🌐 Iran: almeno dieci morti nelle manifestazioni di protesta
In una delle fasi più intense di mobilitazione popolare degli ultimi anni, l’Iran sta attraversando una nuova ondata di manifestazioni di protesta che hanno già fatto registrare almeno dieci morti in scontri con le forze dell’ordine e nel corso delle agitazioni popolari. Le proteste, iniziate nella fine di dicembre 2025 per ragioni economiche legate alla crisi del costo della vita, si sono rapidamente trasformate in un movimento più ampio che esprime disaffezione e insofferenza verso il governo e l’establishment politico del Paese.
Secondo le dichiarazioni ufficiali iraniane, le vittime includono sia manifestanti civili sia membri delle forze di sicurezza, in un clima di tensione crescente che ricorda le ondate di protesta del 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, e che ha visto scontri in oltre 100 località in più di 20 province. Crisi economica, rial in caduta libera e malcontento sociale
Il motore principale delle proteste è la combinazione di forte inflazione, svalutazione record della moneta nazionale (rial) e aumento generalizzato dei prezzi dei beni di prima necessità. Negli ultimi mesi il rial ha perso gran parte del suo valore, con conseguenze dirette sul potere d’acquisto delle famiglie iraniane, già strette dalla pressione dei costi per l’energia, il cibo e beni di consumo essenziali.
Il malcontento era già esploso in varie forme durante il 2025 con proteste settoriali — da quelle dei panettieri per i prezzi del pane a quelle dei contadini per l’accesso all’acqua e ai diritti agricoli — ma la crisi di fine anno ha catalizzato un movimento di massa molto più ampio, con presidi, scioperi di bazaar (mercati tradizionali), chiusure di negozi e manifestazioni studentesche in diverse città.
Proteste in tutto il paese
I cortei si sono sviluppati a partire da Teheran, patria storica di molte agitazioni civili, e si sono diffusi rapidamente a città come Isfahan, Shiraz, Mashhad, Hamadan e Lorestan, coinvolgendo cittadini di differenti età e ceti sociali. La protesta iniziale, partita dal basso con commercianti e cittadini esasperati dalla difficoltà economica, ha assunto una connotazione più politica con l’avanzare dei giorni, con slogan che non solo richiedono riforme economiche ma criticano apertamente l’autorità religiosa e il sistema politico dominante.
Negli scontri più duri, le autorità hanno utilizzato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, proiettili di gomma e, secondo diverse testimonianze, anche munizioni vere, producendo un numero crescente di feriti tra la popolazione e arresti su larga scala.
Il bilancio delle vittime e l’uso della forza
Mentre il governo parla genericamente di “elementi violenti” e “disordini”, gruppi per i diritti umani e media internazionali indicano che tra le vittime ci sono civili non armati colpiti durante manifestazioni pacifiche o contrasti con le forze di sicurezza. Tra questi, secondo fonti di opposizione residenziali, sarebbero stati registrati anche casi in cui giovani manifestanti sono stati colpiti da pallottole o da altri mezzi di controllo della folla.
La dinamica precisa delle morti non è ancora confermata in modo indipendente da osservatori neutrali all’interno del Paese, ma il totale di almeno dieci decessi è riportato da diverse fonti internazionali e testimonianze dirette raccolte tramite piattaforme social.
Dalle rivendicazioni economiche alle richieste di cambiamento politico
Pur originandosi da motivazioni economiche, il movimento ha assunto connotati più politici. In molte piazze, le richieste si sono spinte oltre la semplice alleggerimento dei prezzi o stabilizzazione monetaria: alcuni gruppi di manifestanti reclamano cambiamenti nel sistema di governo, fine alla repressione e garanzie di diritti civili e politici.
Slogan e simboli usati nelle strade richiamano quelli delle proteste del 2022, nota come movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo la morte di Mahsa Amini mentre era sotto custodia della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo. Anche allora le proteste ebbero una dimensione nazionale e internazionale, con centinaia di migliaia di persone scese in piazza in difesa dei diritti umani e contro la repressione istituzionale.
Le autorità iraniane hanno risposto alle manifestazioni con un mix di dichiarazioni concilianti e stringenti richiami alla legge. La guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, ha affermato che «chi provoca disordini va rimesso al suo posto», segnalando la volontà di continuare una linea dura verso ciò che il regime definisce “sabotaggi” o “incitamenti esterni”.
Parallelamente, il presidente Masoud Pezeshkian ha riconosciuto che esistono legittime preoccupazioni economiche tra la popolazione, ma ha difeso la necessità di preservare l’ordine pubblico. Questo messaggio duale rispecchia la difficoltà del governo di conciliare l’esigenza di stabilità con la pressione interna per riforme.
Repressione digitale e controllo dell’informazione
Le forze di sicurezza non hanno limitato la repressione alle strade, ma hanno intensificato anche le misure di controllo politico e digitale all’interno del paese. Negli ultimi mesi, e in particolare durante le proteste, le autorità hanno aumentato la sorveglianza online, filtrando contenuti, limitando l’accesso a piattaforme di comunicazione e procedendo ad arresti di giornalisti, attivisti e semplici utenti ritenuti attivi nel diffondere informazioni sulle sommosse.
Organizzazioni internazionali per i diritti umani avevano già denunciato, negli anni recenti, un quadro di repressione sistematica dei dissidenti, con arresti, condanne, tortura e persino esecuzioni per chi partecipava alle manifestazioni o criticava apertamente il governo.

La memoria delle proteste del passato
La storia recente dell’Iran è segnata da cicatrici profonde lasciate da proteste di massa e repressioni violente. La morte di Mahsa Amini nel 2022 portò a mesi di mobilitazioni nazionali poi represse con durezza, con centinaia di vittime, migliaia di arresti e casi documentati di violazioni dei diritti umani. Le richieste di giustizia, trasparenza e libertà emerse allora non sono scomparse: molti degli attuali manifestanti ricordano quelle lotte, trasformando le narrazioni di ieri in energia per il conflitto di oggi.
Altri eventi, come proteste dei lavoratori, scioperi di settori produttivi e mobilitazioni legate alla crisi idrica o ai diritti dei contadini, testimoniano un malessere sociale diffuso che preesiste all’attuale ondata e che la crisi economica recente ha solo esacerbato.
Ripercussioni internazionali e pressione estera
La situazione in Iran ha attirato l’attenzione internazionale. Organismi per i diritti umani, governi stranieri e istituzioni multilaterali monitorano da vicino gli sviluppi, condannando la violenza contro i civili e invitando al dialogo. Alcuni leader mondiali hanno offerto sostegno morale ai manifestanti, mentre le sanzioni economiche continuano a pesare sull’economia. Tuttavia, la geografia politica regionale, le relazioni con gli Stati Uniti, con l’Occidente e con le potenze regionali rendono la questione iraniana uno degli snodi più delicati di confronto internazionale.
Per molti iraniani, questa nuova ondata di proteste non è solo una reazione ai prezzi e alla crisi: è un grido di frustrazione generazionale, un desiderio di cambiamento reale — economico, sociale e politico — che si intreccia con la memoria delle lotte passate e con la crescente disillusione verso una dirigenza che, agli occhi di molti, non risponde più ai bisogni della popolazione.

Il bilancio di almeno dieci morti nelle proteste iraniane è un triste promemoria della fragilità delle condizioni interne e della difficoltà di stabilizzare un paese tormentato da crisi economica, repressione politica e divisioni sociali profonde. La strada davanti all’Iran resta incerta, e mentre la comunità internazionale osserva con preoccupazione, dentro il paese le voci di protesta cercano ascolto — determinati a trasformare l’indignazione in un cambiamento sostenibile.
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