5:03 pm, 29 Settembre 26 calendario

Douglas Stewart Carter torna libero dopo 41 anni grazie al DNA

Di: Redazione Metrotoday

🌐 Douglas Stewart Carter, 71 anni, è stato scarcerato dopo oltre quattro decenni trascorsi in prigione, gran parte dei quali nel braccio della morte dello Utah. Le nuove analisi del Dna non lo collegano al sangue e al materiale genetico trovati sulla scena dell’omicidio di Eva Olesen, uccisa nel 1985. La condanna è stata annullata e il nuovo processo è atteso nel 2027, mentre la procura ha rinunciato a chiedere nuovamente la pena di morte.

Per Douglas Stewart Carter la libertà è arrivata quando ha ormai 71 anni e dopo una parte enorme della sua vita trascorsa dietro le sbarre. Il giudice dello Utah Derek Pullan ha disposto il suo rilascio su cauzione lunedì 28 settembre, dopo che una nuova analisi del materiale genetico raccolto sulla scena del delitto ha escluso Carter come possibile corrispondenza.

La decisione non equivale però a un’assoluzione definitiva. Carter resta formalmente imputato per l’omicidio di Eva Olesen e dovrà affrontare un nuovo processo. La scarcerazione è stata accompagnata da condizioni precise: tra queste, l’obbligo di indossare un dispositivo Gps e il divieto di contattare i familiari della vittima.

Il caso ha così assunto una nuova dimensione. Quello che per decenni è stato un procedimento culminato in una condanna a morte è oggi sostenuto da un quadro probatorio profondamente diverso, nel quale la tecnologia genetica ha introdotto un elemento che all’epoca del processo originale non era disponibile.

L’omicidio di Eva Olesen nel 1985

La vicenda risale al 27 febbraio 1985, quando Eva Olesen venne trovata morta nella sua abitazione di Provo, nello Utah. La donna era stata aggredita nella propria casa: secondo gli atti, era stata colpita con un’arma da fuoco e accoltellata.

Il caso attirò particolare attenzione anche perché Olesen era la zia del capo della polizia di Provo dell’epoca. Le indagini si concentrarono successivamente su Carter, che viveva nello Utah con la madre. Nel giugno dello stesso anno fu arrestato a Nashville, in Tennessee, dove firmò una confessione durante un interrogatorio condotto da un detective di Provo.

Carter ha sempre sostenuto di essere innocente e, negli anni, ha affermato che quella confessione fosse stata ottenuta attraverso pressioni e minacce. Nel processo originario non vennero presentate prove fisiche che lo collegassero direttamente alla scena del crimine.

La condanna arrivò comunque sulla base soprattutto della confessione firmata e delle dichiarazioni di due testimoni che dissero di aver sentito Carter vantarsi dell’omicidio.

Quei due testimoni, però, avrebbero successivamente cambiato versione.

Le testimonianze contestate e le accuse agli investigatori

Una delle svolte più importanti nella lunga storia giudiziaria di Carter è arrivata molti anni dopo la condanna. I due testimoni furono rintracciati in Messico nel 2011 e dichiararono che, durante le indagini, la polizia li avrebbe sottoposti a pressioni e avrebbe fornito loro denaro e regali.

Secondo le loro successive dichiarazioni, sarebbero inoltre stati minacciati con conseguenze legate al loro status migratorio qualora non avessero fornito agli investigatori una versione incriminante nei confronti di Carter.

Questi elementi hanno aperto una nuova fase del procedimento. Nel 2025 la Corte Suprema dello Utah ha confermato la necessità di un nuovo processo, dopo che i tribunali avevano rilevato gravi condotte scorrette da parte di investigatori e di un procuratore coinvolti nel caso. La decisione ha annullato gli effetti della precedente condanna e ha rimesso in discussione un procedimento che per decenni aveva mantenuto Carter nel braccio della morte.

La stessa Corte ha evidenziato diverse violazioni costituzionali e molteplici episodi di condotta intenzionalmente scorretta emersi nel corso del riesame del caso.

Il Dna cambia il quadro delle prove

La svolta più recente è arrivata con l’analisi genetica dei reperti conservati dalla scena del crimine.

I risultati ricevuti dalle autorità il 22 settembre 2026 hanno escluso Carter come possibile fonte del sangue individuato su una maniglia della porta. L’analisi ha inoltre escluso una corrispondenza con il materiale genetico recuperato dal manico del coltello utilizzato nell’aggressione contro Olesen.

È un elemento particolarmente significativo perché si tratta di reperti direttamente associati alla scena del delitto. All’epoca dell’omicidio, naturalmente, le tecniche oggi disponibili per analizzare il Dna non facevano parte delle normali indagini forensi.

Le nuove analisi non consentono però, da sole, di stabilire chi abbia commesso l’omicidio. È una distinzione essenziale anche sul piano giudiziario: il fatto che il Dna di Carter non sia stato trovato sui reperti esaminati non dimostra automaticamente che nessun’altra prova possa essere utilizzata contro di lui.

Lo stesso giudice Pullan ha osservato che i risultati genetici indeboliscono ulteriormente il quadro accusatorio, ma ha anche rilevato che un’eventuale giuria potrebbe ancora valutare diversamente l’insieme delle prove nel nuovo processo.

La procura non chiederà più la pena di morte

Nel frattempo è cambiato anche uno degli aspetti più pesanti della vicenda. I procuratori della contea hanno ritirato la precedente intenzione di chiedere nuovamente la pena di morte nel processo che dovrà essere celebrato dopo l’annullamento della condanna originaria.

Il procedimento, quindi, non è chiuso. L’accusa di omicidio aggravato rimane pendente e il nuovo processo è previsto per il 2027.

Per Carter, tuttavia, la differenza rispetto al passato è radicale: non attende più l’esecuzione in una cella del braccio della morte, ma affronta il nuovo capitolo giudiziario da uomo libero, seppure sottoposto a precise restrizioni.

La procura ha spiegato davanti al giudice che la revisione delle condizioni della libertà è necessaria mentre vengono riesaminate le prove ancora disponibili nel fascicolo.

Un caso che riapre interrogativi sulle prove dopo decenni

La storia di Carter mette in evidenza uno dei problemi più complessi dei procedimenti penali molto datati: quanto può cambiare un caso quando le prove vengono riesaminate con strumenti che non esistevano al momento del processo?

Nel 1985 il punto centrale dell’accusa era rappresentato dalla confessione e dalle testimonianze. Oggi, invece, il Dna introduce un dato scientifico che non era stato possibile ottenere allora. Allo stesso tempo, il riesame giudiziario ha portato alla luce contestazioni sulla condotta degli investigatori e sulla gestione delle testimonianze.

Gli avvocati di Carter sostengono inoltre che durante le indagini sarebbero state trascurate piste alternative. Tra gli elementi citati dalla difesa ci sono dichiarazioni relative alla presenza di un uomo bianco nei pressi della scena del delitto e circostanze riguardanti il marito della vittima, Orla Olesen, che secondo la difesa non sarebbero state adeguatamente approfondite. Si tratta, però, di ricostruzioni sostenute dalla difesa e che dovranno essere valutate nel procedimento.

La famiglia di Eva Olesen continua intanto a chiedere che l’omicidio venga chiarito. Durante l’udienza sulla cauzione, i familiari hanno espresso forti preoccupazioni per la scarcerazione di Carter, sottolineando che l’esclusione del suo Dna dai reperti analizzati non stabilisce, da sola, cosa sia accaduto quella notte.

La libertà dopo una vita trascorsa in carcere

C’è infine un aspetto umano che accompagna ogni passaggio giudiziario della vicenda. Carter ha trascorso circa 41 anni sotto custodia, dopo essere stato condannato nel 1985 e nuovamente condannato a morte nel 1992.

Ora vive fuori dal carcere e dovrebbe soggiornare in una struttura alberghiera vicino al figlio, Tyler Anger. I suoi legali hanno spiegato che dovrà affrontare anche le conseguenze psicologiche di una detenzione durata praticamente tutta la sua vita adulta.

Il dato temporale corregge anche una parte importante delle prime ricostruzioni della notizia: non si tratta di 30 anni di carcere, ma di oltre quattro decenni. Carter aveva trascorso quasi tutta la sua vita adulta dietro le sbarre prima che la nuova analisi del Dna e il precedente annullamento della condanna aprissero la strada alla scarcerazione.

Adesso il prossimo appuntamento sarà il nuovo processo. Sarà in quella sede che verranno riesaminate le prove rimaste, la confessione, le testimonianze contestate e i risultati delle analisi genetiche. Per Carter, il rilascio rappresenta l’inizio di una nuova fase giudiziaria, non la parola definitiva sul caso.

Per la famiglia di Eva Olesen, invece, resta irrisolta la domanda che accompagna questa storia dal 1985: chi uccise davvero la donna nella sua casa di Provo? La risposta, dopo 41 anni, dovrà ancora arrivare da un tribunale.

29 Settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA