đ DNA spazzatura Alzheimer: nuove scoperte dai ânonâcodificantiâ
Uno studio rivoluzionario rivela che porzioni di DNA spazzatura Alzheimer considerate finora prive di funzione contengono âswitchâ che regolano cellule cerebrali fondamentali per la patogenesi della demenza. La ricerca apre un varco nella comprensione genetica della malattia.
Per decenni il genoma umano è stato descritto come un libro con un 98âŻ% di pagine bianche: decifrato solo per poche righe, il restante 98âŻ% di DNA non codificante â comunemente chiamato DNA spazzatura â sembrava privo di significato biologico reale. Oggi, grazie a tecnologie di ultima generazione e approcci innovativi alla genomica, quella visione sta rapidamente cadendo. Una nuova ricerca ha infatti individuato nei tratti ânon codificantiâ sequenze che agiscono come interruttori genetici in cellule cerebrali note per essere coinvolte nella malattia di Alzheimer, aprendo una prospettiva completamente nuova su come comprendere, e forse un giorno trattare, questa devastante forma di demenza.

Una rivoluzione genetica
Per lungo tempo, biologi e genetisti hanno considerato come principale fonte di variazione biologica e di malattie solo le regioni codificanti del genoma â circa il 2âŻ% della totalitĂ del DNA umano â che contengono i geni responsabili della sintesi proteica. Il restante 98âŻ% è stato a lungo etichettato come âjunk DNAâ, un residuo evolutivo privo di funzione utile. Ma questa etichetta è sempre piĂš insostenibile alla luce di scoperte accumulate negli ultimi anni.
Lâultima ricerca sul tema, pubblicata su Nature Neuroscience, ha messo sotto la lente migliaia di sequenze di DNA non codificante per identificarne gli enhancers â cioè âinterruttoriâ che controllano quando e quanto certi geni si attivano allâinterno delle cellule del cervello. Utilizzando tecniche di CRISPR interference (CRISPRi) combinata con avanzate analisi di espressione genica a singola cellula, gli scienziati sono riusciti a testare quasi mille potenziali switch nei gli astrociti, cellule di supporto fondamentali per lâequilibrio metabolico e funzionale dei neuroni.
Il risultato è stato sorprendente: circa 150 di questi elementi non codificanti si sono rivelati autentici regolatori di geni giĂ implicati nella patogenesi dellâAlzheimer â un numero notevole che riduce drasticamente il campo di ricerca genetico, offrendo nuove âmappeâ su cui puntare gli investimenti scientifici e terapeutici.
Che ruolo giocano gli astrociti nella demenza
Tradizionalmente, la ricerca sullâAlzheimer si è concentrata sui neuroni, le cellule cerebrali deputate alla trasmissione dellâinformazione. Tuttavia, studi recenti hanno mostrato che anche le cellule di supporto, come astrociti e microglia, giocano un ruolo centrale nel promuovere o frenare la neurodegenerazione. Astrociti e cellule immunitarie del cervello influenzano lâinfiammazione, il rilievo delle placche di proteine e la salute sinaptica.
Gli elementi di DNA spazzatura Alzheimer individuati sembrano controllare proprio quei processi cellulari: modificando lâattivitĂ di specifici switch genetici, gli astrociti potrebbero esprimere livelli diversi di proteine implicate nella risposta immunitaria, nella gestione degli stress ossidativi e nella capacitĂ di âripulireâ il cervello da accumuli tossici di amiloide e tau. Una scoperta che dĂ concretezza a unâidea emergente: il cervello non è solo neuroni, ma una comunitĂ di cellule in comunicazione costante.

Alzheimer: oltre la singola proteina
Per decenni, la lotta contro lâAlzheimer si è sviluppata attorno a due colpevoli principali: le placche di betaâamiloide e gli ammassi di proteina tau. Sebbene questi aggregati siano indubbiamente centrali nel danno neuronale, studi recenti suggeriscono che essi potrebbero non essere lâintero quadro patologico. Una ricerca pubblicata nel 2025 ha infatti identificato oltre 200 proteine aggregate nelle cellule cerebrali di modelli animali, molte delle quali non si accumulano in grandi placche ma possono danneggiare la funzione neuronale in modi piĂš sottili.
Tutto ciò suggerisce che lâAlzheimer sia una patologia molto piĂš complessa di quanto inizialmente ipotizzato: non solo una questione di âmacchie visibiliâ, ma un mosaico di microâdisfunzioni a livello molecolare, genetico e cellulare.
Dal DNA spazzatura alla possibile terapia genica
Queste scoperte portano con sĂŠ implicazioni potenziali nella ricerca terapeutica. Se gli switch nel DNA ânon codificanteâ controllano lâespressione di geni critici per la salute cerebrale, diventa possibile immaginare strumenti di modulazione genetica piĂš raffinati di quelli attuali, capaci di âriattivareâ o âspegnereâ determinate funzioni cellulari al momento giusto.
Tecnologie come CRISPR e i sistemi di editing epigenetico potrebbero un giorno essere usate per correggere disfunzioni a livello di regolazione genica, piuttosto che limitarsi a trattare i sintomi o rimuovere aggregati proteici. Alcuni approcci sperimentali mirano giĂ a utilizzare strumenti evoluti di intelligenza artificiale per mappare e interpretare regioni di DNA finora considerate oscure, accelerando la scoperta di bersagli farmacologici o genetici specifici.

Il ruolo femminile e altri fattori di rischio genetico
Parallelamente alla ricerca sulla funzione del DNA spazzatura, studi recenti hanno evidenziato differenze nel rischio di Alzheimer legate al sesso. Ricercatori dellâUCLA hanno identificato un gene legato al cromosoma sessuale che amplifica lâinfiammazione cerebrale nelle donne, contribuendo a spiegare perchĂŠ la demenza colpisca con maggiore frequenza e intensitĂ la popolazione femminile. Queste scoperte sottolineano che la malattia di Alzheimer non è un fenomeno monolitico, bensĂŹ un insieme di processi genetici, cellulari e ambientali che interagiscono su piĂš livelli.
La comprensione dellâAlzheimer si è evoluta notevolmente dai primi studi del XX secolo â quando la malattia fu descritta come una forma di demenza legata allâetĂ â fino alle moderne esplorazioni del genoma e delle reti di regolazione genetica. Allâinizio del millennio il vantaggio maggiore fu lâidentificazione dei geni APP e APOE, la cui variante Îľ4 è oggi il piĂš noto fattore di rischio genetico. Negli anni successivi, i progressi tecnologici come il sequenziamento di nuova generazione e lâediting genomeâwide hanno espanso la nostra comprensione ben oltre quei pochi geni, rivelando miliardi di lettere di DNA un tempo ignorate. Oggi, vedere il DNA spazzatura Alzheimer come una fonte di informazioni e opportunitĂ terapeutiche è la naturale evoluzione di questo percorso.
La scoperta di switch genici nei tratti di DNA non codificante associati allâAlzheimer è una di quelle pietre miliari che ridefiniscono il perimetro della ricerca scientifica. Tuttavia, molte sfide restano: comprendere come questi elementi operano in un cervello umano vivo, come interagiscono con fattori ambientali come dieta, attivitĂ fisica e esposizione allo stress, e come tradurre queste conoscenze in terapie efficaci è un lavoro di anni, se non decenni.
Nonostante ciò, la chiave di volta potrebbe risiedere proprio in ciò che per anni è stato liquidato come âspazzaturaâ. In un genoma che custodisce ancora miliardi di segreti, il futuro della medicina contro lâAlzheimer potrebbe non essere scritto nei geni tradizionali ma nei silenzi di quella sezione ignorata: il DNA non codificante.
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