9:41 am, 27 Dicembre 25 calendario

🌐 ISIS fa paura: dagli attacchi in Africa agli attentati in Occidente

Di: Redazione Metrotoday
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La minaccia ISIS una minaccia globale continua a espandersi, con un’accelerazione degli attacchi in Africa e il ritorno della paura di nuovi attentati in Occidente dopo la fine del “califfato”: mentre l’organizzazione jihadista si riorganizza attraverso affiliate e cellule periferiche, le risposte militari e politiche si intensificano in diverse regioni del mondo.

Nella notte di Natale del 2025, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei contro basi dell’ISIS nel nord-ovest della Nigeria, segnando uno dei più visibili episodi recenti della lotta globale contro il terrorismo jihadista. Il presidente Usa ha definito l’operazione “potente e letale” contro combattenti accusati di aver ucciso “cristiani innocenti”, mentre le autorità nigeriane hanno confermato la cooperazione nei raid contro obiettivi jihadisti nello stato di Sokoto, al confine con il Niger. Questo episodio racconta quanto sia profonda e attuale la minaccia di ISIS una minaccia globale, ben lontana dall’essere confinata al Medio Oriente.

Ma cosa significa oggi parlare di ISIS come “minaccia globale”? Dietro l’immagine di un gruppo che ha perso il controllo territoriale di Siria e Iraq, dopo la caduta del califfato e la morte di figure simboliche come Abu Bakr al-Baghdadi, si cela una rete di affiliate sempre più autonome e capaci di colpi operativi in Africa, Asia e potenzialmente anche in Occidente.

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L’Africa come epicentro della nuova minaccia

📌 Negli ultimi anni la mappa del jihadismo si è ridefinita: l’Africa, in particolare il Sahel e la fascia sub-sahariana, è diventata la regione con il più alto numero di vittime di attacchi legati all’ISIS e ad altri gruppi estremisti. I dati più recenti mostrano che sotto l’ombrello di varie affiliate (West Africa Province, Greater Sahara, Central Africa Province, Somalia e Mozambico) si sono verificati migliaia di attacchi solo nel 2025, con oltre 3.000 persone uccise in conflitti legati all’ISIS in diverse nazioni africane.

Questa espansione è il risultato di un adattamento strategico dopo il declino territoriale in Medio Oriente. Le affiliate africane, pur mantenendo legami ideologici con ISIS “centrale”, operano in gran parte in modo autonomo, sfruttando vuoti di governance, fragilità statali e insicurezza endemica. Nei territori del Sahel, Mali, Burkina Faso e Niger registrano un’escalation della violenza jihadista, con gruppi che si muovono tra bande criminali, insorti locali e reti terroristiche transnazionali.

In Mozambico, l’ISIS Mozambique Province, attiva nella provincia di Cabo Delgado, ha intensificato gli attacchi nel 2025, causando vasti spostamenti di popolazioni civili e una crisi umanitaria su larga scala. In Somalia, plasmata da una presenza storica di Al-Shabaab, le cellule legate all’ISIS competono con altri gruppi armati per il controllo di territori e rotte di finanziamento.

Da Siria e Iraq alle “province” periferiche

La narrativa comune secondo cui l’ISIS sarebbe stato definitivamente sconfitto con la caduta del califfato non regge più di fronte alle dinamiche odierne. Dopo la perdita dei bastioni territoriali in Iraq e Siria, l’organizzazione ha adottato una struttura decentralizzata, consentendo ai gruppi affiliati di operare con autonomia tattica, migliorando la resilienza e l’adattabilità delle proprie cellule.

Questa trasformazione organizzativa ha reso più difficile una sconfitta “totale”: senza un centro di comando rigido, gli affiliati possono sopravvivere e prosperare in contesti geograficamente diversi, mantenendo viva l’ideologia e la capacità operativa.

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L’Occidente sulle spine: la paura di nuovi attentati

Parallelamente alla crescita degli attacchi in Africa, cresce la percezione di una possibile rinascita della minaccia anche in Occidente. Nel corso del 2025, alcuni episodi isolati e rivendicazioni di simpatizzanti o affiliati hanno riacceso l’allerta tra le agenzie di sicurezza. In diverse capitali europee, così come negli Stati Uniti, i servizi di intelligence monitorano segnali di radicalizzazione online, cellule dormienti e possibili piani per operazioni su suolo occidentale.

Questo clima di incertezza è alimentato anche dalla natura dei moderni attacchi terroristici: sempre più spesso compiuti da “lupi solitari” ispirati da propaganda sul web, difficili da intercettare e prevedere. La minaccia, se non coordinata centralmente, trova nutrimento nelle tecnologie digitali e nelle reti parallele di comunicazione.

Dalla cooperazione militare alle tensioni diplomatiche

La lotta contro l’ISIS e le affiliate ha spinto a una serie di risposte internazionali, che vanno dagli attacchi coordinati in teatri di conflitto remoti alle iniziative di intelligence congiunta. L’operazione Usa in Nigeria non è un caso isolato: Stati Uniti, paesi africani e comunità internazionale stanno intensificando le operazioni di contrasto, includendo raid aerei mirati, condivisione di informazioni, e cooperazione con forze locali.

Tuttavia, tali operazioni non sono prive di controversie. L’intervento di potenze straniere solleva questioni di sovranità, legittimità e possibile polarizzazione interna nei paesi colpiti dalla presenza jihadista. In alcuni casi, la percezione dell’intervento esterno può essere strumentalizzata dai gruppi estremisti per attirare nuovi sostenitori denunciando un “nemico straniero”.

Parallelamente, l’Unione Europea e la NATO continuano a rafforzare il coordinamento antiterrorismo, con un focus particolare sulla prevenzione e sull’analisi delle reti digitali. In risposta alla crescente minaccia, molte nazioni occidentali hanno aggiornato criteri di sorveglianza, controlli di frontiera e programmi di de-radicalizzazione.

Le radici profonde del terrorismo jihadista

Per comprendere la persistenza della minaccia di ISIS una minaccia globale, è necessario guardare oltre gli attacchi episodici e considerare le cause strutturali che alimentano il fenomeno. Instabilità politica, crisi economiche, conflitti interni e marginalizzazione sociale creano terreno fertile per l’insorgere di gruppi estremisti. Nel Sahel, oltre alla presenza di ISIS-affiliati, gruppi legati ad al-Qaeda come Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin operano in tandem – a volte in competizione, altre in alleanza – contribuendo a un mosaico di violenze che sfida la stabilità regionale.

La debolezza delle istituzioni statali, le profonde diseguaglianze sociali e la scarsità di opportunità economiche rendono molte comunità vulnerabili alla propaganda estremista che promette identità, redenzione o potere. Questo contesto non è confinato all’Africa: analoghe condizioni di marginalizzazione e radicalizzazione digitale si osservano anche in alcune periferie urbane occidentali.

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Prevenire la nuova ondata: le strategie

Contrastare una minaccia così diffusa e dinamica come quella rappresentata dall’ISIS richiede una combinazione di strumenti militari, intelligence avanzata, misure sociali e politiche di lungo periodo. Oltre alle operazioni militari mirate, è fondamentale investire in educazione, integrazione sociale, sviluppo economico e programmi di prevenzione alla radicalizzazione, soprattutto tra i giovani.

I gruppi jihadisti sfruttano le tecnologie digitali per propaganda e reclutamento, nonché per coordinare attacchi. Inoltre, l’interconnessione fra crisi locali e minacce globali significa che un focolaio ignorato in una regione remota può avere ripercussioni su scala mondiale.

L’ISIS non è un fantasma del passato. Sebbene il califfato sia stato sconfitto territorialmente, l’entità e la portata della sua influenza sono cambiate, spostandosi nelle periferie del terrorismo globale. Gli attacchi in Africa e la paura di nuovi attentati in Occidente dimostrano che la minaccia resta attuale e complessa, richiedendo risposte multilivello e una cooperazione internazionale senza precedenti per prevenire nuove ondate di violenza.

27 Dicembre 2025 ( modificato il 26 Dicembre 2025 | 22:57 )
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