🌐 Catania, gelateria propone il “Pistacchio Gay” e scoppia la polemica
A Catania una gelateria nel cuore storico battezza un nuovo gusto “Pistacchio Gay”, innescando un acceso dibattito pubblico tra critiche da parte della comunità LGBTQIA+ e giustificazioni dei gestori sull’uso del linguaggio e il ruolo culturale delle parole.
Nel centro storico di Catania, nelle vicinanze della celebre piazza Duomo, una semplice gelateria ha trasformato un gusto di gelato in un caso mediatico. La comparsa del cartellino “Pistacchio Gay” accanto a una vaschetta di gelato verde e rosa ha acceso un acceso dibattito sociale, facendo emergere discussioni più ampie su linguaggio, stereotipi, identità e sensibilità culturali nell’Italia contemporanea.
La vicenda è esplosa sui social e sulle testate nazionali nei primi giorni di gennaio 2026, culminando in un confronto serrato tra chi ha visto nel nome una provocazione involontaria e chi ha avvertito il richiamo come un simbolo di stereotipi potenzialmente dannosi.

Un nome, due colori e un messaggio controverso
📌 Il gusto, una combinazione di gelato al pistacchio verde con un cuore interno di cioccolato rosa, è stato battezzato semplicemente “Pistacchio Gay” dal personale del locale. «Abbiamo unito il pistacchio al cioccolato rosa e quindi lo abbiamo chiamato così», ha spiegato un dipendente della gelateria al quotidiano La Sicilia.
Ai gestori non era inizialmente parso offensivo il nome scelto: si trattava, nella loro intenzione, di un richiamo cromatico e di un modo “giocoso” di descrivere il gusto. Ma il termine scelto, carico di significati sociali e culturali, ha rapidamente trasformato la vetrina in un palcoscenico di dibattito pubblico.
Il verde e il rosa, due colori così distinti, sono diventati simboli inconsapevoli di un confronto tra linguaggio commerciale e percezioni collettive di identità sessuale e rappresentanza.
La voce degli attivisti: bullismo, stereotipi e linguaggio
La reazione non si è fatta attendere. Luigi Tabita, attore, attivista e direttore del Giacinto Festival, ha denunciato l’episodio sui social, sottolineando che usare la parola “gay” in modo apparentemente casuale in un contesto frequentato anche da bambini e giovanissimi può contribuire a “alimentare bullismo e stereotipi”, soprattutto in una cultura ancora molto legata a visioni binarie di genere e ruoli di genere associati ai colori.
«Scrivere “pistacchio gay” in un luogo come una gelateria può alimentare messaggi involontari negativi e rinforzare stereotipi legati al colore rosa e alla debolezza», ha scritto Tabita, evidenziando come termini legati all’identità di genere possano avere impatti concreti nelle relazioni quotidiane, specie tra i più giovani.
Anche Open Catania, collettivo queer affiliato ad Arci, ha espresso critiche nette: «Non c’è niente di spiritoso in tutto questo: siamo nel 2026 e non vorremmo perdere tempo con “pistacchi gay” e altre trovate simili, perché le priorità dovrebbero essere altrove», recita una parte del commento pubblicato dal gruppo.
Questo punto di vista riflette una frattura effettiva tra generazioni e culture diverse sulla sensibilità linguistica e sull’uso dei riferimenti all’identità sessuale nel linguaggio quotidiano.
La difesa del gestore: intenzioni fraintese
Dal lato della gelateria, le motivazioni restano lontane da ogni intento offensivo. Il titolare ha voluto specificare che il nome era stato scelto per richiamare visivamente i colori della vaschetta, senza alcuna volontà di insultare o offendere le persone omosessuali, sottolineando rispetto e inclusività verso tutte le persone.
La spiegazione ha cercato di stemperare la polemica, spiegando che si voleva comunicare “un senso di gioia e spensieratezza” attraverso un gusto originale e accattivante, piuttosto che inserire messaggi politici o sociali nel contesto commerciale.
Tuttavia, molti commenti sui social hanno evidenziato come la percezione di un messaggio sia spesso più potente dell’intenzione comunicativa: in un’era in cui le sensibilità culturali e le questioni identitarie sono al centro del dibattito pubblico, ogni parola può avere un peso significativo.
Il dibattito socioculturale oltre la gelateria
La vicenda catanese si inserisce in un contesto più ampio di discussione sui linguaggi inclusivi e sulle responsabilità culturali dei brand, anche piccoli locali artigianali. In un momento storico segnato da un crescente interesse verso l’educazione affettiva, il rispetto dell’identità e la lotta contro le discriminazioni, il linguaggio utilizzato nei contesti pubblici è sempre più esaminato e messo in discussione.
Tra coloro che criticano la scelta si trova chi invita a riflettere su quanto i riferimenti identitari debbano essere trattati con sensibilità, per evitare fraintendimenti o associazioni involontarie con stereotipi ancora radicati nella cultura popolare italiana.
Altri commentatori, però, hanno sottolineato che l’ironia e la creatività, se ben calibrate, possono essere strumenti di inclusione, e che il linguaggio nella cultura gastronomica italiana è da sempre ricco di giochi semantici e nomi evocativi che spesso non intaccano il valore sociale di un termine.
La riflessione pubblica e la responsabilità del linguaggio
Il caso di Catania dimostra come un’iniziativa apparentemente innocua possa diventare un’occasione per interrogarsi su come nomi, parole e simboli influenzino la percezione culturale e la sensibilità collettiva. In un’Italia dove il dibattito sull’inclusività, i diritti e il rispetto delle differenze è costantemente vivace, episodi come questo fungono da specchio sociale.
La polemica non riguarda semplicemente un gusto di gelato in una vetrina, ma tocca questioni più ampie: come rappresentiamo l’identità all’interno della società? Qual è la linea tra creatività commerciale e sensibilità culturale? Quali sono le responsabilità di chi comunica al pubblico?
Come ha ricordato uno dei critici sui social: «Il linguaggio restituisce e impone contemporaneamente una visione del mondo», e pertanto l’attenzione alle parole diventa fondamentale per costruire una società più consapevole e rispettosa.
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