🌐 Turiste italiane a Palawan sopravvissute legandosi tra loro
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ToggleUna gita che doveva essere un’occasione di relax tra spiagge incontaminate, barriera corallina e acque cristalline si è trasformata in un incubo durato quasi un’ora per nove turiste italiane, quasi tutte milanesi, coinvolte in un naufragio al largo dell’isola filippina di Palawan. La barca su cui si trovavano ha improvvisamente iniziato ad imbarcare acqua e infine è affondata, lasciando le donne in balia delle onde per circa 45 minuti, senza alcun supporto di emergenza a bordo.
Nonostante la paura, la mancanza di radio, razzi di segnalazione e dispositivi di sicurezza e l’inesperienza del capitano, l’evento si è concluso con un miracoloso salvataggio di tutte le persone coinvolte, che torneranno in Italia nei prossimi giorni.
L’escursione che si trasforma in dramma
Era l’8 gennaio 2026 quando un gruppo di turiste italiane, tra cui l’avvocata milanese Giovanna Fantini, ha lasciato Coconut Beach, località turistica nei pressi di Port Barton, per una classica escursione in barca alla vicina isola di Peña Plata, meta rinomata per snorkeling e fauna marina.
Quella che doveva essere una giornata spensierata, caratterizzata da nuotate tra tartarughe marine e coralli, si è trasformata rapidamente in tragedia quando, al ritorno, il mare è diventato improvvisamente agitato e le onde hanno cominciato a sbattere violentemente contro lo scafo.
In pochi istanti l’imbarcazione ha iniziato ad affondare, con il marinaio e il capitano incapaci di gestire l’emergenza.
In balia del mare: paura, ingegno e unità
Una volta in acqua, le turiste hanno immediatamente indossato i giubbotti di salvataggio. In assenza di radio e razzi di segnalazione, hanno dovuto fare affidamento solo sul proprio ingegno per restare insieme e visibili.
Con corde, tavole di legno e salvagenti, si sono legate l’una all’altra per non disperdersi nella corrente – una misura che, secondo le stesse protagoniste, ha fatto la differenza tra la vita e una potenziale tragedia.
La situazione era resa ancor più critica dal fatto che il capitano, giovane e inesperto, non ha lanciato alcun segnale di soccorso.
La svolta è arrivata grazie a uno smartphone impermeabile appartenente a una delle turiste, che ha permesso loro di mettersi in contatto con un compagno rimasto sulla terraferma. La chiamata – e la conseguente allerta del personale dell’hotel – ha fatto avviare le ricerche.

Il salvataggio e il sollievo
Dopo circa 45 minuti in acqua – una durata in cui la fatica e l’ansia si mescolavano a un’incerta speranza – una barca di soccorso dell’albergo ha raggiunto il punto in cui le turiste erano state avvistate e le ha tratte in salvo.
«Non sapevamo se ci avrebbero trovato», ha raccontato una di loro, sottolineando il terrore provato mentre aspettavano di essere localizzate dalle unità di soccorso.
Fortunatamente nessuna delle turiste ha riportato ferite gravi; alcune hanno riportato lievi traumi dovuti alla prolungata esposizione al freddo e alla fatica, ma tutte sono in buone condizioni fisiche.
Le carenze di sicurezza e la denuncia
Il racconto delle protagoniste ha messo in luce alcune gravi carenze nella sicurezza dell’imbarcazione utilizzata per l’escursione: nessun dispositivo di comunicazione, nessun razzo di segnalazione, né adeguati strumenti di emergenza.
Per questo motivo, le turiste hanno presentato una denuncia alla Capitaneria di Port Barton, che ha annunciato l’apertura di un’indagine per accertare eventuali responsabilità sulla scarsa dotazione di sicurezza e sull’operato dell’equipaggio.
Le autorità filippine, nel frattempo, hanno avviato verifiche più ampie sul rispetto delle normative di sicurezza da parte delle imbarcazioni turistiche che operano nella regione, particolarmente frequentata da viaggiatori internazionali.
Le testimonianze: paura e incredulità
Tra le nove donne c’è chi ha definito l’esperienza come «un inferno in mezzo all’oceano», ma anche «una prova di resilienza e solidarietà».
«Era come tornare bambine e dover combattere tutte insieme contro un mare impietoso», ha raccontato una delle turiste al Corriere della Sera, spiegando come la decisione comune di legarsi l’una all’altra abbia creato un punto di riferimento stabile nonostante le correnti forti.
Le amiche hanno raccontato inoltre di aver cercato di mantenere alto il morale cantando e incoraggiandosi a vicenda fino all’arrivo dei soccorsi.

Un episodio che riaccende il dibattito sulla sicurezza turistica
L’incidente – sebbene con un esito positivo – ha riaperto il dibattito sulla tutela dei turisti stranieri nelle Filippine, Paese che ogni anno attira milioni di visitatori per le sue bellezze naturali ma che, negli anni, è stato teatro anche di naufragi e incidenti marittimi con esiti tragici per carenze di sicurezza, sovraccarico e condizioni meteo impreviste.
Nel 2015, ad esempio, un traghetto filippino affondò con decine di vittime a causa di negligenze operative; episodi come questi ricordano quanto sia essenziale il rispetto rigoroso delle normative di sicurezza a bordo.
Il rientro e le prospettive future
Le turiste italiane – soggette a un controllo sanitario di routine dopo l’accaduto – dovrebbero rientrare in Italia il 10 gennaio, con un’esperienza che, malgrado il lieto fine, resterà impressa nei loro ricordi.
Al di là della paura provata, la vicenda invita alla riflessione sulla necessità di standard più elevati di sicurezza per chi si mette in viaggio in acque internazionali, soprattutto in luoghi dove le condizioni marine possono mutare rapidamente.
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