8:01 am, 27 Settembre 25 calendario

Iran, la pena di morte come strumento di repressione

Di: Redazione Metrotoday
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Nei primi nove mesi del 2025 l’Iran ha superato la soglia delle mille esecuzioni, il dato più alto registrato dal paese negli ultimi decenni, rivelando una escalation senza precedenti nell’uso della pena capitale. Organizzazioni per i diritti umani internazionali denunciano che questa tendenza non è un semplice dato statistico, ma la concreta manifestazione di una strategia di repressione che mira, con la forza, a soffocare il dissenso, le minoranze etniche e ogni voce che si oppone al regime.

Le accuse che pesano sulle autorità includono l’uso arbitrario della pena di morte per reati con accuse vaghe – “inimicizia contro Dio” (moharebeh), “corruzione sulla terra” (efsad-e fel-arz), “ribellione armata contro lo stato” (baghi) – processi nei tribunali rivoluzionari spesso segnati da gravi violazioni delle garanzie procedurali. Sempre più frequenti sono le esecuzioni per reati legati alla droga, nonostante le norme internazionali che vietano la pena capitale per tali tipi di crimini.

Tendenze, gruppi vulnerabili

Già a metà del 2025 si contavano oltre 600 esecuzioni prima ancora che l’anno fosse a metà.

I dati raccolti da istituzioni indipendenti indicano che almeno mille persone sono state messe a morte dall’inizio del 2025 fino a settembre.

Le categorie più colpite

Reati legati alla droga: costituiscono una parte consistente delle esecuzioni. Nel 2023, circa il 56% delle esecuzioni erano per accuse di droga.

Minoranza etnica e identitaria: popolazioni baluci, curde, afgane sono sproporzionatamente rappresentate nelle statistiche.

Donne e vulnerabili: donne condannate a morte per omicidio, spesso in contesti di violenza domestica o costrette a matrimoni, sono aumentate. Esempi recenti includono esecuzioni di donne curde o operatrici umanitarie.

Reati vaghi o sicurezza nazionale: spionaggio, “cooperazione con governi ostili”, accuse di terrorismo o inimicizia contro Dio, spesso usate per processi poco trasparenti nei tribunali rivoluzionari.

Processi e giustizia

Molti casi mostrano che i processi in tribunali rivoluzionari:

  • non garantiscono un’equa difesa;
  • non rispettano il diritto alla presenza di un avvocato;
  • ignorano denunce di tortura o maltrattamenti;
  • giudicano a porte chiuse.

Alcuni casi recenti, come quello di condanna a morte confermata a persone che denunciavano torture, sono emblematici del deficit di garanzia processuale.

Origini dell’escalation: “Donna Vita Libertà”

Per comprendere l’uso intensificato della pena di morte bisogna guardare indietro, almeno al 2022, quando la morte di Mahsa “Jina” Amini, una giovane curda arrestata dalla polizia per presunta violazione del codice sull’hijab, ha innescato manifestazioni diffuse in tutto il paese, con slogan come “Donna, Vita, Libertà”. Quel movimento ha segnato una linea di non ritorno: la repressione si è fatta più violenta, più ampia, più sistematica.

Dopo le proteste del 2022, le autorità hanno adottato misure sempre più drastiche contro la dissidenza: arresti, condanne, processi sommari, uso della pena di morte per reati politici o legati alla sicurezza nazionale. Ciò ha spinto gruppi internazionali di diritti umani a denunciare l’Iran come uno Stato che utilizza la pena capitale non solo per crimini “ordinari”, ma come un’arma politica.

Il ruolo delle nuove leggi e delle retoriche del potere

Proposte legislative: è in discussione al parlamento iraniano una legge che amplificherebbe le possibilità di condanna alla pena di morte usando accuse vaghe e ampie relative alla sicurezza nazionale, come la cooperazione con stati ostili o spionaggio.

Retorica ufficiale: figure di alto livello della magistratura iraniana hanno invocato esecuzioni rapide per coloro che sarebbero sospettati di collaborare con nemici esterni, specialmente a seguito dell’escalation militare con Israele a partire da giugno 2025.

“Guerra contro la droga”: usata come giustificazione regolare per pene estreme, ma spesso senza garanzie procedurali, con accenti discriminatorî contro poveri, minoranze etniche, persone che non hanno accesso a una difesa legale efficace.

Vite, società, percezioni

Vittime individuali

Diversi casi documentati: persone innocenti o con prove dubbie, processi brevi, testimonianze di tortura e abusi ignorate, condanne a morte confermate nonostante questi elementi. Donne che agiscono in situazioni estreme; minoranze curde, baluci, afghane che si trovano in situazione di estrema vulnerabilità.

Impatto sociale e clima di paura

L’aumento delle esecuzioni ha effetti di lungo termine: paura generalizzata, autocensura, chiusura di spazi di dissenso, isolamento delle comunità etniche o linguistiche minoritarie. Il regime ottiene così non solo punizione delle singole persone, ma deterrenza collettiva: manifestare diventa sempre più rischioso.

Per la comunità internazionale

L’Iran è sotto crescente pressione: appelli da parte delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, di ONG, richieste di moratoria immediata sulle esecuzioni. Ma finora poche azioni concrete che modifichino la traiettoria. L’equilibrio è fragile: alleanze diplomatiche, questioni di sicurezza regionale, interessi economici pesano nelle risposte internazionali.

Standard internazionali e norme violate

Il diritto internazionale prevede che la pena di morte – se prevista – sia limitata a “delitti estremamente gravi” e venga applicata solo dopo un processo giusto.

La pena di morte per reati non violenti, come quelli per droga, è quasi ovunque considerata incompatibile con le norme internazionali sui diritti umani.

Esecuzioni di persone arrestate da minorenni, processi senza avvocato, tortura, pene commutate o ritrattate per grazia sono tutte pratiche vietate da trattati e convenzioni che l’Iran ha firmato o che la comunità internazionale sostiene come vincolanti.

Molti chiedono che l’Iran adotti ufficialmente una moratoria sulle esecuzioni come primo passo verso l’abolizione. È una richiesta che, secondo esperti, consentirebbe di salvare vite e dare uno spazio per riforme legali, giudiziarie e culturali.

Rischio di intensificazione della repressione

Se il regime percepisce che le pressioni esterne non producono conseguenze, potrebbe intensificare ulteriormente esecuzioni politiche e per reati vaghi, come reazione alla guerra esterna o alle tensioni con Israele, o per mantenere coesione interna.

Sanzioni, pressione multilaterale

Stati esteri potrebbero usare la giurisdizione universale contro funzionari sospettati di responsabilità per crimini contro l’umanità;

Sanzioni mirate, divieti di cooperazione internazionale nelle aree di giustizia e droga, assistenza giudiziaria condizionata;

Monitoraggio e inchieste indipendenti

Quello che sta accadendo in Iran non è semplicemente un’emergenza numerica: è la manifestazione di una scelta politica che considera la pena di morte – e l’esuberanza delle sue applicazioni – come una leva essenziale per il controllo. Quando i tribunali rivoluzionari smarriscono ogni apparenza di garanzia, quando le accuse diventano generiche, quando la punizione di vita viene liquidata con procedimenti lampo, lo Stato stesso diventa arbitro assoluto.

La comunità internazionale, le ONG, gli Stati democratici, il sistema Onu: tutti sono chiamati a valutare non solo come criticare, ma come intervenire concretamente. Perché finché il diritto alla vita può essere calpestato con impunità, resta minacciato il principio primo di ogni convivenza civile.

In un mondo dove la giustizia è anche percezione, dove la voce del giusto diventa eco se non viene difesa, l’Iran è oggi banco di prova. 

27 Settembre 2025 ( modificato il 26 Settembre 2025 | 20:21 )
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