10:29 am, 12 Gennaio 26 calendario

🌐  Allarme sull’impatto regressivo dei cellulari sui giovani

Di: Redazione Metrotoday
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Una riflessione netta e provocatoria quella lanciata dal filosofo Umberto Galimberti sui rischi legati all’uso precoce e massiccio degli smartphone tra i più giovani. Secondo il pensatore, l’adozione dei dispositivi mobili fin dalla prima infanzia non solo avrebbe effetti sullo sviluppo cognitivo e sul rapporto con la lettura, ma potrebbe anche incidere su atteggiamenti verso il lavoro e la vita sociale, dando vita a una generazione “in regressione” rispetto alle competenze tradizionali.

“Cervello che degrada”, smartphone e declino delle capacità cognitive

Nel suo intervento pubblico, Galimberti ha descritto ciò che definisce una trasformazione profonda del modo in cui i giovani pensano, apprendono e si relazionano con il mondo attraverso gli smartphone. Il filosofo osserva che molti bambini ricevono il primo cellulare già a quattro o cinque anni, ben prima di sviluppare capacità di autocontrollo e consapevolezza critica.

Secondo Galimberti, l’eccesso di stimoli visivi e l’abitudine a un consumo rapido e superficiale di contenuti rischiano di impoverire funzioni cognitive fondamentali, come l’attenzione profonda, la lettura di testi complessi e la riflessione articolata — attività essenziali per lo sviluppo dell’intelligenza e del pensiero critico.

Queste osservazioni trovano alcuni riscontri in ricerche scientifiche internazionali che mostrano associazioni tra uso intensivo di smartphone e maggiore impulsività, difficoltà di concentrazione e rigidità cognitiva negli adolescenti. Uno studio europeo ha osservato che l’esposizione prolungata a smartphone e media multitasking può essere collegata a “stress digitale” che interferisce con la capacità di mantenere l’attenzione su compiti sostenuti nel tempo.

Allo stesso modo, la letteratura accademica evidenzia come l’uso eccessivo di media digitali durante l’infanzia possa correlare negativamente con l’interazione sociale diretta, lo sviluppo comportamentale e l’apprendimento scolastico, se non accompagnato da supervisione e limiti appropriati.

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La nuova “cultura dell’immagine” e la crisi della lettura

Galimberti critica apertamente quella che definisce “cultura dell’immagine”, nella quale i giovani consumano prevalentemente contenuti visivi e multimediali a scapito della lettura profonda. Nel suo discorso, ha sottolineato che leggere richiede l’abilità di decodificare simboli grafici e tradurli in immagini mentali, un processo cognitivo che contribuisce allo sviluppo della memoria, dell’analisi e della comprensione complessa.

Questa contrapposizione tra lettura profonda e consumo rapido di contenuti digitali non è solo retorica: studi sul comportamento di lettura digitale mostrano che l’esperienza di lettura su schermi, soprattutto se frammentata e interrotta da notifiche, tende a ridurre la comprensione e l’impegno profondo rispetto alla lettura su carta tradizionale.

Il risultato, ammonisce Galimberti, è una generazione che fatica ad affrontare testi articolati, che predilige la gratificazione immediata e che rischia una sorta di impoverimento cognitivo generale.

Giovani e lavoro: tra tempo libero e “rifiuto del sacrificio”

Il secondo elemento centrale dell’analisi di Galimberti riguarda il rapporto dei giovani con il lavoro. Secondo il filosofo, la generazione attuale — cresciuta con il valore del tempo libero come elemento fondamentale della vita — mostra una resistenza verso lavori ritenuti “sacrificanti” o poco gratificanti.

Molti giovani, osserva Galimberti, accetterebbero lavori feriali ma rifiuterebbero turni nei weekend o impegni ritenuti faticosi, privilegiando la socialità, il divertimento e la qualità della vita. Tale atteggiamento, secondo lui, sarebbe facilitato da un contesto familiare che mantiene economicamente i giovani più a lungo, ritardando l’autonomia personale.

Il filosofo non esita a dipingere un quadro critico: resta vivo un modello culturale nel quale il lavoro duro e il sacrificio sono valori da rivalutare, in contrasto con una visione più edonistica del tempo libero. Questa posizione richiama dibattiti più ampi sulla trasformazione delle culture del lavoro nelle società occidentali contemporanee, spesso in tensione tra equilibrio vita‑professionale e produttività economica.

Tecnologia e salute mentale: dati e dibattiti globali

È importante sottolineare che il dibattito scientifico sull’uso degli smartphone non è univoco. Mentre Galimberti descrive un quadro di “degrado cognitivo”, altre ricerche suggeriscono che l’uso di tecnologie digitali può avere anche effetti neutri o positivi se integrato in contesti educativi e sociali adeguati. Ad esempio, l’uso di tecnologie digitali tra gli anziani è stato associato a una riduzione del rischio di declino cognitivo, esemplificando come l’interazione con dispositivi digitali non sia intrinsecamente negativa in ogni contesto.

Nel caso dei bambini e degli adolescenti, la ricerca indica una complessità di effetti, con rischi maggiori quando l’uso è eccessivo, non regolamentato e sostituisce altre attività cognitive, sociali e fisiche più salutari.

La prospettiva educativa e le risposte della società

Di fronte a queste preoccupazioni, pedagogisti e psicologi in Italia e all’estero hanno lanciato appelli per limitare l’uso degli smartphone nei più piccoli, suggerendo soglie di età minima per l’accesso autonomo a tali dispositivi e regolamentazioni più rigorose nelle scuole. Ad esempio, è stato proposto di vietare l’uso personale dei telefoni prima dei 14 anni e di rinviare l’accesso ai social media fino ai 16 anni, per ridurre i rischi di dipendenza e di impatti negativi sulla salute mentale.

Allo stesso tempo, numerosi esperti sottolineano l’importanza di educare all’uso consapevole della tecnologia, piuttosto che demonizzarla completamente, integrandola con attività che promuovano creatività, lettura e interazione sociale reale.

Conclusione: tra allarme culturale e responsabilità collettiva

La denuncia di Umberto Galimberti accende un dibattito necessario e profondo sulla relazione tra tecnologia, sviluppo cognitivo e valori sociali. È indubbio che gli smartphone abbiano trasformato in modo radicale il modo in cui i giovani apprendono, comunicano e vivono la loro quotidianità. Tuttavia, la questione va affrontata con rigore scientifico e con politiche educative che bilancino i rischi potenziali con i benefici reali, promuovendo l’uso critico e sano della tecnologia fin dalla prima infanzia.

In un’epoca in cui il digitale è parte integrante della vita sociale e culturale, l’obiettivo non può essere la proibizione tout court, ma la costruzione di una cittadinanza digitale consapevole, capace di usare gli strumenti tecnologici senza soccombere alle loro insidie.

12 Gennaio 2026
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