🌐 Crediti e giacimenti offshore: il golpe in Venezuela rilancia Eni
Il golpe in Venezuela scuote i mercati globali dell’energia: tra opportunità e controversie, crediti e giacimenti offshore tornano al centro della strategia del gruppo italiano Eni, con il possibile recupero di attività bloccate dalle sanzioni e riserve petrolifere tra le più vaste del pianeta.
L’onda lunga del colpo di stato in Venezuela non si limita agli equilibri geopolitici dell’America Latina: rischia di rimodellare gli asset energetici globali e di dare nuovo impulso a crediti e giacimenti offshore che da anni erano congelati. Al centro di questa dinamica c’è Eni, il colosso energetico italiano, che potrebbe ritrovare terreno favorevole per rilanciare attività che negli ultimi anni erano state bloccate dalle sanzioni statunitensi.

Nei mesi scorsi, infatti, le restrizioni economiche imposte dal governo americano avevano spinto molte multinazionali — a cominciare da quelle europee — a ridurre la loro presenza nel paese sudamericano. Per Eni, questo ha significato difficoltà nel realizzare progetti e nel riscuotere crediti per contratti e forniture che risalgono a periodi precedenti al giro di vite internazionale. Secondo una recente indagine di mercato, gruppi come Eni e la spagnola Repsol stanno faticando a recuperare pagamenti per circa 6 miliardi di dollari legati alla fornitura di gas e diluenti petroliferi a impianti venezuelani.
Ora, con la caduta del governo di Nicolás Maduro e l’insediamento di un nuovo regime supportato dall’intervento militare degli Stati Uniti, si prospetta per le grandi compagnie energetiche la possibilità di rientrare in un mercato ricchissimo di risorse ma anche tecnicamente e politicamente complesso.
Dalle riserve bloccate alla renaissance energetica
Il Venezuela detiene le riserve petrolifere più grandi al mondo, in particolare di greggio pesante e extra-pesante difficili da trattare ma potenzialmente enormi come fonte di reddito e fonte energetica strategica. Molti di questi giacimenti si trovano in ambiente offshore, cioè in mare, dove lo sfruttamento richiede investimenti tecnologici elevati.
Per anni, a causa dell’embargo deciso dagli Stati Uniti, molte attività esplorative o di sviluppo sono state congelate o limitate. Le “Big Oil”, tra cui Eni, hanno dovuto sospendere progetti e rinunciare a incassi e contratti prima promettenti. Il ritorno di interesse per questi bacini manca solo del colpo di scena geopolitico che ora potrebbe restituire terreno fertile alle multinazionali europee e americane.
Nel corso del 2025, ad esempio, Eni ha fatto significativi passi in avanti nei propri progetti offshore anche in altri continenti: dalla ripresa delle perforazioni in Libia dopo anni di stop, allo studio di nuovi blocchi in Costa d’Avorio, fino alla produzione di gas in Italia dal giacimento Argo Cassiopea, considerato tra i più importanti nel litoral siciliano. Queste iniziative dimostrano che la compagnia italiana non è estranea al modello di sviluppo delle risorse offshore e che, in caso di riapertura del mercato venezuelano, potrebbe accelerare la sua presenza.

I “crediti” come leva finanziaria e diplomatica
Oltre alle potenziali royalties e profitti derivanti dall’estrazione di greggio e gas, un’altra posta in gioco rilevante riguarda i crediti che le imprese italiane vantano nei confronti del Venezuela. Nel paese sudamericano, per contratti e forniture di energia, infrastrutture e servizi, aziende italiane di primo piano — da Eni a Webuild, passando per Ghella e altri gruppi industriali — vantano importanti somme non riscossi da tempo. Secondo fonti economiche e diplomatiche, la possibilità di rinegoziare o recuperare questi crediti è oggi un elemento centrale nelle trattative tra Roma e Caracas.
Dal punto di vista diplomatico, poi, la questione dei crediti si intreccia con le dinamiche dei negoziati internazionali: il rilascio di cittadini stranieri detenuti in Venezuela, ad esempio, è stato presentato come gesto di “pace” da parte delle autorità venezuelane, ma — secondo analisti — potrebbe avere collegamenti indiretti con le trattative finanziarie e con gli sforzi di cooperazione economica.
Opportunità e critiche: un equilibrio delicato
Se da un lato molte imprese europee vedono nel nuovo scenario venezuelano l’apertura di opportunità economiche e industriali, dall’altro non mancano le critiche. Per anni il settore energetico — e in particolare le grandi compagnie come Eni — è stato al centro di polemiche su impatto ambientale, trasparenza nei contratti e rapporti con regimi autoritari. Episodi come lo scandalo della concessione OPL 245 in Nigeria, o le accuse di contaminazione ambientale in Africa occidentale, hanno messo in evidenza come l’espansione nei giacimenti offshore sia spesso accompagnata da controversie non banali.
In Italia, l’opinione pubblica è divisa tra chi ritiene fondamentale rilanciare la presenza di aziende nazionali sui mercati globali dell’energia e chi invece sottolinea i rischi di un’eccessiva dipendenza dai combustibili fossili e di scelte troppo poco attente agli aspetti sociali e ambientali.

Il futuro dell’energia e il ruolo di Eni
La possibile ripresa delle attività venezuelane si inserisce in un quadro più ampio in cui Eni cerca di bilanciare tradizione e innovazione nel settore energetico. L’azienda ha cercato di diversificare le proprie attività, investendo in tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCUS), partecipando a progetti internazionali di gas naturale liquefatto (LNG) e sviluppando giacimenti offshore anche al di fuori del Venezuela.
Allo stesso tempo, la produzione di gas naturale in Italia — incrementata grazie a progetti come Argo Cassiopea e nuove concessioni — ha mostrato come il paese possa rafforzare la propria sicurezza energetica in un contesto globale sempre più incerto.
Ripercussioni globali
Sul piano internazionale, la riapertura dei giacimenti offshore venezuelani potrebbe avere impatti significativi sui prezzi dell’energia, sulla concorrenza tra grandi compagnie petrolifere e sulle strategie di decarbonizzazione. Paesi come gli Stati Uniti, che finora avevano imposto sanzioni e limitazioni commerciali, potrebbero trovarsi a dover ricalibrare la propria politica energetica in funzione delle nuove alleanze e delle esigenze di approvvigionamento.
Le tensioni tra imperativi economici e questioni geopolitiche non sono una novità nella storia dell’energia globale, ma il caso venezuelano potrebbe rappresentare uno di quei momenti in cui i cambi di regime accelerano trasformazioni strutturali su scala planetaria.
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