9:10 am, 25 Settembre 25 calendario

Meloni all’ONU: proporzionalità superata e riforma urgente dell’Onu

Di: Redazione Metrotoday
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Nel corso dell’80ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, la premier italiana Giorgia Meloni ha pronunciato un discorso dai toni decisi: attacchi all’operato israeliano nella guerra a Gaza, condanna di Mosca per l’invasione russa, e un appello urgente a rinnovare l’architettura del Palazzo di Vetro. Ma le sue conclusioni sollevano questioni di strategia diplomatica, coerenza politica e credibilità internazionale.

Il discorso a New York

Nella notte Giorgia Meloni ha preso la parola davanti all’Assemblea generale dell’ONU durante la 80ª sessione, che celebra gli 80 anni dell’organizzazione.

Il messaggio, articolato su più fronti, tocca i grandi nodi della politica internazionale contemporanea: il conflitto in Medio Oriente, la guerra in Ucraina, il ruolo dell’Italia e la necessità di riformare le Nazioni Unite.

In apertura, Meloni ha scandito una visione del mondo “sospesi tra guerra e pace”, sottolineando come siano oggi in corso 56 conflitti armati sotto la lente del Global Peace Index 2024 — un dato record dal secondo dopoguerra.

Quel che era un ordine internazionale relativamente stabile, ha detto, è stato fratturato da sfide multiple che mettono in crisi il multilateralismo “tradizionale”.

Il Medio Oriente e il principio di proporzionalità

Al centro del suo intervento c’è l’analisi sul conflitto israelo-palestinese. Meloni ha riconosciuto che l’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas è stato una “ferocia” che richiedeva risposta. Tuttavia, ha sostenuto che la reazione israeliana abbia oltrepassato il principio di proporzionalità, generando una “strage tra i civili” e violando norme umanitarie.

Secondo la premier, Israele sarebbe “intrappolato” nella guerra e chiamato a uscirne — per il bene del popolo ebraico, della sua democrazia e dei valori universali.

Altro punto chiave: Israele non avrebbe il diritto di impedire la nascita di uno Stato palestinese, né espandere insediamenti in Cisgiordania con l’obiettivo di boicottare quella stessa nascita.

Tuttavia, il riconoscimento della Palestina, ha avvertito Meloni, dovrà essere condizionato al rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e all’esclusione di Hamas da qualsiasi ruolo governativo: “chi ha scatenato il conflitto non può essere premiato”.

La Russia, l’Ucraina e la violazione del diritto internazionale

Non è mancata una severa condanna all’operato della Federazione Russa, che, secondo la premier, ha deliberatamente calpestato l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite invadendo l’Ucraina e violando l’integrità territoriale di uno Stato sovrano.

La guerra, ha sostenuto, non è mai stata circoscritta e ha attivato un effetto domino con ripercussioni oltre i confini del teatro bellico.

La riforma urgente dell’ONU

Se la fase storica che viviamo richiede risposte nuove, secondo Meloni, l’architettura dell’Onu deve cambiare. “Non lo è”, ha detto, la struttura pensata 80 anni fa non è più all’altezza delle sfide attuali.

Il Palazzo di Vetro — ha ribadito — deve diventare una “Casa di Vetro”: un’istituzione agile, efficiente, capace di rispondere rapidamente alle crisi, trasparente nei suoi costi, priva di duplicazioni e burocrazia.

Sui contenuti della riforma, la premier ha posto quattro principi: uguaglianza, democraticità, rappresentatività e responsabilità. In particolare, ha indicato come punto di partenza la ristrutturazione del Consiglio di Sicurezza, pur nel rispetto della sovranità nazionale.

Dovrà essere una riforma pragmatica, non ideologica — ha evitato slogan puri e si è concentrata sul “fare funzionare le istituzioni, non solo su princìpi astratti”.

Infine, Meloni ha rilanciato il ruolo dell’Italia: “L’Italia c’è e ci sarà per chiunque sia disposto a lavorare a un piano serio”.

E ha auspicato che altri governi seguano una visione pragmatico-diplomatica della cooperazione internazionale.

Reazioni: consensi, critiche e riflessioni

Nel corso dell’intervento a New York, Meloni ha annunciato l’imminente presentazione in Parlamento di una mozione per il riconoscimento dello Stato palestinese, ma vincolato alle condizioni già esposte: rilascio ostaggi ed esclusione di Hamas.

Il testo, che dovrebbe essere discusso il 2 ottobre, ha subito raccolto le critiche dell’opposizione, che lo ha bollato come un escamotage politico o un “gioco di prestigio”.

Anche forze politiche interne, come il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, hanno respinto l’impostazione condizionale, auspicando un riconoscimento pieno e immediato.

C’è inoltre una tacita tensione politica: mentre la premier cerca di profilarsi come guida nell’arena internazionale, deve mediare con gli equilibri parlamentari, le sue alleanze e le divisioni dentro la stessa maggioranza. Alcuni osservatori interpretano la mozione come una mossa tattica per intercettare i sentimenti elettorali favorevoli alla causa palestinese, senza rinnegare l’alleanza storica con Israele.

La comunità diplomatica e mediatica

Il discorso di Meloni ha generato un’ampia eco internazionale. Alcuni analisti hanno apprezzato il tentativo di rompere il classico schema “interveniamo da parte” e proporre una visione più autonoma dell’Italia nella governance globale. Altri, invece, lo hanno criticato come contraddittorio: sostenere Israele “il diritto alla difesa” ma al contempo accusarlo di eccessi — una linea che rischia di essere letta come ambigua.

Un tema forte è stato quello della riforma dell’ONU. È opinione condivisa fra molti diplomatici che l’istituzione internazionale vada modernizzata, ma le proposte concrete tardano da decenni. Il difficile equilibrio tra diritto di veto, rappresentanza regionale e processi decisionali rimane un terreno minato. In questo contesto, l’Italia occupa una posizione rilevante grazie al suo ruolo nel gruppo “Uniting for Consensus”, che promuove una riforma del Consiglio di Sicurezza senza nuovi membri permanenti con diritto di veto.

Ma partendo da lì e realizzando una riforma complessiva è un’impresa che richiede consenso tra grandi potenze: difficile e lenta.

Un’altra criticità che molti commentatori mettono in evidenza riguarda la coerenza. Meloni ha parlato di proporzionalità e diritti umani, ma l’Italia, da quando guida il governo, ha chiarito la sua alleanza con Israele, in linea con le politiche propugnate da alcuni partner europei e americani. I passi mediatici critici a Israele (come nel discorso all’ONU) possono essere letti come tentativi di bilanciare le pressioni interne e internazionali, anziché mutamenti reali di politica estera.

Inoltre, la condizionalità imposta al riconoscimento della Palestina — rilascio ostaggi e esclusione di Hamas — rischia di essere interpretabile come un riconoscimento “a rate” e non pieno. Se il riconoscimento diplomatico serve a legittimare una visione internazionale, imporvi condizioni può diminuirne l’efficacia simbolica.

L’Italia e l’ONU: un percorso irto 

L’Italia non è nuova al dibattito su riforme ONU e posizioni mediorientali complesse. Dal dopoguerra, Roma ha partecipato alle missioni di pace dell’Onu, spesso con un ruolo di mediazione diplomatica negli scenari dell’Ue e del Mediterraneo.

Nel tempo, il tema della riforma del Consiglio di Sicurezza è diventato centrale. Già negli anni Novanta e Duemila, l’agenda multilaterale ha provato (utilizzando gruppi come G4 o il Coffee Club) di avviare riflessioni su nuove sedi permanenti, sul diritto di veto e sull’equilibrio regionale. L’Italia è stata per anni leader del cosiddetto “Uniting for Consensus”, che si oppone all’espansione dei membri permanenti con potere di veto e propone un rafforzamento dei seggi elettivi non permanenti per una maggiore equità.

Più di recente, l’attenzione diplomatica italiana verso l’Africa — con il Piano Mattei per l’Africa varato dal governo Meloni — riflette una strategia globale che punta a posizionare l’Italia come interlocutore nel Sud del mondo, potenzialmente rafforzando la sua voce nelle sedi multilaterali.

Questo piano potrebbe servire anche come “pedina” negli scacchieri diplomatici globali, compresi gli organismi Onu.

L’evoluzione diplomatica in Medio Oriente

Il conflitto israelo-palestinese ha spesso stimolato discorsi analoghi: molti Paesi, nelle assemblee internazionali, hanno invocato il principio di proporzionalità (o il principio del diritto umanitario internazionale) per criticare operazioni militari che causano danni a civili. Tuttavia, quasi sempre queste dichiarazioni restano simboliche: raramente accompagnate da politiche diplomatiche capaci di modificare gli equilibri reali sul terreno.

In anni recenti, alcuni Stati europei hanno riconosciuto (o tentato di riconoscere) lo Stato palestinese. Le varie mozioni parlamentari e le decisioni governative hanno spesso ottenuto risultati poco concreti: rallentamenti, condizionalità, fughe in avanti seguite da revisioni. L’approccio italiano presentato da Meloni si iscrive in questa linea: volontà di riconoscimento ma con vincoli, per non alienare i partner alleati né scontentare l’elettorato interno sensibile al tema.

Un’altra linea di continuità è il richiamo all’Onu come sede di legittimazione. Molti leader intervengono alle Assemblee generali, citano la Carta, evocano riforme strutturali. Spesso, però, le parole sgretolano davanti alle forze geopolitiche e ai limiti concreti degli strumenti multilaterali.

L’efficacia operativa: rapidità, coordinamento e conflitti incrociati

Meloni ha insistito sull’urgenza di missioni più snelle, meno burocrazia e duplicazioni. Ma questa è un’altra sfida tecnica: snellire i processi decisionali delle agenzie Onu richiede tagli, revisione interna, riduzione di sovrapposizioni e potere redistribuito tra segretariati, organi tecnici e dipartimenti nazionali.

In guerra, i tempi contano: la capacità dell’ONU di intervenire tempestivamente è spesso stata messa in discussione (esempi classici: Ruanda, Bosnia, Siria). Le lentezze procedurali hanno reso critici alcuni interventi umanitari. La tensione fra burocrazia e rapidità operativa è un nodo ripetuto nei dibattiti sulle riforme delle forze di pace.

Riforma come processo lungo e conflittuale

Una riforma significativa richiede emendamenti alla Carta delle Nazioni Unite, che a loro volta richiedono procedure ratificatorie nei parlamenti nazionali. È un percorso lungo e tecnicamente complesso, che ha vincoli costituzionali per molti Stati. Anche se un paese come l’Italia si impegna convintamente, da solo non può determinare i destini dell’Onu.

La mozione parlamentare italiana potrebbe essere votata e magari approvata, ma l’impatto effettivo rimane da misurare. Se il riconoscimento venisse posto con condizioni, la comunità internazionale potrebbe interpretarlo come un passo a metà, non una saldatura netta con la causa palestinese.

Se altri governi europei, magari nei prossimi mesi, decidessero di imitare un approccio condizionale, si potrebbe assistere a un cambiamento incrementale nella “normalizzazione diplomatica” della Palestina. Ma se prevalessero mosse simboliche o retromarce, il contesto resterà simile a oggi: dichiarazioni, tensioni ma pochi cambi di sostanza.

Il peso dell’azione italiana

Se il discorso di Meloni rimarrà solo un gesto retorico, rischia di essere dimenticato nel vortice delle cronache internazionali. Ma se l’Italia riuscirà a seguire le parole con iniziative concrete — alleanze diplomatiche, proposte negoziali, impegni formali nei gruppi Onu — potrebbe guadagnare visibilità e peso strategico.

Inoltre, l’Italia, collocata in una posizione geoeconomica nel Mediterraneo e con legami storici con il mondo arabo e africano, potrebbe mediare tra interessi occidentali e paesi emergenti, rendendosi utile nell’agenda di pace.

Se l’Italia, con la sua proposta, riuscisse a canalizzare l’attenzione diplomatica su punti concreti — agilità dell’ONU, costi trasparenti, revisione della governance — potrebbe emergere come interlocutore tecnico credibile nei forum multilaterali.

Il discorso di Giorgia Meloni all’ONU è un momento politico forte: non solo un intervento retorico, ma un tentativo di riposizionare l’Italia in un’ottica di “grandezza diplomatica”. Il richiamo alla proporzionalità, alla riforma dell’ONU e alla nascita di uno Stato palestinese condizionato rappresentano una linea di equilibrio: critica alle derive belghe dell’operato israeliano, ma ancorata alla condizionalità dovuta agli equilibri internazionali.

25 Settembre 2025
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