🌐 Il bilancio drammatico sulla libertà di stampa
Un’annata nera per la stampa mondiale
Il report pubblicato nei giorni scorsi da RSF evidenzia come il 2025 si chiuda con una ferita profonda per il giornalismo: 67 operatori dei media uccisi in tutto il mondo — un bilancio leggermente superiore a quello del 2024.
Ma il dato più allarmante riguarda la tipologia e la distribuzione delle vittime: il 43 % dei decessi (29 giornalisti) è attribuito alle forze armate israeliane, operanti nella Striscia di Gaza.
Secondo RSF, un attacco — definito come “double‑tap” — su un ospedale nel sud di Gaza, il 25 agosto 2025, è stato il singolo episodio più letale per i cronisti: cinque giornalisti, tra cui collaboratori di agenzie internazionali, hanno perso la vita.
Il risultato è che per tre anni consecutivi l’esercito israeliano si conferma “il peggior nemico dei giornalisti” a livello globale.
Gaza: la guerra del silenzio
La Striscia di Gaza continua a rappresentare, per chi fa informazione, un territorio senza scampo. Dal 7 ottobre 2023, data d’inizio del conflitto attuale, ad oggi — secondo diverse statistiche — le vittime tra giornalisti e operatori media palestinesi risultano decine, forse centinaia.
In un rapporto precedente, RSF aveva già denunciato che nei primi mesi della guerra — tra ottobre e dicembre 2023 — molti cronisti erano stati uccisi mentre lavoravano, nelle loro case, durante bombardamenti su ospedali, rifugi e abitazioni civili. Nessuna “zona sicura” esiste a Gaza: non gli ospedali, non i campi profughi, non le strade.
Molti giornalisti, semplici reporter locali, ma anche fotografi, videomaker, operatori radio e tv, sono diventati “testimoni silenziosi” di un crimine della guerra: con la loro morte si spegne una voce, si perde un testimone del dolore, un cronista della sofferenza. “103 giornalisti uccisi in 150 giorni”: con questo numero, RSF aveva definito la situazione a Gaza come “una tragedia per il giornalismo palestinese”.
Le cifre non sono neutre: rappresentano vite spezzate, famiglie distrutte, verità cancellate. E con ogni cronista morto, la possibilità di raccontare — documentare — la guerra si restringe.
Già da diversi mesi, l’organizzazione internazionale di difesa della libertà di stampa punta il dito non solo contro le bombe, ma contro le responsabilità: l’uccisione di giornalisti, in molti casi, non sarebbe incidente di guerra, ma violazione deliberata dei diritti fondamentali.
RSF ha trasmesso al tribunale competente quattro denunce formali per “crimini di guerra commessi da forze armate” contro giornalisti a Gaza. L’obiettivo: accertare le responsabilità, perseguire i responsabili e ottenere che il diritto all’informazione riceva protezione — anche in tempo di guerra.
Ma la denuncia ha bisogno di dati, nomi, contesto — e la difficoltà di accesso internazionale alla Striscia rende sempre più ardua ogni verifica indipendente. Le restrizioni imposte da Israele sugli ingressi dei media stranieri rendono i reporter palestinesi gli unici testimoni sul campo, esponendoli a rischi senza precedenti.
Il 2025 è l’anno più pericoloso per i giornalisti dal 2020
Il triste conteggio dei 67 giornalisti uccisi nel 2025 non riguarda solo Gaza: in altri Paesi come Messico, Sudan e zone di conflitto come l’Ucraina, la libertà di stampa resta sotto attacco.
Ma Gaza spicca per ferocia, in termini assoluti e percentuali. Il 2025 diventa così — secondo RSF — l’anno con il più alto numero di giornalisti uccisi a causa di conflitti armati dopo la ripresa della guerra in Medio Oriente, e conferma un trend che dal 2023 non si è arrestato.
Dietro ogni dato, dietro ogni numero, ci sono nomi, volti, storie. Cronisti che uscivano di casa ogni mattina per andare a fare il loro lavoro — cercare la verità, raccogliere testimonianze, documentare ciò che sta accadendo.
Uccidere un giornalista significa non solo impedire a quella persona di raccontare, ma tentare di cancellare una storia, un sospetto, un fatto. Significa rendere la guerra meno trasparente, più opaca. Significa colpire la libertà di informazione, e con essa il diritto collettivo a conoscere, decidere e giudicare.
Le denunce di RSF e le denunce globali di associazioni per la difesa dei diritti umani non sono esercizi retorici: sono richieste urgenti di giustizia, di protezione, di verità.
Un conflitto che si protrae, una stampa sotto tiro
Dal 7 ottobre 2023 — data dell’inizio dell’offensiva attuale su Gaza — ad oggi, l’enorme numero di vittime nella stampa palestinese rende la guerra non solo un conflitto militare, ma una persecuzione sistematica della voce libera.
Le proteste internazionali, le manifestazioni di piazza, le richieste di media indipendenti non bastano. Quel che serve è un impegno giuridico, istituzionale, concreto: garantire che i giornalisti non siano più bersagli, che i loro nomi vengano contati, che i loro assassini siano perseguiti.
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