11:53 am, 10 Gennaio 26 calendario

🌐 Proteste in Iran: un palazzo del governo a fuoco a Teheran

Di: Redazione Metrotoday
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Nelle proteste in Iran esplose contro il regime, un palazzo del governo a Teheran è stato dato alle fiamme, mentre il governo impone un maxi blackout di internet per contenere le mobilitazioni che si estendono a oltre 100 città.

La tensione in Iran ha raggiunto livelli drammatici nelle ultime ore, con scontri di piazza, violenze diffuse e una escalation che ha visto un palazzo del governo nella capitale Teheran dato alle fiamme dai manifestanti, simbolo evidente della frustrazione popolare contro il regime degli ayatollah. Le proteste, entrate nel loro dodicesimo giorno consecutivo, riflettono un malcontento profondo che si estende ben oltre le questioni economiche e tocca il cuore del potere politico iraniano.

Una scintilla che diventa incendio

Le proteste iraniane sono iniziate il 28 dicembre 2025, in seguito alla forte svalutazione della moneta nazionale, all’aumento vertiginoso dei prezzi e alla percezione diffusa di una crisi economica incontrollata. In pochi giorni, quelle che erano inizialmente manifestazioni di natura economica si sono trasformate in una mobilitazione di massa contro il sistema politico teocratico che governa il Paese da oltre quattro decenni.

Negli ultimi giorni diverse strutture pubbliche e alcuni palazzi governativi sono stati incendiati dalle folle in rivolta, con scene che ricordano periodi storici di forte conflitto interno. A Teheran, in particolare, un edificio riconducibile alle istituzioni statali è stato colpito e avvolto dalle fiamme sotto gli occhi della popolazione e delle forze di sicurezza, creando un’immagine di rottura e di rifiuto simbolico dell’ordine costituito.

Secondo alcune testimonianze raccolte tramite fonti internazionali, le immagini dell’incendio sono circolate rapidamente sui social e su piattaforme non censurate, evidenziando come i manifestanti abbiano scelto di colpire direttamente simboli di autorità percepiti come rappresentanti di un potere distante e oppressivo.

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Maxi blackout e controllo dell’informazione

La reazione del governo non si è fatta attendere. Di fronte alla diffusione delle proteste, le autorità iraniane hanno imposto un blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni telefoniche, limitando l’accesso alla rete a livelli minimi per impedire l’organizzazione degli scontri e la circolazione di contenuti in tempo reale. Gruppi di monitoraggio come NetBlocks hanno confermato che la connessione è stata pesantemente ridotta, privando cittadini e media indipendenti dei canali di comunicazione tradizionali.

Questo blackout informativo, giudicato da osservatori internazionali come una misura di censura digitale mirata a soffocare la protesta, ha sollevato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, sottolineando come l’accesso alla comunicazione sia un diritto fondamentale in un momento così critico.

Bilancio delle violenze e repressione

Le cifre ufficiali sulle vittime e sui feriti restano difficili da verificare a causa della censura e della mancanza di trasparenza delle autorità. Tuttavia, gruppi indipendenti come la Iran Human Rights Activists News Agency riportano un bilancio pesante: almeno oltre 40 persone sarebbero state uccise nei confronti con le forze di sicurezza e durante gli scontri, inclusi anche membri delle forze dell’ordine. Il numero degli arresti supera i 2.200 in tutto il Paese.

Queste cifre si inseriscono in un contesto di repressione crescente da parte delle forze governative, che hanno utilizzato metodi violenti contro dimostranti pacifici, impiegando armi da fuoco, gas lacrimogeni e arresti di massa per disperdere le folle. Organismi per la difesa dei diritti umani sottolineano come il ricorso alla forza sia sproporzionato e abbia già causato numerose vittime tra la popolazione civile.

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Le proteste non si limitano più alla sola capitale. Secondo varie fonti giornalistiche, le manifestazioni si sono estese a oltre 100 città, in tutte le 31 province dell’Iran, interessando località come Urmia, Kermanshah, Mashhad e Isfahan, e coinvolgendo un’ampia gamma di cittadini: studenti, lavoratori, commercianti e famiglie intere.

La mobilitazione, che richiama in parte le grandi ondate di protesta del passato – come quelle legate alle proteste per la morte di Mahsa Amini nel 2022, quando il movimento “Donna, vita, libertà” scosse profondamente il Paese – riflette una insoddisfazione sociale e politica radicata e non solo momentanea.

Il ruolo dei leader dell’opposizione e delle forze esterne

Nel clima di fervore sociale, figure dell’opposizione come Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià di Persia, sono tornate a essere invocate dai manifestanti come simboli di alternativa al regime attuale. Sui social e su alcune piattaforme, il nome di Pahlavi risuona tra gli slogan, con richiami alla fine della Repubblica islamica e al ritorno a forme di governo percepite come più libere e rappresentative.

Il governo, dal canto suo, ha cercato di attribuire la colpa delle violenze a influenze esterne, accusando agenti stranieri – in particolare Stati Uniti e Israele – di fomentare il caos, una narrazione rilanciata dai media statali per giustificare la repressione e consolidare il consenso attorno alla leadership religiosa.

Ash e fiamme: un simbolo della sfida

Il fatto che un palazzo del governo sia stato dato alle fiamme a Teheran non è un semplice episodio di vandalismo, ma un potente simbolo di rottura. In un paese dove manifestare è diventato sempre più rischioso, l’atto di colpire direttamente un edificio governativo indica una sfida aperta alle autorità e un desiderio profondo di cambiamento tra le masse.

10 Gennaio 2026
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