9:32 am, 13 Dicembre 25 calendario

🌐 Sul Monte Conero le impronte delle tartarughe in fuga dal terremoto

Di: Redazione Metrotoday
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Sul Monte Conero — lungo la costa adriatica delle Marche — è stato scoperto un manto di rocce che conserva migliaia di impronte fossili attribuite a tartarughe marine preistoriche, probabilmente in fuga da un violento terremoto avvenuto circa 80‑83 milioni di anni fa. Un ritrovamento eccezionale che restituisce uno spaccato vivido di un drammatico evento cretaceo: una corsa disperata verso il mare, tracciata per sempre nella pietra.

Come le impronte sono riemerse alla luce

📌  Era la primavera del 2019 quando un gruppo di free climber — autorizzato a scalare una parete del Monte Conero normalmente interdetta per rischio frane — fece una scoperta inattesa: su un massiccio affioramento calcareo affacciato sul mare, alla cosiddetta “Spiaggia della Vela”, notarono strane tracce sulla roccia: depressioni arcuate in grande quantità, distribuite su un’area estesa. L’impressione iniziale fu di segni “umani” o animali, ma l’altitudine (oltre 100 metri sul livello del mare) e la morfologia lasciavano intuire qualcosa di molto più antico.

Portate all’attenzione di esperti locali — geologi e paleontologi dell’Osservatorio Geologico di Coldigioco e dell’Università di Urbino, in collaborazione con l’NTNU – Norwegian University of Science and Technology — le tracce sono state oggetto di studio. Con rilievi a terra, fotografie aeree da drone, prelievi di campioni di roccia e analisi stratigrafiche e microscopiche, il team è riuscito a datare quell’affioramento a circa 80‑83 milioni di anni fa. All’epoca, quella fascia oggi emersa era il fondale dell’antico oceano Ocean Tetide.

Lo studio, pubblicato recentemente su Cretaceous Research, conclude che le impronte — larghe circa 20 cm e profonde fino a 10 cm, con una densità di circa 5‑6 orme per metro quadrato su un’area di circa 200 metri quadrati — sono compatibili con i segni lasciati da pinne di rettili marini. E la distribuzione compatta e parallela suggerisce una “migrazione di massa”: ospiti di un fondale che in pochi attimi si trasformò in una trappola mortale.

La fuga collettiva raccontata dalla roccia

Secondo la ricostruzione paleontologica, quelle orme sarebbero il prodotto di una fuga disperata di numerosi esemplari di tartarughe marine — appartenenti alla famiglia delle Protostegidae, grandi “marine turtles” vissute nel tardo Cretaceo — exitettisi in massa a causa di un terremoto sottomarino.

Il sisma avrebbe scatenato una turbida corrente di sedimenti — una vera e propria valanga subacquea — che in pochi istanti ha ricoperto il fondale di fango e sabbia. Le tartarughe, in preda al panico, avrebbero cercato la via di fuga verso il mare aperto, nuotando o “correndo” a distanza ravvicinata sul fondo, lasciando il segno delle pinne sulla superficie molle.

Successivamente, la frana sottomarina ha sepolto quelle tracce, preservandole come in uno “scatto fotografico” di un momento tragico che doveva essere fugace, ma che il corso dei millenni ha trasformato in un documento quasi perfetto di un comportamento animale collettivo.

Experts definiscono la scoperta come un unicum mondiale: fino ad oggi non si conoscevano impronte di rettili marini preistorici così dense e così bene conservate su un fondo oceanico. Il ghiotto “fossile comportamentale” restituisce informazioni non solo sugli animali, ma su un evento catastrofico — terremoto + frana — e sulle dinamiche di un ecosistema scomparso.

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Il Conero di 80 milioni di anni fa: un mare, non una montagna

🔎 Oggi Monte Conero è una costa rocciosa a picco sul mar Adriatico, meta di escursionisti e climber. Ma 80‑83 milioni di anni fa la situazione era molto diversa: l’area faceva parte del fondo dell’Oceano Tetide, uno dei grandi mari che separavano l’Africa dall’Eurasia. Quel fondale, coperto da depositi calcarei formati da plancton e sedimenti marini (una biomicrite pelagica), ospitava una fauna ricca di pesci, rettili e invertebrati.

La formazione rocciosa — nota come “Scaglia Rossa” — è stata osservata e studiata per decenni, anche nel contesto di grandi progetti paleontologici che, anni fa, hanno portato alla luce segni dell’impatto dell’asteroide che causò la fine dei dinosauri. Ma le impronte del Conero rappresentano qualcosa di completamente nuovo: segni di vita, comportamento, catastrofe e sopravvivenza impressi sotto il mare, poi sollevati e trasformati in montagna.

Un primato mondiale

Le impronte marino‑fossili rinvenute sul Conero non sono semplici fossili di ossa o gusci — ma tracce di un evento: un “piede”, o meglio una pinna, che ha sfiorato il fondale in un momento di fuga. È un tipo di conservazione eccezionale, dato che in genere i fondali marini — soggetti a correnti, bioturbazioni, erosione — non conservano bene tracce superficiali.

La perfetta combinazione di fattori — un’impronta sul sedimento morbido, la rapida copertura da parte di un flusso sedimentario sottomarino, l’assenza di successiva erosione — ha consentito la preservazione. Mai prima d’ora si era documentato un comportamento di massa di rettili marini in fuga, in modo così chiaro e definito.

Altri casi in Italia — come le impronte di dinosauri nella Puglia, o quelle rinvenute negli Stati Uniti e altrove — testimoniano movimento, presenza e vita antica sulla terraferma. Ma sul Conero si tratta di vita marina trasformata poi in reperto su terraferma. Una combinazione che fa di questo sito un “laboratorio naturale” unico per lo studio del Cretaceo marino europeo.

Tartarughe, mosasauri, plesiosauri

Nonostante l’interpretazione prevalente identifichi gli autori delle orme con tartarughe marine (Protostegidae), non mancano scienziati che invitano alla cautela. Le caratteristiche morfologiche — orme a forma di mezzaluna, larghezza, profondità — corrispondono con quelle lasciate da pinne anteriori di rettili marini, ma plesiosauri e mosasauri, noti abitanti dei mari cretacei, non possono essere esclusi completamente. Tuttavia, la densità elevata di orme, la loro disposizione compatta e parallela, e il comportamento gregario suggeriscono piuttosto un gruppo sociale come quello di tartarughe che, per motivi biologici (ad esempio deposizione delle uova), si radunavano in branchi.

Inoltre, non sono stati finora rinvenuti gusci o ossa fossilizzati in prossimità delle impronte: un dato che rafforza l’ipotesi che gli animali siano riusciti a fuggire, e che quindi le impronte rappresentino solo il momento della fuga, non una “morte di massa”.

Gli autori dello studio invitano la comunità scientifica a ulteriori ricerche: nuovi rilievi, analisi sedimentologiche, comparazioni con impronte analoghe scoperte altrove, per confermare o rivalutare l’ipotesi. La natura del sito — a picco sul mare, con pareti difficilmente accessibili — rende però le operazioni complesse e delicate.

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Il Conero nel contesto delle tracce fossili italiane ed europee

Il ritrovamento del Conero si inserisce in un più ampio panorama di scoperte recenti. In Italia, sono numerosi i casi di impronte fossili terrestri: nella Puglia (cave di Altamura, Borgo Celano), in Abruzzo (Monte Cagno), dove sono state trovate orme di dinosauri erbivori e carnivori risalenti a 70–125 milioni di anni fa.

All’estero, altre scoperte hanno rivelato ecosistemi preistorici completi: come nella Valtellina alpina, dove impronte di rettili e anfibi di 280 milioni di anni fa sono riemerse con il ritiro dei ghiacci.

Ma la particolarità del Conero sta proprio nel coniugare ambiente marino, comportamento collettivo e conservazione sedimentaria — combinazione rara e preziosa per la paleontologia.

Implicazioni per paleontologia, geologia e cambiamenti climatici

Tracce di comportamento, non solo ossa — Le impronte sul Conero rappresentano un “fossile comportamentale”: un’istantanea di reazione collettiva a un evento catastrofico. Questo tipo di evidenza è molto più raro e informativo di un osso o di un guscio fossilizzato.

Testimone di eventi ambientali e geologici — Il fatto che le impronte siano state sepolte da una frana sottomarina collegata a un terremoto offre informazioni sulle dinamiche tettoniche e sugli stress ambientali dell’epoca.

Una finestra sul mare cretaceo del Mediterraneo‑Tetide — L’area del Conero diventa un sito chiave per capire come fossero gli ecosistemi marini prima delle grandi estinzioni, come si muovevano gli animali e come rispondevano a eventi drammatici.

Stimolo per nuove ricerche e tutela del patrimonio — Data l’unicità del sito, è probabile che vengano attivati progetti di tutela, mappatura, rilievi 3D, per conservare e studiare il sito con le tecniche più moderne.

Non tutto è semplice. Il sito è difficile da raggiungere, su pareti a picco. La conservazione delle impronte — esposte a erosione, salsedine, agenti atmosferici — è fragile. In un contesto turistico e di arrampicata, garantire la tutela richiede misure adeguate.

Inoltre, l’interpretazione delle orme non è unanimemente accettata: alcuni esperti invitano alla prudenza, osservando che la forma delle orme potrebbe derivare da fenomeni non biologici — ad esempio erosione, deformazioni, fratture — anche se le analisi sedimentologiche e stratigrafiche finora sembrano escludere queste ipotesi.

La mancanza di resti ossei o di gusci fossilizzati lascia un alone di incertezza: l’ipotesi più accreditata resta quella delle tartarughe marine, ma non è definitiva.

Quando la pietra racconta la vita

La scoperta del Conero è un promemoria potente: le montagne, le rocce, le coste che oggi ci sembrano definite e immutabili, un tempo erano mari, ecosistemi in continua trasformazione. Le tracce di vita — fughe, migrazioni, comportamenti collettivi — possono essere immortalate in sedimenti che il tempo trasforma in roccia.

Per la scienza, per la memoria del pianeta, per la nostra capacità di ascoltare il passato. Il Conero, con le sue impronte, non è solo un sito geologico: è una testimonianza di un istante catastrofico, di una corsa per la sopravvivenza, di un ecosistema scomparso da decine di milioni di anni.

13 Dicembre 2025 ( modificato il 11 Dicembre 2025 | 23:39 )
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