Milano: la tragedia di Emanuele De Maria e le sfide del lavoro esterno in carcere
Le indagini sul caso di Emanuele De Maria, il 35enne trovato morto dopo un tragico suicidio, continuano a sollevare interrogativi sulla gestione del lavoro esterno per i detenuti.
De Maria si è tolto la vita l’11 maggio a Milano, mentre era ricercato per un accoltellamento e sospettato di omicidio. La sua morte ha gettato un’ombra su un sistema che consente ai detenuti di lavorare all’esterno, un’opzione prevista dall’articolo 21 della legge sull’ordinamento penitenziario, destinata a favorire la rieducazione e il reinserimento sociale.
Il presidente della Corte d’appello di Milano, Giuseppe Ondei, e la presidente facente funzioni del Tribunale di Sorveglianza, Anna Maria Oddone, hanno dichiarato che De Maria aveva mostrato un comportamento corretto durante i suoi due anni di lavoro come receptionist all’Hotel Berna. Tuttavia, nonostante le valutazioni positive, la sua fuga e il successivo suicidio hanno evidenziato un esito drammatico e imprevedibile.
Il Garante dei detenuti di Milano, Francesco Maisto, ha sottolineato che le valutazioni per l’ammissione al lavoro esterno sono sempre state rigorose, permettendo a oltre 1.000 detenuti a livello nazionale di usufruire di questa opportunità. “L’omicidio-suicidio di De Maria non rappresenta un problema nell’iter di valutazione, ma potrebbe riflettere questioni legate alla salute mentale del detenuto”, ha affermato Maisto.
Anche il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha espresso la sua difficoltà a spiegare come un detenuto condannato potesse essere in grado di nuocere dopo aver ottenuto il permesso di lavorare all’esterno. Sala ha ribadito l’importanza della rieducazione, ma ha riconosciuto che questo caso solleva domande fondamentali sulla sicurezza e sulla valutazione dei detenuti.
In conclusione, la tragedia di Emanuele De Maria non solo ha colpito le famiglie delle vittime, ma ha anche riacceso il dibattito sul lavoro esterno in carcere e sulla necessità di un approccio più attento nella valutazione dei detenuti. Questo caso potrebbe rappresentare un’opportunità per riflettere su come migliorare il sistema e garantire che la rieducazione non comprometta la sicurezza pubblica.
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