🌐 L’Italia arruolata come “Sentinella dell’Est”
Il Consiglio Atlantico della NATO ha annunciato l’attivazione di una nuova missione collettiva denominata “Sentinella dell’Est” (“Eastern Sentry”) con il compito di rafforzare le difese dei Paesi più esposti al confine orientale dell’Alleanza. All’interno di quel dispositivo, l’Italia ha confermato la propria adesione fornendo risorse aeronautiche (Eurofighter) e integrandosi con assetti anti-aerei.
L’annuncio italiano ha suscitato un’ondata di reazioni politiche e mediatiche: da un lato, il governo e il ministero della Difesa hanno giustificato la scelta come conseguenza degli impegni assunti con la NATO e come risposta concreta alle minacce provenienti dallo spazio russo; dall’altro, da più parti è emersa una domanda più radicale: è strategicamente coerente investire risorse militari in operazioni di questo tipo, quando il contesto internazionale appare più volatile che mai?
Il contesto che ha spinto alla missione
Nel corso degli ultimi mesi, le tensioni lungo il fianco orientale dell’Europa si sono acuite in seguito a una serie di violazioni o presunte violazioni dello spazio aereo dei Paesi confinanti con la Russia o con la Bielorussia. In particolare, la Polonia ha denunciato l’ingresso non autorizzato di circa 19 droni russi nel suo territorio, scatenando un allarme diplomatico e militare.
In risposta, la NATO ha deciso di costituire un “scudo” alle frontiere orientali: la missione Sentinella dell’Est si propone di pattugliare lo spazio aereo, rafforzare le difese anti-aeree e collaborare con i Paesi più vulnerabili affinché possano fronteggiare minacce ibride e proiezioni di potere.

L’Italia è stata chiamata a partecipare: fonti diplomatiche e militari riportano che Roma metterà a disposizione due Eurofighter, mentre non è escluso che il governo decida di coinvolgere anche assetti difensivi terrestri.
Il ruolo italiano, dunque, non è passivo, ma attivo: l’adesione è stata formalizzata dopo intense consultazioni tra Palazzo Chigi e il ministero della Difesa, che non hanno escluso la necessità di un voto parlamentare qualora fosse richiesto un ulteriore impegno organico.
Un’Italia già molto presente
L’Italia non si presenta a questo nuovo impegno da “dilettante”: da anni ha un profilo militare internazionale robusto. Nel 2025 sono in corso 39 missioni e operazioni all’estero, con una forza media impegnata di circa 7.750 unità e un onere finanziario che si aggira su 1,48 miliardi di euro (980 milioni per il 2025, 500 per il 2026).
Le aree geografiche di maggiore interesse per l’Italia sono, entro la cornice strategica NATO, il Mediterraneo allargato, i Balcani, il fianco est (Europa orientale), il Medio Oriente, il Sahel/Golfo di Guinea e il Corno d’Africa.
Roma già figura come secondo contributore militare dell’Alleanza dopo gli Stati Uniti per numero di truppe impiegate – e primo tra gli europei – con oltre 40 missioni attive nel 2024.
Tra i contributi più visibili, l’Italia controlla il comando della missione Baltic Air Policing in Estonia, dove peraltro ha assunto il comando operativo, dimostrando la fiducia degli altri membri NATO nei suoi assetti aeronautici.
Nel Baltico gli F-35 italiani hanno partecipato a missioni di intercettazione, anche in risposta a velivoli russi entrati in spazi aerei controllati.
Inoltre, il paese ha promosso una più intensa leadership strutturale: la costituzione nel 2025 della Multinational Division South (MND-S) sotto guida italiana, con base operativa a Firenze, rappresenta un’ulteriore spinta verso una presenza strategica autonoma, benché integrata con architetture NATO.

I precedenti dell’Italia nelle missioni internazionali
Per comprendere appieno la portata della scelta italiana, è utile ripercorrere le tappe dell’impegno militare estero.
Dalle missioni ONU alle operazioni NATO
L’Italia ha partecipato a circa 120 missioni internazionali dal secondo dopoguerra, di cui 35 tuttora attive.
I contributi si sono spostati da operazioni puramente umanitarie o di osservazione a forme assai più articolate di peacekeeping, peace enforcement e stabilizzazione.
Sin dai primi anni ’50, l’Italia ha schierato contingenti in Somalia sotto mandato ONU.
Con la dissoluzione della Jugoslavia, entrò nelle operazioni NATO in Adriatico (Maritime Monitor, Sharp Guard) per far rispettare embarghi e controlli navali.
Negli anni ’90 e 2000, l’impegno italiano si è intensificato nei Balcani, nell’Iraq post-guerra del Golfo, in Afghanistan (all’interno di ISAF e poi le missioni successivamente) e poi nelle missioni di stabilizzazione in Africa e Medio Oriente.
Un capitolo particolare è la missione in Iraq: l’Italia ha partecipato fin dal 2003 alle operazioni di ricostruzione e alla lotta contro lo Stato Islamico, e dal 2016, su richiesta di Baghdad, la NATO ha attivato una missione (NATO Mission Iraq, NMI) di assistenza e addestramento delle forze irachene. Italiani sono attivamente impegnati anche nel comando operativo.
Parallelamente, l’Italia ha partecipato stabilmente alla missione UNIFIL in Libano (operazione “Leonte”), e in molteplici altri teatri dove conflitti o instabilità ne richiedevano la presenza.
Da contributore a “nodo strategico”
Negli ultimi anni, la politica italiana ha progressivamente spostato l’orizzonte da partecipazione marginale a leadership attiva: la creazione della MND-S, l’assunzione del comando del Baltic Air Policing, il rafforzamento dei contributi nel fianco orientale — tutto questo indica una transizione verso un ruolo militare internazionale non più subalterno ma protagonista.
In questo contesto, la nuova missione Sentinella dell’Est appare non tanto come un’eccezione, ma come un passaggio conseguente in un percorso che Roma ha ormai imboccato da tempo.
Da una prospettiva governativa, l’Italia non può sottrarsi alle responsabilità acquisite in seno alla NATO: il Patto Atlantico implica “oneri e obblighi”, e la partecipazione a missioni di difesa collettiva è una delle sue colonne. L’esecutivo ha enfatizzato come l’adesione a questa missione rafforzi la credibilità internazionale dell’Italia, valorizzi le sue forze armate e le renda soggetto riconosciuto nei giochi strategici.

Il test del Baltico e delle intercettazioni russe
Già nei giorni successivi all’annuncio, gli assetti italiani sono stati coinvolti in missioni attive: aerei F-35 decollati dalla base in Estonia hanno intercettato due caccia Mig-31 russi che avevano violato lo spazio aereo baltico, transitando senza autorizzazione e a radio spenti per 12 minuti.
Questi casi dimostrano che l’Italia è già parte integrante di servizi di sorveglianza elevati, e che il rischio operativo non è teorico.
La ripetizione di tali scenari nei mesi a venire potrebbe diventare un banco di prova per la missione Sentinella dell’Est: la rapidità della reazione (Quick Reaction Alert), la coordinazione con alleati e la chiarezza degli ordini di ingaggio saranno determinanti.
Il “peso politico” e il ritorno diplomatico
Oltre al valore militare, una partecipazione attiva offre all’Italia una leva diplomatica: la possibilità di influenzare decisioni all’interno della NATO, partecipare ai piani strategici e costruire legami con i Paesi dell’Est. In un’Europa che guarda con crescente apprensione alla Russia, l’Italia può proporsi come interlocutore credibile.
Ma questo ritorno non è garantito: se la missione si ridurrà a compiti marginali o a scudi simbolici, la valenza diplomatica rischia di essere modesta.
Impegno calibrato e coordinato
In tale scenario, l’Italia manterrà un impegno definito (due Eurofighter e un contingente difensivo) per periodi stabiliti, dentro una rotazione NATO che eviti il sovraccarico e tuteli le proprie forze. Un coinvolgimento moderato permetterà all’Italia di capitalizzare i benefici diplomatici senza correre rischi eccessivi.

Escalation progressiva
Se le violazioni dello spazio aereo continueranno e le pressioni si intensificheranno, l’Italia potrebbe essere chiamata a incrementare il proprio contributo con assetti aggiuntivi, sistemi terrestri anti-aerei e maggiore coinvolgimento rischioso. Ciò comporterebbe un ampliamento del dibattito politico interno, un’esposizione crescente e la necessità di una risposta adeguata in bilancio e capacità operativa.
Disimpegno o ritiro strategico
Se la situazione diplomatica mutasse — per esempio, con un accordo tra grandi potenze o un ridimensionamento delle tensioni — l’Italia potrebbe progressivamente ridurre il suo coinvolgimento nella missione, rinunciando ad assunzioni più gravose e concentrandosi su altri teatri ritenuti prioritari (Mediterraneo, Sahel, Balcani).
L’Italia, con la scelta di partecipare alla missione Sentinella dell’Est, ha posto una nuova pietra nella propria traiettoria strategica.
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