“Combattere le disuguaglianze con la ciambella”: quando la sostenibilità diventa paradigma
Giovedì 18 settembre 2025 Milano ospita un’occasione significativa per chi crede che l’economia possa davvero cambiare: Combattere le disuguaglianze con la ciambella, un workshop + panel gratuito dedicato al modello dell’Economia della Ciambella (Doughnut Economics) ideato da Kate Raworth. Inserito nel ricco programma della 24ª Esposizione Internazionale di Triennale Milano – Inequalities, l’evento mette al centro domande cruciali: come costruire economie che rispettino i limiti ecologici del pianeta senza trascurare i bisogni fondamentali delle persone; come tradurre il modello teorico in politiche urbane, aziendali, sociali concrete.
L’iniziativa è rivolta a un pubblico ampio: professionisti, responsabili di enti locali e aziende, esponenti del terzo settore, accademici, studenti, cittadini impegnati. È un momento in cui teoria e pratica si incontrano, si sperimentano nuovi approcci e si costruiscono reti. In un’epoca in cui la crisi climatica, le diseguaglianze, l’insicurezza sociale e le sfide urbane diventano sempre più pressanti, l’economia della ciambella appare come uno strumento stimolante per ripensare lo sviluppo.

Il modello della ciambella: principi fondamentali, genesi e diffusione
Per capire cosa si discuterà è utile ripercorrere le origini e i pilastri del modello proposto da Kate Raworth.
Il concetto è stato formalizzato nel 2012 con il saggio A Safe and Just Space for Humanity, poi sviluppato nel libro Doughnut Economics: Seven Ways to Think Like a 21st‑Century Economist (pubblicato nel 2017). La metafora visiva è potente: una ciambella che racchiude uno spazio “sicuro e giusto”: al centro il buco interno rappresenta le privazioni sociali, le condizioni di vita al di sotto di una soglia minima accettabile (povertà, accesso a servizi essenziali, salute, educazione ecc.), mentre il bordo esterno rappresenta i limiti ecologici del pianeta (cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, inquinamento, consumo delle risorse). Lo spazio intermedio è il punto in cui l’umanità può prosperare: soddisfare i bisogni sociali senza superare i vincoli ambientali.
In particolare, Raworth propone sette “modi di pensare” che includono: vedere il quadro più ampio (andare oltre il PIL), far crescere la distribuzione del valore (e non solo l’accumulazione), rigenerare e non solo sostenere, agire localmente ma pensare globalmente, promuovere la resilienza, far funzionare il sistema economico come un ecosistema, gestire bene la tecnologia.
Dal modello teorico, si è passati a esperimenti concreti: Amsterdam è divenuta famosa per aver adottato la Doughnut come criterio guida per alcune sue politiche urbane, con la “Amsterdam Doughnut Coalition” che lavora con il Doughnut Economics Action Lab per elaborare progetti reali nei quartieri, nel settore edilizio, nella mobilità, nella gestione delle risorse.
Anche università, istituzioni locali, ONG hanno sperimentato versioni locali: progetti pilota, mappature delle esigenze sociali ed ecologiche, indicatori di misura, processi partecipati di comunità. Ogni contesto locale aggiunge sfumature: condizioni climatiche, governance, risorse, cultura.
Un palcoscenico contemporaneo
Il workshop “Combattere le disuguaglianze con la ciambella” si colloca all’interno di un evento maggiore: Inequalities, la mostra / esposizione internazionale promossa da Triennale Milano, che dal 13 maggio al 9 novembre 2025 riflette su vari tipi di diseguaglianze — economiche, sociali, spaziali, climatiche, culturali.
Milano non è nuova a queste riflessioni: negli anni recenti si è confrontata con problemi di obesità urbana, densità abitativa, promozione della partecipazione civile, diffusione di spazi verdi, mitigazione climatica, mobilità sostenibile, rigenerazione urbana. Il modello della ciambella si inserisce in un panorama in cui le città cercano modelli alternativi al mero sviluppo economico, dove “crescita” non sia sinonimo automatico di benessere se non misurata con indicatori che coinvolgono equità sociale e ambiente.

Cosa succede davvero
La giornata prevede due momenti distinti.
Mattina (9:30‑14:00): Workshop partecipativi
Workshop gratuiti, aperti a tutti, facilitati da operatori di ABCittà. Verranno esplorate le modalità di applicazione pratica del modello della ciambella: come si mappano i bisogni sociali e i limiti ecologici, come si progettano strategie che interagiscono con enti locali, imprese, comunità.
Partecipanti avranno l’opportunità di confrontarsi con altri attori con background diversi (aziende, associazioni, istituzioni), sperimentare strumenti concreti, ideare casi studio locali.
Pomeriggio (dalle 14:00): Panel e keynote
Due panel: il primo su come le città stanno utilizzando la ciambella come bussola, il secondo su come applicarla come framework per un’economia rigenerativa in ambito aziendale e sociale.
Interverranno rappresentanti di città che hanno già intrapreso questo cammino, stakeholder impegnati in progetti concreti.
La giornata si chiuderà con l’intervento in remoto di Kate Raworth, che dialogherà con Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, portando la sua esperienza, visione e rispondendo a domande dal pubblico.

Città e imprese che già camminano con la ciambella
Non tutte le idee restano teoria. Ecco alcuni esempi che illustrano l’impatto pratico del modello:
Amsterdam è forse il caso più citato: ha adottato il modello ciambella per orientare le sue politiche di ripresa, rigenerazione urbana, abitazioni sociali, ed è legata al Doughnut Economics Action Lab per valutare gli impatti sociali ed ecologici delle sue iniziative.
Università come quella di Losanna hanno usato il modello per la transizione ecologica istituzionale: riduzione delle emissioni, pianificazione energetica sostenibile, coinvolgimento della comunità accademica nella misurazione e nel rispetto dei limiti ambientali.
In Italia, sebbene non ancora diffuso in tutte le città, ci sono progetti e gruppi locali che studiano la mappatura dei bisogni sociali, le transizioni energetiche, il cohousing sostenibile, la mobilità dolce, e che citano il modello come ispirazione.
Cosa significa applicare la ciambella
Parlare di “economia della ciambella” non è solo sognare un’utopia: implica trasformazioni reali nei modo di fare politica, impresa, pianificazione urbana. Ecco alcune aree dove emerge un impatto pratico:
Politiche urbane integrate
Le città dovranno pianificare abitazioni, verde, trasporto, energia, acqua, gestione rifiuti in modo che si lavori contemporaneamente per ridurre le diseguaglianze sociali (housing accessibile, servizi) e rispettare i limiti naturali (emissioni, consumo suolo, biodiversità).
Indicatori di impatto misurabili
Non basta misurare il PIL: servono metriche che valutino benessere reale, disuguaglianze, impronta ecologica, salute pubblica, qualità dell’aria, acqua, suolo. Queste metriche devono essere usate come guida nelle decisioni.
Economia rigenerativa e modello aziendale
Le imprese che vogliono aderire al modello devono rivedere filiere, processi produttivi, materie prime, packaging; incorporare la circularità; misurare l’impatto sociale e ambientale; operare con ambizione di rigenerazione (restauro ambientale, biodiversità, riciclo, riuso).
Partecipazione e governance locale
Coinvolgimento attivo della comunità, cittadini, stakeholder locali: cittadini che co-progettano quartieri, che partecipano a dashboard di sostenibilità, che contribuiscono con idee e azioni; amministrazioni che mettono in atto processi democratici partecipativi.
Educazione, cultura, mentalità
Cambiare paradigma significa anche cambiare modo di pensare: superare l’idea che la crescita economica infinita sia l’obiettivo supremo; diffondere il concetto di limiti planetari; incoraggiare stili di vita più sobrii, consapevoli.

Criticità e ostacoli
Il modello è ambizioso, e come tutti i modelli trasformativi incontra ostacoli concreti:
Conflitti di interesse e pressioni economiche: imprese o governi che dipendono da modelli di crescita tradizionale possono resistere a cambiamenti che sembrano costosi o che riducono margini nel breve termine.
Difficoltà nella misurazione: come definire esattamente il “minimo sociale” o il “tetto ecologico” per un contesto locale? Come adattare indicatori globali alle specificità locali (clima, cultura, risorse)?
Finanziamento e incentivi: chi paga le nuove infrastrutture, le transizioni energetiche, le politiche sociali che richiedono investimenti? Serve mobilitare risorse pubbliche, private, partnership; rendere appetibili incentivi; superare barriere burocratiche.
Equità territoriale: città grandi come Milano possono avere risorse per sperimentare, piccole città o aree rurali meno; occorre che il modello non accentui divari territoriali, ma offra modalità flessibili per realtà diverse.
Volontà politica e continuità: serve che le amministrazioni mantengano impegni nel tempo, al di là dei cambi di governo o delle oscillazioni politiche; che la vision non resti retorica, ma funzioni come guida di policy concrete.
L’evento che può fare la differenza
“Combattere le disuguaglianze con la ciambella” non è solo un appuntamento culturale: può essere catalizzatore di cambiamento per varie ragioni:
Connessione tra attori: riunisce amministrazioni, imprese, associazioni, cittadini, esperti. Favorisce network che altrimenti resterebbero isolati.
Concretezza: non solo teoria ma workshop, casi studio, esperienze, azioni che possono partire subito. Serve a trasformare idee in pratiche.
Visione locale con portata globale: Milano è una metropoli che può sperimentare soluzioni che, se funzionano, possono essere replicate in altre città italiane o europee.
Educazione civile: il modello della ciambella impone al cittadino/consumatore di ripensare abitudini, consumi, aspettative. Eventi come questo aiutano a diffondere consapevolezza.
Pressione sulle politiche pubbliche: quando il pubblico chiede città più giuste, sostenibili, amministrazioni devono rispondere con regolamenti, piani urbanistici, politiche sociali, transizioni energetiche.

Cosa è stato fatto finora
In Italia il concetto della Doughnut Economics è entrato in discussione in tempi recenti, ma non è del tutto nuovo: esistono già casi, più o meno sistematici, che hanno fatto proprie alcune idee.
Alcune città hanno avviato mappature di servizi sociali, verde urbano, qualità dell’aria, mobilità, edizioni locali di bilanci partecipativi integrati con indicatori ambientali e sociali.
Progetti di quartieri rigenerati con criteri ambientali: riduzione dei tempi di percorrenza, aumento spazi verdi, usi misti, coinvolgimento di comunità locali.
Organizzazioni e ONG che lavorano su inclusive design, su accesso all’abitazione, sulla distribuzione equa dei beni comuni (acqua, energia, cultura) citano il modello della ciambella come riferimento teorico per proposte concrete.
Scuole e università che includono il modello nei corsi di sostenibilità, design urbano, scienze ambientali, economia civile: giovani studenti che conoscono il libro, lo citano nei progetti.
Possibili scenari che potrebbero emergere
Dalla giornata del 18 settembre potrebbero uscire alcune direzioni strategiche:
Piani urbani di azione “ciambella”: Milano o altri comuni potrebbero adottare versioni pilota del modello, con obiettivi chiari (es. accesso abitativo, verde urbano, zero emissioni, mobilità sostenibile), indicatori di progresso e monitoraggio.
Accordi pubblico‑privati per la rigenerazione: imprese che adottano pratiche rigenerative, enti locali che offrono incentivi, comunità che partecipano attivamente: insieme possono costruire progetti che integrano sociale, ambiente, cultura.
Nuove normative e politiche locali: regolamenti edilizi che richiedono criteri di sostenibilità, politiche per la qualità della vita, standard di welfare urbano.
Potenziare la rete italiana del Doughnut Economics Action Lab: facilitare connessioni, condividere best practice, proporre linee guida italiane per adattare il modello alle condizioni nazionali.
Creazione di strumenti di misurazione locali: dashboard municipali, indicatori integrati, trasparenza nei dati sociali e ambientali, coinvolgimento della cittadinanza nella rendicontazione.
In una città che ogni giorno convive con le contraddizioni delle disuguaglianze — quelle abitative, climatiche, di reddito, di accesso ai servizi — un evento come “Combattere le disuguaglianze con la ciambella” rappresenta un’occasione più che opportuna: per riflettere, misurare, sognare ma anche per agire.
L’economia della ciambella non chiede semplicemente un cambiamento di politiche, ma una trasformazione di visione: misurare non solo ciò che abbiamo, ma ciò che manca; bilanciare non solo il profitto, ma la salute del pianeta; promuovere non solo la crescita, ma la dignità, l’inclusione, la giustizia.
Se Milano saprà cogliere questa opportunità, e se il dialogo che nascerà nei workshop e nei panel si tradurrà in azioni reali – città, imprese, cittadini che cambiano insieme – allora la ciambella non rimarrà una forma simbolica, ma diventerà pratica quotidiana, traccia concreta di un’economia che cura la vita, le persone, il pianeta.
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