La svolta che scuote i mercati energetici: Cina e la sospensione degli acquisti di petrolio russo
Improvvisa, è emersa una notizia che ha sorpreso i mercati e gli analisti dell’energia: le principali compagnie petrolifere statali cinesi — tra cui PetroChina, Sinopec, CNOOC e Zhenhua Oil — avrebbero sospeso gli acquisti di petrolio russo via mare. La decisione — al momento definita “temporanea” dai fonti coinvolte — rappresenta infatti un cambio di rotta significativo nella recente storia dell’approvvigionamento energetico della Cina.
La contingenza scatta in risposta a nuove sanzioni statunitensi nei confronti delle maggiori compagnie petrolifere russe (Rosneft e Lukoil), mentre la Cina cerca di evitare di esporsi a sanzioni secondarie o a rischi finanziari legati al “shadow-fleet”. La mossa non riguarda solo Pechino: anche India ha annunciato tagli significativi agli acquisti di greggio russo.
Questo mutamento potrebbe avere riflessi globali: dalla capacità di esportazione della Russia, al prezzo del petrolio, fino alle rotte energetiche alternative che ora si impongono.
La Cina è un importatore cruciale di greggio russo: via nave, si parla di circa 1,4 milioni di barili al giorno (bpd) da mare. Tuttavia, di questa cifra, solo una parte è acquistata dai grandi operatori statali; gran parte è gestita da raffinerie indipendenti (le cosiddette “teapots”). Le stime per i soli acquisti statali variano: da circa 250.000 bpd a 500.000 bpd nei primi nove mesi del 2025.
In gennaio 2025, un rapporto dell’OPEC segnalava un calo del 12 % degli approvvigionamenti russi verso la Cina. Nel periodo gennaio-aprile, la quota della Russia nelle importazioni petrolifere cinesi era scesa al 17,5 %. Contemporaneamente, Pechino aveva aumentato acquisti da altri fornitori.
Non va dimenticato che esiste anche un flusso importante via oleodotto russo-cinese, meno esposto alle rotte marittime e al blitz delle navi “ombra”.

Dietro la sospensione degli acquisti “marittimi” ci sono due elementi centrali:
– Rischio sanzioni secondarie: con l’ampliamento delle sanzioni occidentali verso la Russia, incluse restrizioni su navi cisterna e società intermediari, le compagnie petrolifere cinesi hanno ritenuto prudente evitare nuovi contratti che possano esporle all’inclusione nelle liste nere.
– Diversificazione delle fonti e approvvigionamento strategico: la Cina sta già riducendo la sua dipendenza dal petrolio russo e contemporaneamente espande acquisti da Medio Oriente, Africa e America Latina.
In parallelismo, la Russia – che fino a pochi anni fa contava su Cina e India come clienti privilegiati per il suo greggio marittimo – rischia ora un indebolimento della domanda e un calo dei ricavi petroliferi, elemento critico per le finanze dello Stato in un contesto bellico.
La sospensione degli acquisti ha diverse conseguenze immediate e potenziali:
Per la Russia: minore capacità di assorbire la produzione via mare, margini ribassati per quel greggio che deve essere venduto in emergenza, maggiore pressione per trovare altri acquirenti (minori o più disposti a sconti).
Per i prezzi globali: se Cina e India si ritirano o riducono fortemente, parte dell’eccesso di produzione dovrà trovare mercato altrove, oppure verrà “messa in contabilità” come surplus che potrebbe spingere verso l’alto il prezzo.
Per la Cina: pur riducendo un fornitore chiave, Pechino mantiene altri canali e può sfruttare sconti e opportunità. Ma la mossa segnala anche vulnerabilità: aumentare l’affidabilità delle catene energetiche rimane una priorità strategica.
Per le rotte alternative: Africa, Medio Oriente, America Latina diventano sedi di opportunità per acquisizione di greggio. Le compagnie cinesi guardano altrove: meglio materiale “pulito” da sanzioni che rischioso sotto embargo.

Fin dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’Europa si è progressivamente allontanata dal petrolio russo. Russia dirottò grandi quantità di greggio verso l’Asia, in particolare verso Cina e India, spesso con sconti rilevanti rispetto al Brent.
Tuttavia, già all’inizio del 2025 i segnali di cedimento emergono: la Cina ha registrato un calo degli arrivi russi, la Russia ha cominciato a negoziare attraverso il Kazakistan l’export verso la Cina. Ad esempio, un accordo prevedeva 2,5 milioni di tonnellate all’anno tramite Kazakistan, a conferma del tentativo russo di bypassare la rotta marittima soggetta a pressioni internazionali.
Le riforme dell’energia in Cina – con la maggiore penetrazione delle rinnovabili e la riduzione della produzione domestica di materie prime (come carbone) – modificano il profilo della domanda e rendono l’approvvigionamento più flessibile.
Il mercato petrolifero globale appare oggi più vulnerabile a “shock geopolitici”: restrizioni, flotte ombra, sanzioni, timori assicurativi si combinano per rendere l’energia tanto una merce quanto una leva diplomatica. I costi di transizione e il “rischio Russia” aumentano la volatilità.

Anche per l’Europa questa mossa ha implicazioni. L’autonomia energetica rimane un obiettivo chiave, e la diversificazione delle fonti è diventata imprescindibile dopo il recente passato segnato da dipendenza russa. Anche l’Italia — importatrice di petrolio e gas — osserva queste dinamiche come segnale: le catene di approvvigionamento vanno ridisegnate.
L’orientamento delle compagnie cinesi può influenzare indirettamente i prezzi mondiali e, quindi, il costo dell’energia per famiglie e industria europee.
La sospensione segnala a Mosca che anche l’“asse asiatico” non è immune da pressioni esterne e rischi, e che la guerra economica ha più fronti di quanto molti pensassero.
La decisione della Cina di sospendere gli acquisti marittimi di petrolio russo rappresenta un punto di svolta nel fragile equilibrio energetico globale. Non si tratta solo di numeri o scorte, ma di una leva geopolitica che combina sanzioni, affari e strategia. Per la Russia è un colpo che può pesare; per la Cina è un cambio tattico e un messaggio al mondo; per l’Europa è l’ennesima conferma che l’energia non è più solo materia prima, ma strumento di potere.
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