato per la sua composizione di elementi di terre rare.

Le imprese coinvolte

Le tecnologie utili all’estrazione in condizioni estreme sono in gran parte sviluppate in collaborazione tra agenzie pubbliche e imprese specializzate. La JAMSTEC lavora con partner industriali come Toyo Engineering Corporation e tecnologie costituite per trasformare la melma di fondale in una miscela pompabile, superando ostacoli che derivano dall’enorme peso delle colonne d’acqua e dalle proprietà fisiche del sedimento pelagico.

Se la fase di test avrà successo, gli impatti economici potrebbero essere enormi: un progetto commerciale scalabile fornirebbe materia prima per decenni alle industrie high‑tech giapponesi ed europee, contribuendo a bilanciare la dipendenza dalla Cina e a creare nuove catene del valore globali per la transizione energetica. Tuttavia — come evidenziato dagli stessi analisti — il passaggio da test scientifico a produzione commerciale resta complesso e richiederà tecnologie affinate e investimenti significativi.

La risposta degli scienziati e delle ONG

Nonostante l’importanza strategica, il progetto ha suscitato critiche da parte di gruppi ambientalisti e scienziati marini. L’estrazione dei sedimenti potrebbe provocare danni irreversibili agli ecosistemi profondi, molti dei quali ancora poco conosciuti. Le attività di dredging e di risollevamento di sedimenti ad altissime pressioni possono creare nuvole di particolato che si disperdono nell’acqua, soffocando habitat bentonici e alterando catene alimentari delicate. Alcuni ricercatori mettono in guardia contro una vera e propria “corsa al fondo” che rischia di trasformare l’oceano in un nuovo fronte di sfruttamento ambientale con impatti difficili da mitigare.

Il primo tentativo di estrazione a 6 mila metri di profondità di terre rare da parte del Giappone rappresenta un momento storico nel rapporto dell’umanità con le risorse naturali. In un mondo che guarda sempre più alla tecnologia avanzata, all’automazione e alle esigenze energetiche del futuro, assicurarsi l’accesso a minerali critici è diventato cruciale. Tuttavia, la sfida — tecnologica, economica, geopolitica ed etica — è enorme e pone domande su come bilanciare interessi strategici e tutela ambientale in un’epoca in cui i fondali oceanici sono ancora in gran parte un territorio quasi “ignoto”.

La riuscita di questa missione potrà segnare un punto di svolta nella storia delle materie prime e nella politica delle tecnologie critiche, ma il mondo osserva con attenzione non solo i risultati tecnici, ma anche le implicazioni per il pianeta.

11 Gennaio 2026 ( modificato il 9 Gennaio 2026 | 23:17 )
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