Affrontare le ripercussioni della tragedia di Bhopal
A quarant’anni dalla tragedia di Bhopal, uno dei peggiori disastri industriali della storia, Amnesty International ha sollevato una forte critica verso la risposta cinica e inadeguata alle vittime e ai sopravvissuti dell’incidente avvenuto il 2 dicembre a Bhopal, in India. L’organizzazione per i diritti umani ha evidenziato come il razzismo ambientale abbia contribuito all’ingiustizia persistente legata a questa tragedia.
Quarant’anni fa, una fuga di gas mortale da un impianto di produzione di pesticidi causò la morte di almeno 22.000 persone. Da allora, Bhopal è diventata una “zona di sacrificio” per le società chimiche statunitensi Union Carbide Corporation (UCC) e Dow Chemical Company (Dow), così come per le autorità statunitensi e indiane. Mezzo milione di persone, attraverso generazioni successive, continuano a subire le conseguenze devastanti di questo evento.
Amnesty International ha denunciato il mancato cambiamento avvenuto negli ultimi 40 anni, sottolineando come le dinamiche di potere ineguali abbiano impedito la giustizia per le vittime, spesso provenienti da comunità marginalizzate. L’organizzazione ha anche evidenziato la mancanza di responsabilità da parte dei giganti industriali statunitensi e delle autorità, che hanno evitato di assumersi le proprie colpe per il disastro.
La presenza di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici nel sottosuolo di Bhopal e nei suoi dintorni ha creato un inquinamento acquifero in costante espansione, trasformando la zona in una “zona di sacrificio” con conseguenze devastanti sulla salute delle persone.
Amnesty International ha chiesto un’azione immediata da parte delle autorità e delle aziende coinvolte per affrontare le ripercussioni della tragedia di Bhopal. È essenziale che la Dow e le autorità indiane assumano le proprie responsabilità e forniscono risarcimenti adeguati alle vittime, valutino e risolvano la contaminazione in corso e procedano con la bonifica dell’area.
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