7:30 am, 8 Ottobre 26 calendario

Pietracatella, nel pc di Gianni Di Vita la chiave dell’indagine

Di: Redazione Metrotoday

🌐 Pietracatella, Gianni Di Vita, ricina, Sara Di Vita, Antonella Di Ielsi, computer e pen drive: è iniziata e si è conclusa a Campobasso la fase di acquisizione forense dei dati contenuti nel computer e nelle dieci chiavette Usb sequestrate a Gianni Di Vita. Gli specialisti hanno creato e catalogato le copie dei dispositivi. Ora comincia la fase più delicata: l’analisi del materiale, che dovrà ricostruire rapporti, navigazioni, ricerche sulla ricina, comunicazioni, documenti e attività digitali lungo un arco temporale potenzialmente molto ampio. La Procura di Larino ha fissato in 60 giorni, salvo proroga, il termine per completare il lavoro.

Pietracatella, il computer di Gianni Di Vita entra nel cuore dell’inchiesta

Il giallo di Pietracatella passa attraverso le tracce digitali.

Dopo mesi di sopralluoghi, sequestri, interrogatori e accertamenti tossicologici, gli investigatori hanno iniziato a esaminare in maniera sistematica il materiale informatico sequestrato lo scorso 31 luglio nello studio di Gianni Di Vita.

Il lavoro si è svolto negli uffici della Questura di Campobasso e ha riguardato un computer Lenovo e dieci pen drive. L’attività, affidata a personale specializzato del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, ha avuto una durata di circa quattro ore per la fase di acquisizione e catalogazione forense.

Il passaggio decisivo, però, viene adesso.

Avere una copia forense dei dispositivi significa mettere in sicurezza il contenuto digitale e consentire agli esperti di lavorare sui dati senza alterare gli originali. Da questo momento si apre una fase molto più lunga: ricostruire ciò che quei dispositivi raccontano, incrociando date, file, connessioni, account, documenti e comunicazioni.

L’obiettivo della Procura non è limitato a una singola ricerca. Il perimetro degli accertamenti è estremamente ampio.

L’arco temporale: dalla prima accensione all’ultimo utilizzo

Uno degli aspetti più rilevanti dell’incarico riguarda proprio la dimensione temporale.

Gli investigatori non cercano soltanto cosa sia stato fatto nei giorni immediatamente precedenti alla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella Di Ielsi.

L’analisi potrà estendersi dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo.

Questo significa che il computer e le chiavette saranno trattati come una sorta di archivio digitale nel quale cercare informazioni stratificate nel tempo.

Una ricerca effettuata mesi o anni prima potrebbe assumere un significato diverso se collegata ad altri dati. Un documento apparentemente irrilevante potrebbe diventare importante se confrontato con una conversazione. Una navigazione internet potrebbe essere messa in relazione con un contatto, una data, una presenza fisica o un episodio familiare.

È questa la ragione per cui il lavoro non può essere esaurito in pochi giorni.

Gli esperti dovranno estrarre, ordinare e interpretare enormi quantità di informazioni, distinguendo ciò che ha una possibile rilevanza investigativa dal normale utilizzo quotidiano dei dispositivi.

Ricina, la ricerca che gli investigatori vogliono trovare

Uno dei quesiti principali riguarda le eventuali ricerche sulla ricina.

La Procura vuole verificare se dal computer o dalle chiavette emergano navigazioni, documenti o altri contenuti riconducibili alla sostanza che ha provocato la morte di Antonella e Sara.

L’obiettivo è ricostruire soprattutto le circostanze che hanno preceduto l’avvelenamento.

Gli investigatori dovranno capire se qualcuno all’interno della famiglia abbia cercato informazioni sulla ricina, sulla pianta da cui può essere ottenuta, sui suoi effetti o sulle modalità di esposizione.

Ma c’è anche un’altra possibilità che gli inquirenti vogliono verificare: che siano state le stesse vittime a cercare informazioni sulla sostanza.

È un accertamento importante perché potrebbe contribuire a chiarire la dinamica ancora al centro dell’indagine e a verificare le diverse ipotesi investigative formulate finora.

Il semplice ritrovamento di una ricerca sulla ricina, naturalmente, non sarebbe sufficiente a dimostrare chi abbia causato l’avvelenamento. Dovrebbe essere collocato nel suo contesto: chi ha effettuato la ricerca, quando, da quale dispositivo, con quale account e soprattutto perché.

È proprio l’incrocio dei dati a poter trasformare una traccia digitale in un elemento investigativo significativo.

Chat, email, foto e social: tutto può diventare un tassello

Il mandato della Procura comprende anche l’analisi delle chat, delle email, delle fotografie, delle registrazioni vocali, delle note e degli account social eventualmente presenti nei dispositivi.

La ricerca potrebbe quindi restituire una fotografia molto più ampia della vita della famiglia Di Vita.

Non si tratta soltanto di individuare eventuali conversazioni direttamente collegate alla ricina.

Gli investigatori possono cercare di ricostruire rapporti personali, frequentazioni, dissidi, abitudini e relazioni familiari nei periodi precedenti alla tragedia.

Una delle domande dell’inchiesta riguarda infatti la rete di rapporti intorno alle vittime.

Chi frequentavano? Con chi comunicavano? Quali erano le loro abitudini? C’erano conflitti o tensioni? Esistevano contatti che meritano ulteriori approfondimenti?

Le risposte potrebbero trovarsi anche in una conversazione apparentemente secondaria.

Ed è questo uno degli aspetti che rende l’analisi digitale particolarmente complessa: un dato isolato può avere un significato minimo, mentre lo stesso dato inserito in una sequenza temporale può assumere un valore completamente diverso.

Gli alimenti consumati prima del malore

Un altro capitolo dell’analisi riguarda gli eventuali documenti o appunti che possano aiutare a ricostruire cosa fosse stato mangiato nei giorni precedenti ai malori.

L’obiettivo è confrontare le informazioni digitali con quanto già ricostruito dagli investigatori sul piano medico e tossicologico.

Eventuali fotografie di pasti, messaggi familiari, appunti personali o conversazioni potrebbero fornire indicazioni sulle abitudini alimentari della famiglia nelle ore e nei giorni precedenti all’avvelenamento.

Anche in questo caso, nessun singolo elemento potrà essere letto isolatamente.

La ricostruzione dovrà necessariamente mettere insieme dati informatici, accertamenti medico-legali, analisi tossicologiche e testimonianze.

Le ricerche sulle vittime e le loro condizioni di salute

La Procura ha chiesto inoltre di verificare l’eventuale presenza di documenti, lettere, pagine di diario o annotazioni personali che possano riferirsi a malattie o disturbi sofferti da Sara e Antonella.

Anche questo accertamento ha una precisa finalità investigativa.

Gli investigatori vogliono ricostruire lo stato di salute delle due vittime prima della tragedia e capire se esistessero condizioni già conosciute dalla famiglia oppure informazioni rimaste fuori dalle prime ricostruzioni.

Un diario, una nota privata o una conversazione potrebbero fornire elementi utili per comprendere lo stato d’animo, le abitudini o le preoccupazioni delle vittime.

Ancora una volta, però, sarà necessario verificare data, autore e attendibilità di ogni contenuto.

Il computer era nello studio di famiglia

Il sequestro del computer non è casuale.

Il dispositivo si trovava nello studio di Gianni Di Vita, uno spazio nel quale lavorava anche Antonella Di Ielsi.

Questo rende particolarmente importante stabilire chi avesse accesso al computer e alle chiavette, quali account fossero utilizzati e quali file siano stati creati, modificati o aperti nel tempo.

Gli esperti dovranno quindi cercare anche eventuali tracce tecniche che consentano di ricostruire l’utilizzatore dei dispositivi in determinati momenti.

Data e ora dei file, cronologia di navigazione, accessi, collegamenti a supporti esterni e altri metadati potrebbero contribuire a costruire una linea temporale.

La digital forensics non consiste infatti soltanto nel leggere i documenti trovati su un computer. In molti casi è altrettanto importante capire quando quei documenti sono stati creati, modificati o consultati e da quale ambiente digitale provengono.

Le dieci chiavette possono contenere un’altra parte della storia

Accanto al computer ci sono le dieci pen drive.

Sono supporti apparentemente semplici, ma possono conservare quantità considerevoli di informazioni: documenti di lavoro, fotografie, copie di file, materiale scolastico, appunti, vecchie comunicazioni e dati trasferiti da altri dispositivi.

Per gli investigatori sarà quindi importante ricostruire anche la provenienza dei file.

Un documento potrebbe essere stato creato sul computer, copiato su una chiavetta e successivamente modificato. Un altro potrebbe provenire da un dispositivo esterno. Un terzo potrebbe essere stato cancellato e successivamente recuperato.

Sono proprio queste informazioni tecniche a poter fornire una cronologia digitale.

Il caso della ricina, nove mesi dopo la tragedia

L’analisi informatica arriva dopo una lunga serie di accertamenti.

La casa della famiglia Di Vita è stata sottoposta a più sopralluoghi. A luglio sono intervenuti anche esperti tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino, insieme agli specialisti italiani, per cercare eventuali tracce della ricina nell’abitazione.

Sono stati raccolti campioni da mobili, vestiti e altri oggetti presenti nella casa.

Nel frattempo sono proseguiti gli interrogatori delle persone informate sui fatti e gli approfondimenti sui rapporti della famiglia.

A settembre è stata nuovamente ascoltata in Questura anche una donna, insegnante e amica di Gianni Di Vita, già sentita dagli investigatori nei mesi precedenti.

L’inchiesta resta quindi articolata su più livelli: tossicologico, ambientale, testimoniale e digitale.

Gianni e Alice Di Vita, cosa hanno detto gli esami sulla ricina

Un elemento già acquisito riguarda invece Gianni Di Vita e la figlia Alice.

Gli esami effettuati sul loro sangue dal Robert Koch Institute hanno dato esito negativo per un’esposizione alla ricina, confermando precedenti risultati del Centro antiveleni di Pavia.

Il dato ha una rilevanza importante nella ricostruzione dell’accaduto, ma non risolve da solo il mistero.

Sara e Antonella sono morte dopo l’esposizione alla ricina, mentre gli altri due componenti della famiglia sopravvissuti non hanno evidenziato il contatto con la sostanza negli esami effettuati.

Restano dunque da chiarire come la ricina sia arrivata nell’ambiente familiare, come sia stata assunta dalle vittime e chi possa averla introdotta.

I 60 giorni che possono cambiare l’inchiesta

La Procura ha fissato in 60 giorni, salvo proroga, il termine per completare il lavoro sui dati acquisiti.

È un termine che segna l’inizio di una fase destinata a essere molto più lunga della semplice estrazione dei file.

Gli specialisti dovranno infatti passare dall’acquisizione alla lettura e quindi alla selezione degli elementi potenzialmente utili.

Il materiale potrebbe essere enorme.

Per questo l’attesa non sarà necessariamente accompagnata da nuove notizie ogni giorno. Il lavoro più importante potrebbe svolgersi lontano dai riflettori, attraverso l’analisi dei dati e il loro incrocio con gli altri elementi già raccolti.

La domanda centrale resta sempre la stessa: chi ha portato la ricina nella vita di Antonella e Sara?

Pietracatella, la pista digitale può ricostruire i giorni prima delle morti

Il valore del computer di Gianni Di Vita sta soprattutto nella possibilità di ricostruire ciò che è accaduto prima della tragedia.

Le ultime ore sono importanti, ma altrettanto importanti possono essere le settimane e i mesi precedenti.

Una ricerca, una conversazione, un contatto o un documento potrebbero infatti fornire un elemento che, preso da solo, non sembra significativo e che invece acquista un’altra dimensione quando viene collegato alla cronologia degli eventi.

È questo il lavoro che attende gli investigatori.

Dopo i mesi dedicati alla ricerca della sostanza e alla ricostruzione medico-tossicologica, l’indagine entra nella memoria digitale della famiglia Di Vita.

Il computer e le dieci chiavette non sono soltanto oggetti sequestrati: sono potenzialmente un archivio di informazioni capace di attraversare anni di vita privata e professionale.

Se emergeranno ricerche sulla ricina, contatti insoliti, documenti collegabili alla tragedia o informazioni utili a ricostruire gli ultimi giorni di Antonella e Sara, quei dati dovranno poi essere verificati e confrontati con le altre prove.

Per ora non c’è ancora una risposta definitiva.

C’è però una nuova scadenza: sessanta giorni per trasformare una grande quantità di dati in elementi utilizzabili nell’inchiesta.

E mentre gli esperti iniziano a leggere ciò che è rimasto nei dispositivi, a Pietracatella resta aperta la domanda che accompagna il caso dalla fine dello scorso anno: chi ha trasformato un dramma familiare in un mistero che ancora oggi gli investigatori stanno cercando di risolvere?

8 Ottobre 2026 ( modificato il 7 Ottobre 2026 | 23:28 )
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