7:31 pm, 9 Gennaio 26 calendario

🌐  Iran, nuovo ciclo di proteste: morti e feriti

Di: Redazione Metrotoday
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Da fine dicembre 2025 l’Iran è attraversato da un nuovo ciclo di proteste popolari, duramente represso dalle forze di sicurezza. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch l’uso illegale della forza, armi da fuoco e arresti di massa ha causato una escalation di morti e feriti, segnando un altro capitolo doloroso nella lunga storia di dissenso contro la Repubblica Islamica.

Teheran e oltre: un’ondata di protesta che non si ferma

Da quando migliaia di persone sono scese in piazza a Teheran per protestare contro la profonda svalutazione della moneta nazionale, l’escalation di violenza e repressione da parte delle autorità iraniane ha assunto proporzioni allarmanti. Ciò che inizialmente era una mobilitazione contro l’inflazione galoppante, la cattiva gestione delle risorse idriche e il peggioramento delle condizioni di vita, si è rapidamente trasformato in una più ampia richiesta di diritti, dignità e libertà, con slogan che invocano nulla meno che la caduta della Repubblica islamica.

Le proteste si sono diffuse in decine di città e in tutte le 31 province del paese, coinvolgendo strati sempre più ampi della popolazione: lavoratori, studenti, commercianti e giovani. Manifestazioni e scioperi si sono moltiplicati persino nelle regioni più remote, in un fenomeno che molti osservatori internazionali descrivono come la più significativa ondata di dissenso socio-politico dall’epoca delle proteste Donna, Vita, Libertà del 2022.

La repressione: uso illegale della forza e uccisioni

Secondo il rapporto congiunto di Amnesty International e Human Rights Watch, consultato e analizzato da queste redazioni, le autorità iraniane — tra cui i Guardiani della Rivoluzione e le forze speciali di polizia — hanno ricorso a fucili, pistole con proiettili di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per dispersare, intimidire e punire manifestanti che nella stragrande maggioranza dei casi erano pacifici.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno dettagliato l’impiego di armi da fuoco contro civili disarmati — senza che vi fosse una minaccia imminente alla vita dei membri delle forze di sicurezza che lo giustificasse — e sottolineano come questi atti rientrino in una politica di stato consolidata, caratterizzata da impunità sistemica e negazione delle responsabilità da parte delle autorità.

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Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026, almeno 28 persone — incluse adolescenti — sono state uccise in 13 città di otto province iraniane, con punte di violenza particolarmente gravi nelle province di Lorestan e Ilam, dove vivono minoranze etniche curde e luri.

Un episodio drammatico si è verificato ad Azna, nella provincia di Lorestan, dove le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro manifestanti pacifici radunati nei pressi dell’ufficio del governatore. Video verificati mostrano agenti dei Guardiani della Rivoluzione sparare su uomini e donne che non avevano armi. Almeno sei manifestanti sono stati uccisi in quella località, tra cui Vahab Mousavi e Reza Moradi Abdolvand.

Un bilancio delle vittime in rapido aumento

Mentre Amnesty International e Human Rights Watch avevano inizialmente documentato decine di uccisioni nelle prime fasi delle proteste, dati successivi di organizzazioni indipendenti suggeriscono una dimensione della crisi molto più ampia:

  • Secondo l’agenzia Human Rights Activists News Agency (HRANA), oltre 500 persone sono state uccise nelle proteste in un periodo di circa due settimane, con la conferma di circa 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza morti.

  • Il totale dei morti, secondo analisi più recenti, potrebbe raggiungere 544 vittime confermate, includendo anche otto bambini e altri civili non coinvolti direttamente nelle manifestazioni.

  • Le cifre includono persone uccise da proiettili veri, pallini di metallo e altri mezzi letali, mentre migliaia di altri manifestanti sono rimasti feriti gravemente, con traumi alla testa, agli occhi e agli arti, spesso a causa di proiettili di piccolo calibro sparati a distanza ravvicinata.

Queste stime crescenti sottolineano come il bilancio dei morti e dei feriti sia in aumento costante, nonostante l’accesso alle informazioni sia limitato dal governo iraniano attraverso blackout di internet e restrizioni sui media.

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Violenza, arresti e intimidazioni

Oltre alle uccisioni, il rapporto di Amnesty International e Human Rights Watch documenta arresti di massa — inclusi ragazzi di appena 14 anni — e sparizioni forzate, con molti detenuti tenuti in isolamento e privi di contatti con familiari o avvocati.

Le autorità hanno inoltre utilizzato le immagini di giovani manifestanti costrette a rilasciare confessioni in televisione come strumento di propaganda, accusandoli di essere “istigatori della rivolta”.

In diversi casi, i feriti — molti con gravi traumi — sono stati disincentivati dal recarsi in ospedale per paura di ulteriori arresti, mentre le forze di sicurezza sono state accusate di irruzioni anche all’interno di strutture sanitarie per aggredire pazienti, familiari e personale medico.

Reazioni internazionali e clima politico

La repressione ha attirato critiche internazionali. Le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per le violenze e il Segretario Generale ha chiesto alle autorità di rispettare il diritto alla libertà di espressione e di manifestazione.

Nel frattempo, la leadership iraniana — a partire dal Supremo Leader Ayatollah Ali Khamenei — ha etichettato i manifestanti come “vandali” e “terroristi”, promettendo una risposta ferma e, in alcuni casi, difendendo l’uso della forza per ristabilire l’ordine.

Un test di resilienza civile e di percezione globale

Questa nuova ondata di proteste, sebbene inizialmente innescata da motivi economici, ha assunto connotati profondamente politici, fungendo da catalizzatore per sentimenti di frustrazione accumulati in anni di repressione, stagnazione economica e limitazioni delle libertà civili.

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La risposta ufficiale — caratterizzata da repressione brutale, negazione delle responsabilità e informazioni controllate — riflette una leadership sempre più isolata e determinata a mantenere il controllo a qualunque costo. Al tempo stesso, la determinazione delle piazze iraniane, nelle principali città e nei centri più piccoli del paese, continua a sorprendere gli osservatori internazionali, che vedono in queste proteste un possibile spartiacque nel lungo conflitto tra società civile e élite al potere a Teheran.

Una crisi in evoluzione

La mobilitazione in corso in Iran rappresenta qualcosa di più di una singola ondata di protesta economica: è l’espressione di un malessere profondo che attraversa società, generazioni ed identità etniche, alimentato da anni di ingerenze, crisi economiche strutturali e repressione politica.

Con il bilancio dei morti e dei feriti in continua crescita, e con milioni di cittadini che assistono impotenti alla violenta risposta delle forze dell’ordine, il mondo si trova di fronte a una crisi umanitaria e politica di dimensioni crescenti. Le denunce di organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch non sono solo un atto di accusa nei confronti delle autorità iraniane, ma anche un monito per la comunità internazionale: la violenza di Stato e la repressione sistemica non possono rimanere impunite.

9 Gennaio 2026 ( modificato il 13 Gennaio 2026 | 19:37 )
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