🌐 Il Cavallo colossale di Canova riemerge dopo oltre 50 anni
Dopo oltre mezzo secolo di silenzio nei depositi museali, uno dei progetti più ambiziosi della storia recente del restauro italiano ha finalmente dato i suoi frutti: il Cavallo colossale di Antonio Canova, una delle sculture neoclassiche più monumentali e affascinanti, è stato restaurato e ricomposto, pronto a tornare alla luce e a raccontare nuovamente la sua storia al pubblico internazionale.
L’opera – realizzata tra il 1819 e il 1821 come modello preparatorio per una grande statua equestre destinata a Ferdinando I di Borbone, re di Napoli – è stata per decenni relegata nei depositi dei Musei Civici di Bassano del Grappa in frammenti, in condizioni sempre più precarie. Oggi, grazie a un’opera di restauro complessa e tecnologicamente avanzata, il Cavallo colossale risorge quasi come una fenice per tornare a essere ammirato nella sua interezza.

Un gigante dimenticato
Per oltre cinquant’anni, i numerosi frammenti dell’opera giacevano nelle soffitte del Museo Civico di Bassano del Grappa. Lavori di riallestimento negli anni Sessanta portarono infatti alla decisione di smontare la scultura e depositarla, un destino che sarebbe durato decenni senza che si trovasse una nuova collocazione espositiva. Solo la testa del cavallo era rimasta visibile ai visitatori, come esile ricordo dell’enorme potenziale dell’opera.
Il modello monumentale era stato donato al museo nel 1849 da Giambattista Sartori Canova, fratello e principale erede dell’artista, insieme a una vasta collezione di gessi, bozzetti e documenti. Per decenni fu esposto con grande successo, ma la sua imponente mole e la complessità di gestione tecnica portarono, alla fine degli anni Sessanta, alla sua rimozione dalle sale.
Negli anni successivi, l’opera fu dimenticata, con i frammenti accumulati nei depositi fino alla decisione di avviare – solo nei primi anni del 2020 – un progetto di recupero che sembrava impossibile fino a pochi anni fa.

Il restauro con le nuove tecnologie
📌 Il progetto di restauro è stato promosso dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa, con l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza e con la collaborazione della Soprintendenza per la città metropolitana di Venezia. Fondamentale il contributo di partner principali come Intesa Sanpaolo attraverso il programma “Restituzioni” e il sostegno del Venice in Peril Fund, associazione britannica impegnata nella salvaguardia del patrimonio veneto.
La complessità dell’intervento era duplice: da un lato, la frammentarietà dell’opera – oltre duecento pezzi da analizzare, riconoscere e ricomporre – e dall’altro la presenza di materiali posticci aggiunti nel corso del tempo. Questi materiali, risalenti a interventi ottocenteschi e al primo trasporto dell’opera, avevano aumentato considerevolmente il peso del modello e ne avevano alterato la consistenza originaria.
Il primo passo fondamentale è stato dunque un accurato lavoro di rimozione delle parti non pertinenti, seguito da un progressivo riassemblaggio dei frammenti per identificare i punti di contatto e ricostruire le sezioni principali dell’opera, suddivise in nove macro‑blocchi. Soltanto così è stato possibile restituire al cavallo la sua struttura originale.
Ma il restauro non si è limitato al semplice incastro dei pezzi: è stata ideata e realizzata una nuova struttura interna portante, concepita per sostenere meglio il peso dell’opera senza gravare sulle zampe della scultura, secondo criteri antisismici e con materiali moderni che garantiscono una conservazione duratura.

L’opera incompiuta e la visione di Canova
Il Cavallo colossale ha una storia artistica particolare: si tratta di un modello preparatorio per una statua equestre che Canova non poté mai completare. La scultura originale in bronzo – commissionata per il re di Napoli – non è mai stata realizzata perché l’artista morì nel 1822 prima di poter completare l’intera concezione, lasciando il modello in gesso come testimonianza della sua visione.
Il gesso era stato dipinto a finto bronzo, su espressa volontà di Canova, per dare l’idea di quale sarebbe stata l’opera definitiva. Questa scelta di colorazione rende oggi l’opera un unicum nella produzione canoviana, una testimonianza viva delle pratiche dell’artista che cercava di guardare oltre il materiale grezzo per anticipare l’effetto finale.
Un simbolo del Neoclassicismo
La ricomposizione del Cavallo colossale non è solo un evento di restauro: è una restituzione di memoria storica e culturale. Canova è universalmente considerato uno dei massimi interpreti del Neoclassicismo, capace di fondere la perfezione formale dell’antichità classica con un’umanità sottile e profonda. La sua eredità ha influenzato generazioni di artisti e restarefedeli alla dignità dei materiali e alla chiarezza delle forme.
Ripensare oggi a quest’opera significa restituire al pubblico non solo una scultura, ma un pezzo della storia dell’arte europea che era stato quasi dimenticato: una grande testimonianza di come la disciplina, la tecnica e la passione possano superare anni di oblio e riscrivere il presente attraverso la memoria del passato.
Una mostra tra Roma e Milano
Prima di tornare definitivamente a Bassano del Grappa, il Cavallo colossale sarà protagonista di una grande mostra alle Gallerie d’Italia di Milano, intitolata Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo, in programma fino alla primavera del 2026. Qui l’opera servirà da fulcro per raccontare non solo la scultura in sé ma il dialogo tra due capitali culturali che furono al centro della rinascita artistica europea negli ultimi decenni del Settecento e nei primi dell’Ottocento.
La scelta di Milano come prima tappa espositiva non è casuale: la città lombarda, con le sue istituzioni culturali di primo piano, può offrire un palcoscenico internazionale a un’opera che – pur appartenendo a una piccola città veneta – ha un valore universale.
Il ritorno del Cavallo colossale ha acceso riflessioni sulla cura del patrimonio artistico italiano, sul rapporto tra musei e pubblico e sull’importanza delle tecnologie moderne applicate alla conservazione delle opere d’arte. In un’epoca in cui la cultura fatica spesso a trovare risorse e visibilità, progetti come questo testimoniano che la custodia e la restituzione delle grandi opere possono essere al centro di un dibattito pubblico vivo e capace di coinvolgere comunità, istituzioni e cittadini.
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