3:37 pm, 13 Ottobre 25 calendario

Firmata la pace a Sharm el-Sheikh: l’accordo che prova a trasformare la tregua in un progetto politico

Di: Redazione Metrotoday
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In una giornata che resterà nella memoria diplomatica del Medio Oriente, a Sharm el-Sheikh è stato firmato un accordo internazionale che le parti promotrici presentano come il testo che potrà trasformare la fragile tregua in una transizione verso la pace. Alla cerimonia, tenutasi nella località turistica sul Mar Rosso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito il documento «esaustivo», sottolineando — nelle parole pronunciate durante la conferenza stampa — che il testo fissa «regole e procedure» chiare per la progressiva normalizzazione delle relazioni e per la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Il summit, co-presieduto dal presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi e dal presidente statunitense, ha visto la firma dei mediatori principali — Egitto, Qatar e Turchia — insieme a una serie di leader e rappresentanti internazionali che hanno dato il loro appoggio al piano. L’intento dichiarato è duplice: consolidare il cessate il fuoco ottenuto nelle ultime settimane e avviare un programma di ricostruzione e riforme che, secondo i promotori, dovrebbe creare le condizioni per future decisioni politiche più ampie.

L’accordo che è stato sottoscritto non è un trattato fra belligeranti: né Israele né Hamas hanno partecipato come firmatari al tavolo principale. La firma dei mediatori e l’appoggio unanime (o quasi) della comunità internazionale servono dunque a imprimere forza politica all’intesa e a creare un quadro operativo per la sua applicazione — regole, timeline, meccanismi di verifica e meccanismi per la consegna e la sorveglianza degli aiuti internazionali.

Cosa prevede il testo

Sul piano tecnico, il documento stabilisce una sequenza di fasi: una prima fase di consolidamento del cessate il fuoco (con il rilascio degli ostaggi ancora in mano ai gruppi armati e una progressiva riduzione delle operazioni militari), una seconda fase di governo ad interim e di riabilitazione delle istituzioni civili e una terza fase dedicata alla ricostruzione materiale di Gaza, finanziata da un fondo internazionale con un calendario di investimenti e condizionalità chiare.

Tra le «procedure» evidenziate dallo stesso Trump vi sono la creazione di una commissione internazionale di monitoraggio, la definizione di un contingente internazionale di sicurezza addestrato da paesi arabi e occidentali, e un meccanismo per la redistribuzione controllata dei poteri amministrativi nella Striscia. Su questi punti, gli analisti sottolineano la difficoltà pratica di tradurre impegni generici in operazioni concrete su un terreno altamente militarizzato e politicizzato.

Il ruolo dei mediatori e la cornice regionale

Egitto, Qatar e Turchia emergono dal summit come gli attori che hanno materialmente messo sul tavolo il testo operativo. Cairo e Doha, in particolare, hanno già giocato in passato il ruolo di intermediari — dall’intermediazione di scambi di prigionieri a negoziati per corridoi umanitari — e la loro firma è stata presentata come garanzia regionale per l’esecuzione degli impegni. La Turchia, oltre al ruolo diplomatico, ha espresso disponibilità a contribuire alla logistica della ricostruzione e alla supervisione della governance locale.

Il documento prevede anche un forte coinvolgimento delle Nazioni Unite e, sul piano finanziario, l’organizzazione di una conferenza donatori per reperire i decine di miliardi stimati necessari alla ricostruzione. La ricostruzione è descritta come «priorità strategica», necessaria non solo per motivi umanitari ma anche per stabilizzare l’area e prevenire nuove ondate conflittuali.

Il nodo Israel-Hamas

L’assenza, reale o parziale, delle parti direttamente coinvolte rimane la sfida più significativa per la tenuta dell’accordo. Alcune ore prima della firma erano circolate notizie contrastanti sulla presenza di delegazioni israeliane; altre fonti parlavano di contatti informali ma di una partecipazione non ufficiale. Dal fronte palestinese, la posizione è altrettanto complessa: gruppi come Hamas sono stati esclusi dalla governance di transizione proposta in molte versioni del testo, e la loro adesione alle condizioni è stata descritta come «non scontata».

Questa disconnessione tra il documento firmato dai mediatori e la realtà politica sul terreno apre due possibili scenari: il più ottimistico, in cui la pressione internazionale e incentivi concreti spingono le parti a negoziare l’adesione; il più cautelativo, che vede l’accordo restare una cornice utile ma insufficiente senza il consenso diretto e negoziato di chi detiene il controllo militare di parti rilevanti del territorio.

Le capitali occidentali e molti paesi arabi hanno salutato l’intesa come un passo necessario, offrendo fin da subito sostegno politico e la promessa di stanziamenti finanziari. Al tempo stesso, non sono mancati scetticismi e critiche: alcuni commentatori hanno evidenziato come l’accordo possa favorire l’esclusione politica di attori fondamentali, mentre altri hanno sottolineato la possibilità che condizioni poste troppo stringenti per i palestinesi possano minare la legittimità del processo.

In Israele la reazione è stata mista: settori del governo hanno espresso apprezzamento per l’impegno a garantire la sicurezza, ma non è mancata la voce di chi ritiene insufficiente la partecipazione diretta e pone domande sulle garanzie operative. Nei territori palestinesi, la voce della società civile e delle organizzazioni non governative ha oscillato tra sollievo per la fine delle ostilità e diffidenza verso soluzioni imposte dall’esterno.

Dalla tregua alla pace

Per comprendere la portata dell’intesa di Sharm el-Sheikh è utile guardare alla storia dei tentativi precedenti. Gli ultimi decenni hanno mostrato come patti di cessate il fuoco e accordi multilaterali siano spesso fragili se non accompagnati da meccanismi di trust building (costruzione di fiducia) e da benefici tangibili per le popolazioni colpite. L’esperienza insegna che senza robusti controlli, coinvolgimento locale reale e un piano di ricostruzione coerente, le tregue rischiano di restare sospese.

L’accordo firmato oggi prova a imparare da queste lezioni: inserisce meccanismi di verifica, prevede un ruolo centrale per attori regionali con credibilità sul posto e punta molto su flussi finanziari e infrastrutturali concreti. La chiave sarà l’implementazione: trasformare le belle parole in cantieri, scuole riaperte, reti elettriche funzionanti e governi locali capaci di fornire servizi.

13 Ottobre 2025
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