Doha in fiamme, mediazione in frantumi
Un attacco aereo israeliano ha squarciato la capitale del Qatar, colpendo il quartier generale politico di Hamas a Doha. Il raid – il primo del genere su suolo qatariota – ha causato sei vittime, tra cui il figlio di Khalil al-Hayya, uno dei principali negoziatori, ma ha fortunatamente risparmiato i vertici dell’organizzazione raccolti lì per discutere un possibile cessate il fuoco. L’attacco ha scatenato una dura condanna internazionale, mettendo a rischio il fragile equilibrio dei negoziati in corso. Recenti analisi stimano che tra casi di fame estrema, sfollamenti, proteste interne e dinamiche geopolitiche, il conflitto ha ormai raggiunto una fase di enorme complessità diplomatica e umanitaria.
Colpito Doha: un salto nell’escalation geopolitica
Mercoledì, l’aviazione israeliana ha bombardato un complesso residenziale nel distretto di Leqtaifiya, a Doha, con dieci bombe sganciate da almeno quindici caccia, nel cuore delle operazioni diplomatiche volte a una tregua Secondo fonti interne, i bersagli erano i principali esponenti del braccio politico di Hamas, tra cui il negoziatore Khalil al-Hayya e altri leader di peso
L’attacco ha provocato sei vittime: il figlio di al-Hayya, il suo capo ufficio, tre guardie del corpo e un ufficiale di sicurezza qatariota. La rete diplomatica è stata scossa: il Qatar ha definito l’episodio un atto “codardo” e una violazione intollerabile della sua sovranità, minacciando di riconsiderare il proprio ruolo di mediatore. La Turchia ha seguito con toni ancora più duri, accusando Israele di adottare “terrorismo come politica di Stato”
Gli Stati arabi ed europei, l’ONU e ONG internazionali hanno espresso forte sconcerto, definendo l’attacco come un pericoloso colpo alla ricerca di una tregua.
Il coinvolgimento diplomatico degli Stati Uniti è ambiguo: fonti israeliane affermano di aver informato il governo americano, mentre la Casa Bianca, pur denunciando l’azione come “sfortunata”, ha precisato di non aver avuto alcun ruolo decisionale.

Lo scacchiere interno: tra proteste e repressione
Parallelamente, all’interno della Striscia di Gaza si acutizza una frattura politica significativa: da marzo 2025 sono in corso proteste diffuse contro il governo di Hamas, accusato di protrarre il conflitto e aggravare la crisi umanitaria. Migliaia di civili hanno reclamato la fine delle ostilità e la rinuncia al potere da parte di Hamas; tra gli scontri si registrano esecuzioni sommarie da parte delle milizie legate all’organizzazione.
In Israele, la pressione interna si concentra sulle famiglie degli ostaggi: dal gennaio 2025 si sono mobilitati con manifestazioni pubbliche per chiedere un accordo negoziale efficace. Alcune di queste proteste hanno bloccato strade e segnato uno stato crescente di frustrazione verso il governo.
Sfida diplomatica: scambi, tregue e nuovi ostacoli
Nei mesi precedenti, si intravedeva uno spiraglio di tregua: un’intesa in tre fasi, mediata da Qatar, Egitto e Stati Uniti, prevedeva il rilascio graduale di ostaggi in cambio di prigionieri e una sospensione temporanea degli scontri. Purtroppo, progressi sommarie hanno presto lasciato spazio a nuovi scontri e a ulteriori vittime – tra cui Mohammed Sinwar, ucciso in un attacco nel maggio 2025 nei pressi di un ospedale europeo a Khan Yunis.
L’UN riclassifica il quadro umanitario in Gaza come “catastrofico”: quasi un milione di persone rischiano di soccombere alla fame, ferite anche dalla limitazione del corridoio umanitario e dal collasso infrastrutturale.

Lo scenario che si profila: quattro linee strategiche
Israele intensifica la pressione colpendo i vertici di Hamas ovunque si trovino, anche in zone fino ad ora considerate stabilmente neutrali, come il Qatar.
Hamas resiste nella sua leadership, mentre il sostegno interno si sgretola sotto i colpi tra proteste interne e perdite di fiducia. Il dolore umanitario peggiora: la devastazione vista nelle immagini insieme alla crisi alimentare acuta rendono sempre più critica la situazione civile.
La diplomazia traballa: l’attacco di Doha ha irrimediabilmente compromesso i mediatori e i tentativi di tregua, scardinando la fiducia reciproca e rimettendo tutto in moto verso un’escalation più ampia.
Una guerra senza punti di svolta
Sotto il peso del Giorno 704, il conflitto tra Israele e Hamas non mostra vie d’uscita. Il raid a Doha segna uno spartiacque: non più battaglie sul terreno, ma attacchi simbolici, militanti e politici. Le speranze di tregua naufragano, l’opinione pubblica si radicalizza, il tessuto civile si sfalda.
Se la pace era una luce fioca, oggi quella luce è quasi spenta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






