🌐 LA GIUSTIZIA UMANA E LA GIUSTIZIA DIVINA
La giustizia umana, limitata dalla propria condizione terrena, non distingue la singolarità profonda di colui che punisce. Essa misura il crimine attraverso il crimine, come se l’atto fosse di per sé sufficiente a rivelare l’essere. Applica la pena in modo uniforme, cieca di fronte alle differenze di maturità spirituale, intellettuale o morale.
Il colpevole è raggiunto dallo stesso metro, indipendentemente dal suo grado di avanzamento interiore. La Giustizia Divina, tuttavia, opera su un’altra scala. Le sue leggi non si soffermano sul fatto, ma sulla coscienza che lo produce. La pena — che è un processo di purificazione prima ancora che un castigo — corrisponde al livello di evoluzione dello spirito che la sperimenta.
📌 L’uguaglianza della colpa non implica l’uguaglianza tra gli individui; due esseri che sbagliano allo stesso modo possono essere separati da distanze immense nel cammino delle prove che percorriamo tra mondi ed esistenze. L’uno cammina ancora nella nebbia fitta dei primi passi della ragione; l’altro ha già varcato quella soglia iniziale e possiede la lucidità che dissolve l’antico turbamento. Al primo, le ombre insegnano ancora; al secondo, non sono più le tenebre a punire, ma l’intensità dell’illuminazione.

Luce che mette a nudo, che trafigge la sensibilità dello spirito e gli restituisce — viva e ardente — la responsabilità di ogni gesto, di ogni scelta, di ogni omissione. Perché l’uomo, anche quando agisce sotto l’impulso cieco delle passioni, può portare in sé un grado di affinamento che lo eleva al di sopra dell’animalità dell’azione.
Vi sono momenti in cui le sue potenze intellettuali lo distanziano dall’atmosfera densa dell’inferiorità, mentre il suo progresso morale rimane arretrato. È proprio da questa disarmonia — questo divario tra l’intelligenza raffinata e l’etica ancora immatura — che nascono le grandi anomalie delle epoche materialiste e di transizione.
🔎 In questi momenti storici, sorgono i primi segni di angoscia spirituale: un malessere intimo, quasi un’agonia silenziosa, che annuncia la futura separazione degli elementi in conflitto. È la disgregazione dell’antica dualità — l’intelletto che cammina senza lo spirito, la ragione che avanza senza la bontà — che deve dissolversi affinché sorga l’unità superiore dell’essere finalmente integrato, infine perfetto.

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