10:15 am, 29 Agosto 25 calendario

Colpo al vertice: il primo ministro Houthi ucciso in un raid chirurgico israeliano

Di: Redazione Metrotoday
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Un attacco aereo condotto da Israele nel cuore di Sanaa ha colpito un appartamento residenziale, causando la morte di Ahmed Ghaleb Al-Rahawi, primo ministro del governo de facto degli Houthi. Figura di primo piano del movimento ribelle yemenita, Al-Rahawi è stato ucciso insieme ad alcuni dei suoi collaboratori più vicini. L’episodio segna un punto di svolta nelle dinamiche della guerra nella penisola arabica e nell’equilibrio geopolitico del Medio Oriente.

Un’operazione chirurgica

Secondo le prime ricostruzioni, l’attacco è stato pianificato come un’operazione mirata, con l’obiettivo preciso di eliminare la leadership politica del movimento sciita yemenita. Negli ultimi mesi Israele aveva intensificato i suoi raid sul territorio controllato dagli Houthi, colpendo infrastrutture militari e depositi di armamenti. L’eliminazione del premier, tuttavia, rappresenta un salto qualitativo: non più soltanto un’azione difensiva contro obiettivi militari, ma un affondo diretto contro il vertice politico dell’organizzazione.

La scelta del bersaglio non appare casuale. Al-Rahawi era considerato il volto istituzionale degli Houthi, colui che si occupava di tessere i rapporti diplomatici con gli alleati regionali e che manteneva i collegamenti con Teheran. La sua figura aveva assunto negli ultimi anni un ruolo cruciale nel legittimare il potere del movimento agli occhi della popolazione delle zone controllate e nel presentare al mondo l’immagine di un governo organizzato.

La lunga guerra yemenita

Per comprendere la portata dell’operazione è necessario collocarla nello scenario della guerra che insanguina lo Yemen dal 2014. Gli Houthi, movimento sciita zaidita originario delle regioni settentrionali, hanno conquistato la capitale Sanaa e gran parte del Paese, costringendo il governo riconosciuto internazionalmente a rifugiarsi ad Aden sotto la protezione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Da allora il conflitto è diventato una guerra per procura: da una parte l’asse filo-iraniano, dall’altra la coalizione a guida saudita sostenuta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali.

Negli ultimi due anni gli Houthi hanno spostato il baricentro della loro azione sul piano internazionale, lanciando attacchi missilistici e droni contro navi commerciali nel Mar Rosso. Queste azioni, giustificate come risposta alla guerra di Gaza e come sostegno alla causa palestinese, hanno messo a rischio una delle rotte marittime più strategiche al mondo, scatenando la reazione di Israele e dei suoi alleati.

L’attacco e le sue conseguenze immediate

Il raid che ha ucciso Al-Rahawi non ha colpito soltanto il premier. Fonti locali riportano che tra le vittime figurano anche esponenti di primo piano del governo Houthi, tra cui ufficiali militari e consiglieri politici. Questo fa pensare a una vera e propria operazione di decapitazione della leadership, volta a indebolire la catena di comando e a destabilizzare il fronte interno.

Le immagini provenienti da Sanaa mostrano quartieri devastati, civili in fuga e una popolazione sempre più esasperata da un conflitto che sembra non avere fine. Nelle strade della capitale si respirava un misto di paura e rabbia: da un lato il timore di nuove ondate di bombardamenti, dall’altro il desiderio di vendetta che potrebbe alimentare ulteriormente la spirale di violenza.

La reazione di Israele

Dopo l’operazione, i vertici israeliani hanno ribadito la linea dura. Il messaggio è chiaro: ogni attacco contro Israele o contro le rotte commerciali internazionali sarà punito colpendo direttamente chi ne è responsabile, anche se ciò significa estendere la guerra oltre i confini tradizionali. Israele considera gli Houthi non solo un nemico locale, ma una pedina strategica dell’Iran nel gioco di potere regionale. Per questo motivo, colpirne la leadership significa inviare un avvertimento all’intero “asse della resistenza” che unisce Teheran, Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Iraq e Siria.

Le implicazioni strategiche

La morte di Al-Rahawi apre una serie di scenari. Da un lato, Israele spera di infliggere un colpo significativo alla capacità degli Houthi di coordinare attacchi su larga scala, privandoli di una figura capace di mediare tra le diverse anime del movimento. Dall’altro, l’esperienza dimostra che gruppi come gli Houthi sono resilienti e dotati di una struttura non centralizzata: la perdita di un leader può rallentare le operazioni, ma difficilmente le interrompe. La tradizione del movimento, forgiata da anni di guerriglia e radicata in un tessuto sociale coeso, rende probabile una rapida sostituzione al vertice.

C’è inoltre un elemento di natura simbolica. Uccidere un leader politico, piuttosto che un comandante militare, rischia di radicalizzare ulteriormente la base di sostegno degli Houthi, trasformando la figura di Al-Rahawi in un martire della resistenza contro Israele. Questo potrebbe tradursi in una nuova ondata di attacchi contro obiettivi israeliani e occidentali nella regione.

Le reazioni internazionali

Sul piano diplomatico, l’eliminazione del premier Houthi rischia di complicare ulteriormente gli sforzi delle Nazioni Unite e degli Stati mediatori per rilanciare un processo di pace nello Yemen. Negli ultimi mesi erano stati avviati contatti tra le parti per cercare di stabilizzare la situazione e garantire corridoi umanitari. L’attacco israeliano, tuttavia, rischia di congelare ogni trattativa, rendendo ancora più lontana la prospettiva di un cessate il fuoco.

La comunità internazionale appare divisa. Alcuni governi condannano l’azione israeliana come una violazione della sovranità yemenita, mentre altri sottolineano il diritto di Israele a difendersi dalle minacce dirette agli interessi nazionali e globali. Intanto, le organizzazioni umanitarie lanciano l’ennesimo allarme: il conflitto yemenita ha già provocato una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta, con milioni di persone a rischio carestia e un sistema sanitario al collasso.

Verso una nuova fase del conflitto

L’uccisione di Ahmed Ghaleb Al-Rahawi segna un passaggio delicato. Israele ha dimostrato di voler estendere la sua strategia di sicurezza oltre i confini immediati, colpendo in profondità e mirando a neutralizzare le minacce prima che possano materializzarsi. Gli Houthi, dal canto loro, difficilmente resteranno a guardare: già nelle ore successive all’attacco circolavano voci di nuove offensive contro obiettivi navali nel Mar Rosso e di una intensificazione delle operazioni di guerriglia.

Il rischio è che lo Yemen diventi sempre più il nuovo epicentro di una guerra regionale a bassa intensità, ma dal potenziale devastante per gli equilibri globali. Se il conflitto dovesse allargarsi ulteriormente, coinvolgendo direttamente le grandi potenze, il Mar Rosso e il Golfo di Aden potrebbero trasformarsi in uno dei fronti più caldi del XXI secolo.

Il raid israeliano che ha ucciso il primo ministro Houthi non è soltanto un episodio di guerra: è il segnale che lo Yemen e il Medio Oriente stanno entrando in una fase nuova e ancora più instabile. Da una parte Israele mostra la determinazione a colpire i suoi nemici ovunque si trovino, dall’altra gli Houthi e i loro alleati possono sfruttare l’episodio per galvanizzare le proprie fila. Sullo sfondo resta la popolazione civile, intrappolata in un conflitto senza fine e costretta a sopravvivere tra bombardamenti, carestie e migrazioni forzate.

Il futuro appare incerto, e la domanda che emerge è se questa escalation porterà davvero a una maggiore sicurezza o se, al contrario, innescherà un effetto domino capace di destabilizzare ulteriormente l’intera regione.

29 Agosto 2025
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