Gaza e la tragedia quotidiana tra bombardamenti, fame e speranza

In una mattina che sembra identica a tutte le altre, il cielo sopra Gaza torna a tremare sotto intensi bombardamenti. Un’escalation che non lascia scampo: ieri si sono registrate almeno 18 vittime civili, tra queste anche persone che si affollavano per ricevere aiuti umanitari. Nel frattempo, l’esercito israeliano ha dichiarato l’intera Città di Gaza “zona di combattimento pericolosa”, ponendo fine agli ultimi momenti di tregua necessari per far arrivare aiuti vitali.
Un attacco che ripiomba Gaza nell’inferno
Con l’ultimatum sul cessate il fuoco ormai scaduto e l’assenza di vie sicure per i civili, Gaza si trova in un bivio tragicomico: da un lato la necessità disperata di aiuti alimentari, dall’altro la realtà dei raid aerei e terresti che stanno distruggendo ogni speranza. Le morti quotidiane includono famiglie in fuga, operatori umanitari e bambini che tamponano ferite invisibili.
Secondo le autorità sanitarie locali, oltre 63.000 persone hanno perso la vita dall’inizio del conflitto; migliaia di altre muoiono di fame e malattie legate alla carenza di servizi essenziali come ospedali, acqua e elettricità. L’ONU conferma che valanghe di sfollati stanno perdendo tutto, costretti a spostarsi nel cuore del nulla.
Ignorare non basta: fame e diritto violato
Le agenzie internazionali hanno finalmente riconosciuto la fame conclamata che affligge Gaza. Centinaia di migliaia di persone sono intrappolate in una rete di stenti, carenze e vento di guerra. Le immagini di airdrop — i lanci di cibo dall’alto — raccontano un fallimento visibile: sono frequenti i casi di aiuti mortali, dove le casse atterrano fragorosamente tra la gente, spezzando vite anziché sostenere, perfino tra i volontari.
Non è solo emergenza umanitaria: è una violazione costante del diritto. Dichiarare una città martoriata — dove si vive di stenti e si muore senza cure — zona di guerra è consegnarla a un percorso di morte pianificata.
L’offensiva continua: obiettivo Gaza City
L’operazione militare israeliana sembra accelerare: dopo settimane di bombardamenti preparatori, l‘offensiva su Gaza City è ufficialmente cominciata. L’area, densamente popolata, è colpita da potenti raid notturni mentre le famiglie tentano di fuggire verso sud, dove non ci sono davvero più luoghi sicuri.
L’artefice di tutto questo è una strategia militare disumana, che sacrifica civili, storie e destino della regione sull’altare della sicurezza. Ungaretti disse «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie»: qui, ogni giorno, si contano vittime prive di identificarne la voce.
Giornalisti e ospedali sotto tiro
Tra le vittime di questa escalation, non mancano cronisti che raccontano la guerra con le proprie vite. Solo pochi giorni fa, un attacco doppio – “double tap” colpì l’ospedale Nasser a Khan Younis, uccidendo 22 persone tra cui cinque giornalisti. Operatori sanitari, medici, cronisti, la fila di martiri si allunga mentre il funzionamento dell’unico ospedale rimasto nel sud di Gaza è ormai compromesso.
Un altro episodio drammatico ha visto la morte di oltre 41 persone — molti giovani, donne e bambini — in un café sulla costa, luogo di socialità interrotta da un raid aereo. Questi attacchi non risparmiano neanche l’eroismo quotidiano degli incauti cronisti che documentano la brutalità delle bombe.
Guerra di struttura, guerra di annientamento
Il conflitto, iniziato con l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023, ha ormai superato la fase della reazione: è diventato una guerra di annientamento, con distruzione sistematica delle infrastrutture civili, sfollamento di massa e morte quotidiana. Le analisi più aggiornate stimano un conteggio finale significativamente più alto rispetto a quello ufficiale, soprattutto includendo morti per fame, malattie o collasso dei servizi sanitari.
Più della metà della popolazione soffre di malnutrizione acuta. Gli ospedali sono ridotti a rovine, e l’isolamento ha tagliato ogni via d’uscita dal ciclo della violenza.
Diplomazia in affanno, alleanze in crisi
La risposta internazionale oscilla tra condanna e impotenza. Palestinesi rimangono abbandonati in un limbo di morte certa, mentre la diplomazia mostra crepe evidenti. L’idea di due Stati è evaporata: il conflitto ha annullato ogni orizzonte politico e l’unica certezza è che più passi verso la soluzione, più sprofonda nel dramma.
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