9:27 am, 10 Gennaio 26 calendario

🌐  Cucinare la nutria come il granchio blu per salvare i fiumi

Di: Redazione Metrotoday
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L’idea di trattare la nutria come il granchio blu, trasformando una specie invasiva in una possibile risorsa alimentare ed economica, torna al centro del dibattito ecologico in Italia. Tra rischi per gli ecosistemi fluviali, proposte innovative e sfide normative, emerge un confronto serrato su come gestire queste specie aliene che minacciano biodiversità e infrastrutture.

Fiumi, canali e corsi d’acqua italiani raccontano oggi una storia di crescita incontrollata, erosione degli argini e biodiversità messa a rischio da specie esotiche divenute invasive. Mentre il granchio blu ha già suscitato un acceso dibattito trasformandosi — almeno in parte — da problema ecologico a opportunità economica e gastronomica, l’attenzione si sposta ora sulla nutria (Myocastor coypus), un grande roditore semi-acquatico i cui effetti negativi sugli ambienti fluviali sono evidenti e documentati da anni. C’è chi propone di “seguire l’esempio del granchio blu”, esplorando la possibilità di valorizzare la nutria come risorsa piuttosto che limitarne la presenza con metodi tradizionali di controllo.

La nutria: dalle pellicce al problema ecologico

📌 Originaria del Sud America, la nutria fu introdotta in Europa e in Italia nel XX secolo per l’allevamento intensivo a fini di pellicceria. Quando il mercato della pelliccia crollò, molti esemplari furono rilasciati o fuggirono dalla cattività, dando inizio a popolazioni selvatiche sempre più numerose. La specie si è adattata con successo agli ambienti d’acqua dolce europei e italiani, proliferando lungo i corsi d’acqua, nei fossi e nei canali. Oggi la nutria è presente in gran parte del territorio, con significative concentrazioni nella Pianura Padana e in molte zone collinari e fluviali del Centro-Nord.

Dal punto di vista ecologico e idrogeologico il problema è serio: la nutria scava tane e cunicoli lungo gli argini, compromettendone la stabilità e aumentando il rischio di esondazioni, soprattutto durante eventi meteorologici intensi. La loro attività di scavo può indebolire infrastrutture idrauliche essenziali per l’agricoltura e le comunità locali, con costi economici e sociali rilevanti. Inoltre, essendo grandi erbivori, consumano la vegetazione ripariale e delle zone umide, contribuendo all’erosione dei suoli e alla perdita di habitat per specie autoctone.

Il precedente del granchio blu

Negli ultimi anni in Italia un’altra specie invasiva ha cambiato il modo di affrontare questi fenomeni: il granchio blu (Callinectes sapidus). Originario dell’Oceano Atlantico, il crostaceo ha proliferato nel Mar Mediterraneo e nelle lagune costiere, impattando negativamente sull’itticoltura e sugli allevamenti di molluschi, in particolare cozze e vongole nel Delta del Po. Per far fronte a questi impatti, le istituzioni regionali e nazionali hanno sviluppato piani di gestione che includono monitoraggio, attività di pesca straordinaria e iniziative per promuovere il consumo di questa specie nei mercati locali.

L’esperienza del granchio blu ha dimostrato che, se opportunamente valorizzata, una specie invasiva può essere inserita in una filiera produttiva e gastronomica, offrendo nuove opportunità economiche per pescatori e operatori del settore alimentare. In Emilia-Romagna ad esempio la pesca autorizzata del granchio blu ha permesso alle imprese ittiche di accedere a nuove risorse, mentre progetti come filiere dedicate alla trasformazione e commercializzazione hanno cercato di dare stabilità al mercato.

Nutria come risorsa: impossibile o rivoluzionario?

Proprio sulla scia di queste iniziative, alcuni esperti e ambientalisti hanno avanzato l’idea di “guardare alla nutria come si è guardato al granchio blu”. Secondo i promotori di questa visione, trasformare la nutria in una specie da valorizzare potrebbe contribuire a contenere la sua popolazione e ridurre i danni che provoca agli ecosistemi fluviali, creando al contempo una filiera alimentare o commerciale attorno alla sua carne e agli altri materiali derivati.

La carne di nutria è commestibile e, in passato, è stata consumata in alcune regioni; alcuni agricoltori e cacciatori la descrivono come magra e saporita, paragonabile a quella del coniglio o del tacchino. Tuttavia, la normativa italiana attuale impedisce la commercializzazione della carne di nutria, permettendo solo il consumo personale e casalingo. Mancano infatti filiere certificate, controlli veterinari standardizzati e un quadro giuridico chiaro che consenta l’immissione sul mercato in sicurezza alimentare.

Dal punto di vista gestionale, la nutria è classificata come specie esotica invasiva in tutta l’Unione Europea, e le direttive comunitarie e italiane richiedono misure di contenimento o eradicazione per mitigare gli effetti negativi sulle specie autoctone e sugli ecosistemi locali. Questo quadro regolatorio complica l’ipotesi di una filiera alimentare ufficiale, ma non ne impedisce la discussione su scala accademica e politica.

CriticitĂ  e opportunitĂ 

Chi sostiene l’idea di “nutria come granchio blu” segnala alcuni punti di forza: una specie abbondante a costo zero da catturare, un potenziale prodotto gastronomico nuovo per mercati locali e ristorazione, e la possibilità di ridurre la pressione demografica sulle popolazioni di nutrie. Ma gli scettici sottolineano che nutrie e granchi sono ecologicamente e biologicamente molto diversi, e che la gestione di un roditore terrestre e semi-acquatico pone sfide più complesse rispetto a quella di un crostaceo marino, anche in termini di tecniche di cattura, sicurezza alimentare e accettazione sociale.

Le attività di controllo attuali, in molte regioni italiane, includono programmi di cattura e soppressione degli animali, con l’aiuto di cacciatori e squadre di gestione faunistica, oltre a campagne di segnalazione e monitoraggio da parte dei cittadini. Queste azioni — pur necessarie — non sono sufficienti a invertire la tendenza di crescita della popolazione se non accompagnate da strategie coordinate e risorse adeguate.

Verso una strategia integrata

La crescente diffusione di specie invasive come nutrie e granchi blu riflette un fenomeno piĂš ampio: quello delle specie aliene che, per vari motivi legati agli scambi commerciali, ai cambiamenti climatici e alla mancanza di predatori naturali, riescono a insediarsi e prosperare in nuovi habitat, generando danni ecologici e socio-economici. Secondo rapporti recenti, in Italia nel 2025 erano presenti quasi 3.700 specie esotiche, molte delle quali invasive e responsabili di effetti negativi su ecosistemi e attivitĂ  umane.

Per affrontare questa emergenza biologica servono approcci innovativi ma anche solidi strumenti normativi, piani di gestione nazionali e locali e, soprattutto, un dialogo aperto tra istituzioni, scienziati, operatori del settore e cittadini. Se l’esperienza del granchio blu ha mostrato che un fenomeno negativo può diventare occasione di sviluppo sostenibile, nulla vieta che si possano esplorare nuove strade anche per la nutria — pur con tutte le cautele scientifiche, igienico-sanitarie e socio-culturali del caso.

10 Gennaio 2026 ( modificato il 9 Gennaio 2026 | 21:34 )
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